Arredo antiurbano disperso sul territorio

Tortona, foto F. Bottini

Ogni tanto, ritmicamente da almeno una ventina d’anni, spuntano qui e là convegni di conventicole locali e meno locali, con titoli a volte mascherati a volte piuttosto espliciti, dove mescolando vetero e neo logismi si sovrappongono assai indebitamente concetti dalla land art, all’architettura-o ingegneria infrastrutturale, al paesaggio, qualificandoli dentro il grande contenitore delle «Risposte alla città diffusa». Dove già l’uso di quell’aggettivo, diffusa, evocatore di qualità nebulizzate da sviluppare in qualche modo, anziché infezione da curare o prevenire, dovrebbe far suonare sirene d’allarme. O almeno campanellini, d’allarme, se vogliamo essere più laici, sul genere di «risposte» che dovremo ascoltare e prevedibilmente un po’ subire nella pratica. Quando si leggono chicche (cito qui da un sito di conferenza nel frattempo pudicamente scomparso) come: «Lungo le arterie principali di comunicazione si snoda ormai, specie in pianura, un edificato rado, disordinato ma continuo, fatto di capannoni, magazzini, parcheggi, frammisti a case; può diventare tutto questo occasione di qualità?»

Le «discipline del territorio» sono proprio indisciplinate. È l’unica spiegazione possibile (salvo la malafede, che si vorrebbe escludere a priori) per il permanere dentro cervelli iniziative e pratiche più o meno articolate, più o meno orientate, del tema «città diffusa» poi affrontato (non usiamo qui distorto, ancora) con strumenti sproporzionati, per non dire risibili.
Sarà per colpa di certa sociologia d’accatto dilagante, che teorizza a prezzi di saldo robaccia da pubblicitari di Carosello tipo la Città Infinita, autorizzando a piazzare dentro questo iperuranio territoriale apparente proprio tutto e il contrario di tutto?

Sia come sia, continua a lasciare perplessi che, ancora dopo mezzo secolo e passa dalle teorizzazioni mature di Jean Gottmann sulle megalopoli, e altrettanto se non più di discussioni multidisciplinari sullo sprawl suburbano socialmente e ambientalmente patologico, spuntino anime candide che si pongono domande sul tono di quella riportata sopra, o analoghe. Quale qualità si può perseguire, tentando di rifare il trucco a Scatolonia? Una qualità che secondo queste fantasiose simil-riflessioni si declina attraverso gli interventi sulle architetture, la composizione del micropaesaggio, la «qualità dell’ambiente costruito» nel suo insieme. Da una certa prospettiva parrebbe anche niente di male, in sé: meglio il meglio del peggio, no?

Invece viene spontaneamente da dire no, niente affatto: c’è una questione ambientale e sociale seria legata al tema dello sprawl, che questo genere di approcci tende per motivi tutti suoi di bottega a nascondere, dietro la cortina fumogena della «occasione di qualità». Nel caso migliore. In quello peggiore, implicitamente, a distinguere l’insediamento diffuso degenere da quello “di qualità”, magari perché composto secondo gli stilemi del teorico di turno. Addirittura insomma inventandosi una specie di «materia prima» come si fa coi rifiuti, salvo che qui il riciclaggio non può che avvenire in loco, e quindi non essere affatto tale.
Non si tratta certamente solo di questione italiana, anche se il nostro contesto è particolarmente delicato a causa delle stratificazioni storiche anche di immensa portata (si pensi alla Postumia romana) ormai travolte dallo sprawl nel silenzio più generale. In altri Paesi, spesso, articolazioni della cultura che fa riferimento all’ambientalismo e alla cultura urbanistica in senso lato, si scontrano con altre posizioni, stavolta legate all’approccio progettuale del new urbanism. Ma, anche qui, è piuttosto raro trovare proposte che perlomeno formalmente non facciano riferimento alle questioni della densità, del recupero, dei nuclei centrali metropolitani alternativi al greenfield development.

Sintetizzando l’opinione di un giornalista diventato esperto divulgatore di temi territoriali, Anthony Flint, ben esposta in This Land (Johns Hopkins UP, 2006): non esiste new urbanism che sia davvero tale, senza smart growth. O più terra-terra, senza una valida pianificazione urbanistica-territoriale, intesa come processo costante in evoluzione, monitoraggio, governo (e anche stimolo) della crescita secondo criteri ambientali sostenibili e socialmente condivisi, non saranno certo i magnifici rendering acquerellati degli studi di architettura e landscape, rendere meno perniciosa la proliferazione delle superfici asfaltate superflue, dei volumi edificati «produttivi» destinati a non produrre assolutamente nulla, salvo i propri metri cubi.

Per meglio comprendere quanto la questione non sia affatto teorica o accademica o vagamente utopica, basta farsi una passeggiata nemmeno troppo attenta proprio nei distretti territoriali che producendo ricchezza attirano anche intelligenze, progettualità, ambizioni. I quali riguardo a qualunque uso non folle dello spazio e delle risorse, brillano per la loro assenza: le intelligenze, le progettualità, le ambizioni. A meno di non voler definire tali il design delle insegne al neon, la redazione burocratica di «norme tecniche» avulse da qualunque riflessione (e applicate con il medesimo criterio), l’arredo a verde di qualche striscia a dividere un ettaro di asfalto dall’altro. Insomma: «può diventare tutto questo occasione di qualità?». Figuriamoci.

Sul medesimo tema si veda qui anche Nel Cuore Verde della Megalopoli Padana 
O per chi vuole tirarsela un po’ la versione breve introduttiva in inglese A Drive Through The Po Valley Sprawl 

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