Due decenni fa, l’Uragano Katrina vorticava come un enorme motore atmosferico spinto come un carburante dall’acqua calda dell’oceano. Colpendo la costa con una intensità di categoria 3 e venti che raggiungevano un massimo di 200kmh devastava New Orleans: ondate che scavalcavano gli argini di protezione, uccidendo quasi 1.400 persone e causando danni per oltre 150 miliardi di dollari. Anche se notevolmente rafforzate poi dagli ingegneri del genio civile, la capacità di quelle barriere per contrastare gli effetti di cicloni così potenziati dal cambiamento climatico non è certamente garantita. Negli ultimi vent’anni i ricercatori hanno perfezionato i metodi per determinare il contributo del cambiamento climatico di origine umana agli eventi estremi — un campo di ricerca detto attribution science — grazie ad una maggiore raccolta di dati e migliori modelli di elaborazione. Nel ventesimo anniversario di Katrina, un rapporto del centro studi Climate Central prova a rivedere i dati in prospettiva, rilevando come quella mostruosa tempesta si alimentasse da acque più calde di 0,9 gradi. Un carburante che accelerava la velocità massima dei venti di 8kmh.
«Man mano salgono le temperature superficiali dell’acqua del mare, cresce la spinta e l’uragano aumenta di potenza» spiega Daniel Gilford, studioso di Climate Central. «Siamo convinti di poter sostenere che il cambiamento climatico di origine umana influenza gli uragani secondo modalità molto specifiche». Purtroppo per New Orleans, e tante altre città che possono trovarsi nella scia di un ciclone tropicale, l’oceano funziona benissimo come spugna assorbente di calore: il 90% del caldo da emissioni umane finisce nel mare. Il Golfo del Messico in particolare si è riscaldato moltissimo, diventando un serbatoio di carburante per tempeste, che crescono di forza man mano l’acqua evapora e trasferisce energia nell’atmosfera. In una analisi distinta pubblicata l’anno scorso, Climate Central rileva come il cambiamento climatico abbia accentuato la potenza di tutti gli undici uragani del 2024 attraverso questo aumento delle temperature dell’acqua, spingendo le velocità dei venti fino a 15-45kmh in più.
«Basta un minimo riscaldamento dell’oceano — diciamo un grado – per un enorme effetto sulle quantità di energia delle tempeste» commenta Zachary Zobel, condirettore del programma riduzione del rischio al Woodwell Climate Research Center, anche se non direttamente coinvolto in questi studi. «Credo che Katrina abbia rappresentato a suo tempo un campanello d’allarme». In realtà nessuno sta sostenendo che le tempeste siano provocate dal cambiamento climatico, ma sicuramente ne vengono esasperati gli effetti. Le temperature degli oceani sono il carburante del motore ma non sono l’unica componente. Ci vogliono anche condizioni atmosferiche favorevoli, come l’assenza di movimenti d’aria verticali – o venti in diverse direzioni a diverse quote – perché il processo si inneschi. Serve anche umidità visto che le tempeste non si formano in aria secca. Più calda l’atmosfera, più umidità stabile, più pioggia che potrà cadere.«Se consideriamo l’uragano una spugna che strizza la propria acqua, immaginiamoci come roteando più in fretta faccia spruzzi più intensi – continua Gilford – e quindi più pioggia. Tanta acqua per cominciare e tanta efficacia in più per schizzarla fuori».
I dati in prospettiva raccontano: nei due decenni trascorsi da Katrina, sono aumentate le precipitazioni degli uragani. Secondo una ricerca del 2020 di area attribution studies, col cambiamento climatico l’Uragano Florence — che ha colpito il territorio della North Carolina nel 2018 — ha prodotto il 5% in più di pioggia. «Se lo stesso uragano Katrina colpisse oggi sarebbe probabilmente più forte e con più precipitazioni, a causa del riscaldamento del pianeta negli ultimi vent’anni» spiega Kevin Reed, scienziato dell’atmosfera alla Stony Brook University e coordinatore della ricerca. È la tempesta, quando il vento spinge grandi masse d’acqua verso la costa, a rendere tanto pericolosi gli uragani. L’onda in genere è di mezzo metro e già fa danni, ma con Katrina si sono raggiunti e superati gli 8 metri. Da allora il livello del mare ha continuato a crescere costantemente, sollevando la base su cui si costruisce quell’onda. Uno studio del 2021 di Climate Central rileva come l’innalzamento di livello del mare ha fatto sì che l’ uragano Sandy raggiungesse 36.000 case e 71.000 persone in più, che significa 8,1 miliardi sul totale di 62,7 miliardi complessivi di danni.
L’altro fattore che rende gli uragani più pericolosi è la «rapida intensificazione» di quando i venti aumentano di velocità fino a cinquanta all’ora ogni giorno. Una ricerca del 2023 ha rilevato un incremento del numero di eventi simili nei pressi della costa dove si concentra l’effetto delle alte temperature oceaniche. Si prevede che arrivi un uragano di categoria 3, il quale però improvvisamente si converte in categoria 5, a cui non eravamo preparati. Per fortuna le previsioni sono molto migliorate dopo Katrina, e provvedono un quadro preciso dei cicloni tropicali dove colpiranno e con quale intensità. «I modelli sono drasticamente migliorati in vent’anni» giudica Brian McNoldy, ricercatore sugli uragani dell’Università di Miami. «Speriamo continui così anche per i prossimi due decenni»».
Si allarga e perfeziona anche tutto il campo della attribution science. Si sono affermati tantissimi sistemi di valutazione nei decenni, utilizzando i satelliti e le sonde per le temperature dell’oceano. Dati in più che si inseriscono in modelli assai perfezionati in grado di valutare quanto il cambiamento climatico possa influire sulla «variabilità naturale» delle fluttuazioni terrestri. Il pianeta ha continuato a riscaldarsi dai tempi di Katrina, e così abbiamo anche un quadro più chiaro del contributo umano del continuare a bruciare quei carburanti di origine fossile. «Vent’anni fa avevamo circa 0,8 gradi di riscaldamento globale, oggi 1,3 gradi, e significa una enorme differenza come segnale» spiega Friederike Otto, responsabile delle analisi climatiche del gruppo World Weather Attribution.
Si è anche arrivati molto in là nella standardizzazione delle procedure e tecniche tutte sottoposte ad attenta peer-review, ovvero si usa un metodo scientificamente verificato. Un tempo le ricerche si pubblicavano magari due anni dopo gli eventi estremi, adesso è tutto molto più rapido. «La disciplina è maturata e le metodologie raffinate, così valutazioni e giudizi sono velocissimi, pochi mesi o a volte solo settimane o ore» valuta Reed. Analisi affidabili e precise, previsioni migliori per gestire gli uragani, che peggiorano di continuo. Già vent’anni fa, Katrina dimostrava quanti morti si possono fare quando manca adeguata preparazione per evacuare le popolazioni. «È stato il primo caso in cui abbiamo potuto verificare gli impatti diseguali del cambiamento climatico, sulle comunità già più svantaggiate che ne soffrono di più» spiega la professoressa Otto. «E non c’è adattamento che tenga quando non si affronta anche questa disparità».
da: Grist, 28 agosto 2025; Titolo originale: We now know just how much climate change supercharged Hurricane Katrina – Traduzione di Fabrizio Bottini; specificamente sull’Uragano Katrina a un anno dalla devastazione di New Orleans curai una sorta di ragionata Rassegna Stampa da numerose fonti che ho reso disponibile su queste pagine



