Ci rinfreschiamo arroventando il pianeta

foto F. Bottini (il vicino sta fresco surriscaldando me)

È un bollente tardo pomeriggio a Manhattan qualche settimana fa. New York si sta preparando per quello che secondo i meteorologi sarà il fine settimana più caldo dell’anno. Nell’ultimo ventennio tutti i picchi di consumo energetico in città sono coincisi con le ondate di calore, quando milioni di persone accendevano contemporaneamente il proprio impianto ad aria condizionata. E nel quartier generale di midtown Con Edison, la compagnia che eroga a oltre dieci milioni di newyorchesi l’elettricità, si stava preparando una sala riunione a diventare il centro strategico per l’emergenza. In quella stanza, quasi 80 ingegneri e manager della compagnia, insieme a rappresentanti degli uffici cittadini per l’emergenza e la protezione civile, controllavano la rete di distribuzione, organizzavano le squadre di intervento, osservando sugli schermi crescere l’indicatore dei consumi elettrici per zone. «Assomiglia al ponte di comando Star Trek» racconta Anthony Suozzo, ex dirigente della compagnia. «Tutti chiamati in sala operativa sul ponte di comando, che ordinano a Scotty di aggiustare qualcosa, e tutto il sistema che gira alla massima capacità».

Le reti di distribuzione si valutano per la quantità di energia che ci può passare. La griglia di Con Edison, con 62 nodi di distribuzione e oltre 200.000 km di rete, cavi che attraversano New York City e la Westchester County, può erogare 13.400Mw al secondo. Più o meno l’equivalente di 18 milioni id cavalli vapore. In una giornata normale, New York City richiede 10.000Mw al secondo; durante un’ondata di calore si possono superare i 13.000Mw. «Basta fare i conti e capire la differenza dell’aria condizionata» osserva Michael Clendenin, un portavoce della compagnia. La somma di una elevata domanda e di una alta temperatura surriscalda il sistema e provoca i blackout. Nel 2006, la caduta della rete ha lasciato senza elettricità 175.000 persone in Queens una settimana, durante un’ondata di calore che ha provocato 40 morti. Quest’anno, la sera di domenica 21 luglio, con temperature sopra i 36 gradi centigradi e una domanda di corrente superiore ai 12.000Mw al secondo, Con Edison ha tagliato fuori 50.000 utenze tra Brooklyn e Queens per 24 ore, temendo il collasso di porzioni ben più ampie della rete, che avrebbe lasciato senza corrente centinaia di migliaia di persone per diversi giorni. Lo Stato ha inviato in soccorso degli abitanti squadre di polizia, e addetti di Con Edison distribuivano ghiaccio secco per rinfrescare gli alloggi.

Man mano si riscalda il pianeta, scene di questo tipo diventano più frequenti. Dotarsi di un impianto di condizionamento è la risposta che appare più facile al cambiamento climatico, ma si tratta di apparecchiature energivore: solo per rinfrescare una stanza si consuma più elettricità che con quattro grossi frigoriferi, e un impianto centralizzato che raffredda un alloggio medio consuma come quindici frigoriferi. «L’anno scorso a Pechino, durante un’ondata di calore, il 50% del consumo energetico è andato all’aria condizionata» racconta John Dulac, analista all’International Energy Agency (IEA). «Sono i momenti oh ca**o».

Esistono poco più di un miliardo di dispositivi di condizionamento da una stanza nel mondo – circa uno ogni sette persone. Numerosi studi prevedono che per il 2050 cene saranno probabilmente quattro miliardi e mezzo, ubiqui tanto quanto oggi i telefoni cellulari. Gli USA consumano solo per il condizionamento tanta elettricità quanta ne usa il Regno Unito in totale. IEA calcola che se il resto del mondo raggiungesse livelli del genere, condizionare consumerebbe il 13% di tutta l’elettricità, con emissione di 2 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno: tanto quanto in totale emette oggi l’India, terza al mondo. Tutti i calcoli non possono non rilevare la spaventosa ironia di un serpente che si morde la coda: temperature più calde portano a più condizionatori, e più condizionatori alzano ulteriormente la temperatura. E il problema posto dal condizionamento dell’aria assomiglia, più in piccolo, al problema di come affrontare la crisi climatica. Le soluzioni che escogitiamo per i singoli problemi non fanno altro che peggiorare quello originario.

Questa predominanza globale dell’aria condizionata non era inevitabile. Fino al 1990, esistevano solo 400 milioni di unità condizionatore al mondo, soprattutto negli USA. Pensate per un uso industriale si sono imposte via via come indispensabili, simbolo di modernità e comfort. Diffondendosi poi a livello globale. E oggi fatichiamo a trovare una soluzione, legati a una tecnologia che si rivolge contro di noi. Come accaduto agli acquedotti, o all’automobile, l’aria condizionata ha cambiato il mondo. Lee Kuan Yew, primo ministro di Singapore indipendente, la definiva «una delle invenzioni di svolta nella storia» in grado di consentire una veloce modernizzazione del suo paese tropicale. Nel 1998, il membro dell’Accademia Americana Richard Nathan dichiarava al New York Times che, insieme alla «rivoluzione dei diritti civili», il condizionamento dell’aria era stato uno dei principali fattori di trasformazione demografica e politica degli ultimi trent’anni, consentendo di allargare le zone abitate in qualunque caldissima, e assai conservatrice, area del Sud.

Un secolo fa l’avrebbero previsto in pochi. Nei suoi primi 50 anni di esistenza, l’aria condizionata stava solo nelle fabbriche e in pochi altri spazi collettivi. L’invenzione originaria si deve a Willis Carrier, ingegnere di una ditta di riscaldamento e ventilazione, a cui venne commissionata nel 1902 la riduzione dell’umidità in una tipografia di Brooklyn. Oggi pensiamo che lo scopo del condizionamento sia ridurre le temperature, ma all’epoca non era quello l’unico obiettivo dei tecnici. Si volevano costruire condizioni stabili per la produzione industriale, e per esempio in una tipografia l’umidità arricciava la carta e diluiva l’inchiostro.

Carrier capì che togliendo calore all’aria della fabbrica si toglieva anche umidità, e prendendo a prestito la tecnologia dalla nascente industria dei frigoriferi, ne creò quella che era – e ancora in sostanza è – una versione allargata agli ambienti. Allora come oggi, il condizionatore opera risucchiando aria calda, passandola su una superficie fredda, e restituendola più asciutta e fresca. Quell’innovazione fu un immediato successo nell’industria – adottata immediatamente nel tessile, farmaceutico, munizioni – e poi iniziò ad espandersi altrove. La Camera dei Rappresentanti installava il suo impianto nel 1928, seguita da Casa Bianca e Senato nel 1929. Ma gli americani trovavano l’aria condizionata in situazioni come teatri o grandi magazzini, proposta come straordinaria novità.

Bisogna arrivare agli anni ’40 per vederla iniziare ad entrare nelle case, e conquistare così davvero gli USA. Prima, a sentire la storica Gail Cooper, si faceva parecchia fatica a convincere il pubblico a considerare utile l’aria condizionata, non un semplice decorativo lusso. Nel suo esaustivo resoconto dei primi anni del settore, Air-Conditioning America, Cooper nota quanto sulle riviste il condizionamento fosse presentato come un flop per i consumatori. Fortune lo definiva «una delusione collettiva degli anni ’30». Nel 1938 solo un’abitazione americana su 400 ne era dotata; oggi siamo a 9 su 10.

Ciò che ne determinerà l’ascesa non è una improvvisa esplosione della domanda tra i consumatori, ma alcune scelte del settore edilizio in grande espansione nel dopoguerra. Tra il 1946 e il 1965, vengono costruiti 31 milioni di nuovi alloggi, e per chi li costruiva proprio l’aria condizionata diventava una benedizione divina. Progettisti e imprese non dovevano più preoccuparsi delle differenze di clima: si potevano produrre e mettere sul mercato edifici del medesimo tipo dal New Mexico al Delaware. L’idea prevalente era che qualunque problema determinato dal clima caldo, o da materiali di costruzione scadenti, da una progettazione trascurata o da organizzazione urbanistica-edilizia inadeguata, così si poteva risolvere «brutalmente mettendo in campo un impianto di aria condizionata» come scriveva nel 1973 l’American Institute of Architects. Aggiunge la storica Gail Cooper, che «architetti, costruttori, finanziatori, avevano adottato l’aria condizionata, e il consumatore si trovava di fronte a un fatto compiuto, che semplicemente doveva accettare».

Altrettanto importanti per l’ascesa dei condizionatori sono state le compagni elettriche che producono energia e la vendono ai consumatori, che facevano profitti da ogni nuovo alloggio collegato alla rete, ma cercavano anche di indurre più consumi domestici. Si chiama in gergo load building, dal modo in cui nel settore si definisce load la quantità di energia elettrica che si usa in un certo momento. «L’elettricità costava poco, la cosa andava benissimo alle compagnie. Semplicemente si incrementava la domanda per rispondere insediando nuovi impianti produttivi» ricorda Richard Hirsh, storico delle tecnologie al Virginia Tech.

Le compagnie hanno capito rapidamente quanto centrale potesse essere il condizionamento per fare load building. Già nel 1935, Commonwealth Edison, antenata dell’attuale Con Edison, notava nella propria relazione annuale che la domanda di energia per condizionamento cresceva del 50% l’anno, e «manifestava grande potenziale per il futuro». Lo stesso anno, Electric Light & Power, rivista tecnica del settore, riferiva che gli operatori nelle grandi città «promuovono l’aria condizionata. E tutto il settore dovrebbe impegnarsi in questa direzione».

Negli anni ’50 era arrivato il futuro. Le compagnie elettriche gestivano campagne promozionali fatte di inserzioni e film sui vantaggi del condizionamento, e altre di sconti rivolte ai costruttori e installatori. Nel 1957, Commonwealth Edison riferisce che per la prima volta il picco di consumi elettrici si sia verificato non in inverno, quando si alzava il riscaldamento delle case, ma in estate accendendo i condizionatori. Nel 1970, il 35% degli alloggi americani ne era dotato, 200 volte tanto rispetto a trent’anni prima.

Contemporaneamente, spuntavano in tutto il paese edifici commerciali letteralmente concepiti attorno all’aria condizionata. Il grattacielo in vetro e acciaio, scarso in ventilazione e capacità di riflesso, che consuma la metà del proprio totale di elettricità per l’aria condizionata, diventava un classico americano. Tra il 1950 e il 1970 raddoppiava il consumo elettrico per metro quadro degli edifici commerciali. Il World Trade Center di New York, completato nel 1974, vantava il più grande impianto ad aria condizionata del mondo, dotato di nove enormi motori e una rete di 270km di condotti del freddo e del caldo. I commentatori dell’epoca notavano che si consumava così la medesima quantità di energia della non lontana cittadina di Schenectady, 80.000 abitanti. L’industria dell’aria condizionata, i costruttori e le compagnie elettriche cavalcavano l’onda del capitalismo americano del dopoguerra. Nella propria ricerca di profitti, facevano in modo che l’aria condizionata diventasse componente indispensabile della vita quotidiana. «I nostri figli sono cresciuti nella cultura dell’aria condizionata» spiegava un manager del settore alla rivista Time nel 1968. «Non possono neppure immaginare di abitare una casa senza condizionamento». Col tempo tutti l’hanno adottata e l’uso si è allargato fino a coprire l’87% degli alloggi USA nel 2009.

L’espansione edilizia del dopoguerra si basava sul presupposto che tutti questi edifici avrebbero consumato quantità incredibili di energia, e che il futuro non riservava nessun particolare problema. Nel 1992, la rivista Energy and Buildings pubblicava un articolo di Gwyn Prins, accademico conservatore britannico, in cui si sosteneva che la dipendenza americana dall’aria condizionata fosse un simbolo di decadenza. Prins riassumeva questa sorta di fede con: «Staremo freschissimi, coi piatti traboccanti, e la benzina a un dollaro al gallone». Nel periodo in cui l’aria condizionata stava cambiando le forme della città americana, gli effetti non si manifestavano fuori dal paese (salvo qualche eccezione in Australia, Giappone e Singapore, che furono tra i primi a adottarla). Ma oggi l’aria condizionata dilaga in tutto il mondo. Se negli USA aveva seguito il boom edilizio e di consumo del dopoguerra, la crescita contemporanea segue la globalizzazione. Si adottano stili di vita americani e l’aria condizionata ne fa parte.

Negli anni ’90 molti paesi dell’Asia si sono aperti agli investimenti stranieri con una espansione urbana senza precedenti. In tre decenni l’India ha visto 200 milioni di persone spostarsi nelle metropoli; in Cina, la quantità supera i 500 milioni. Da New Delhi a Shanghai, spuntavano come funghi uffici, alberghi, centri commerciali ad aria condizionata. Edifici non solo indistinguibili da quelli di New York o Londra, ma spessissimo realizzati dai medesimi costruttori e progettati dai medesimi architetti. «Quando arrivano tutti questi investimenti dal resto del mondo per edifici di una certa qualità, si portano dietro un progettista occidentale e qualche manager» commenta Ashok Lall, architetto indiano specializzato in abitazioni low-energy. «L’aria condizionata in quei casi fa parte di ciò che si considera il progresso».

Coi ritmi di trasformazione edilizia sempre più accelerati le tecniche tradizionali di contenimento delle temperature vengono accantonate. Leena Thomas, professoressa indiana di architettura alla University of Technology di Sydney, racconta come a Delhi nei primi anni ’90 il tipo di progettazione edilizia tradizionale – che gestiva il caldo in eccesso con persiane e facciate frangisole – sia stato sostituito da metodi di tipo europeo-americano. «Credo che esistano molte responsabilità da parte di questo international style». Come successo negli USA per tutto il XX secolo, solo su proporzioni maggiori, case e uffici si costruivano in modi tali da rendere indispensabile il condizionamento. «Si costruiva senza neppure pensarci» ricorda Rajan Rawal, professore di architettura e urbanistica alla Cept University di Ahmedabad. «È la velocità di realizzazione richiesta a creare pressione: semplicemente si costruisce e ci si fida della tecnologia che risolve tutto».

Lall spiega come sia possibile ridurre la necessità dei condizionatori anche nelle case economiche, se adeguatamente concepite. «Si riequilibra la dimensione delle aperture, la superficie delle pareti, l’ombra, l’orientamento». Ma riconosce che poi in genere i costruttori non paiono interessati. Si oppone resistenza anche a piccoli dettagli come l’ombra o l’isolamento del tetto. Non vogliono vederci alcun valore: pensano semplicemente a riempire un lotto edificabile di fabbricati da 10-20 piani vicini l’uno all’altro. Così funziona il mercato, e così le città ci obbligano a fare. Tutto spinto dalla speculazione e dal valore dei terreni».

Questa dipendenza dall’aria condizionata è un sintomo di ciò che il critico d’arte cinese Hou Hanru definisce l’era della post-urbanistica. Oggi, l’urbanistica come siamo abituati a pensarla – centralizzata, metodica, che precede le trasformazioni – diventa sempre più rara fino a sparire. È il mercato a indicare forme e priorità di trasformazioni urbane che avvengono a velocità incredibili, e per gli abitanti le condizioni di vita reali sono qualcosa a cui si penserà più tardi e pezzo per pezzo. «Si vedono sorgere queste immense torri che hanno già nella propria essenza bisogno dell’aria condizionata» commenta Marlyne Sahakian, sociologa che studia quel tipo di consumo nelle Filippine. In un caffè a Londra l’influente architetto malese Ken Yeang lamenta come una intera generazione di progettisti e costruttori sia diventata dipendente dai combustibili fossili per le proprie relazioni con l’ambiente. «I danni che non hanno fatto quegli edifici, ho perduto qualunque fiducia nella mia generazione; speriamo che possa salvarci la prossima»,

Per chi la propone, l’aria condizionata si presenta come la scelta più semplice, fatta dal consumatore a migliorare la propria vita man mano cresce il reddito. «Non è più un prodotto di lusso ma una necessità» spiegava un manager della filiale indiana della giapponese Daikin all’Associated Press ll’anno scorso. «Tutti ci meritiamo l’aria condizionata».

Un ritornello che si ripete identico a come suonava negli USA settant’anni fa nel Rajasthan dei nostri giorni. Una volta entrata nella vita delle persone l’aria condizionata diventa una parte ineliminabile. Ma ciò nasconde il modo in cui quelle che sembrerebbero libere scelte del consumatore vengano condizionate da forze oltre il loro controllo. Nel 1967, nel suo libro Vietnam, Mary McCarthy rifletteva sulle reali possibilità di scelta della vita americana. “Se stai in una stanza d’albergo puoi decidere se accendere o meno l’impianto (quelli sono fatti tuoi) però non puoi aprire la finestra».

Un passo avanti nella soluzione del problema aria condizionata – senza per questo ribaltare i termini della città moderna – sarebbe quello di realizzare impianti diversi. C’è molto spazio di miglioramento. L’invenzione dell’aria condizionata precede sia quella dell’aeroplano che delle prime trasmissioni radio, e la tecnologia di base non è cambiata molto dal 1902. «Tutto ancora si basa sul ciclo di compressione del vapore identico a quello di un frigorifero, sostanzialmente identico a un secolo fa» commenta Colin Goodwin, direttore tecnico alla Building Services Research and Information Association. «Quello che si è evoluto è migliorare i costi di un impianto, ma quanto a efficienza certo un po’ si è migliorato ma senza alcun vero salto di qualità».

Un programma per promuovere la produzione di condizionatori più efficienti è quello varato l’anno scorso dal Rocky Mountain Institute (RMI), centro studi sostenuto in questo caso dal programma ambientale delle Nazioni Unite e dal governo indiano. Si offrono 3 milioni di dollari al vincitore del premio Global Cooling. Con l’obiettivo di arrivare a un progetto di impianto di condizionamento dell’aria cinque volte più efficiente dei modelli attuali, ma che non costi più del doppio per produrlo. Più di cento i concorrenti, dall’inventore solitario a importanti università, compresi gruppi di lavoro da multimilionarie imprese del settore.

Ma, come spesso succede per altre risposte tecnologiche al cambiamento climatico, non è affatto sicuro che arrivare a condizionatori d’aria più efficienti ridurrà significativamente le emissioni. Secondo RMI, per impedire che aumentino le emissioni globali dei nuovi impianti, il progetto a migliore efficienza premiato dovrebbe andare sul mercato non più tardi del 2022, e riuscire a coprire l’80% del mercato al 2030. In altri termini, rimpiazzare la quasi totalità della concorrenza in meno di un decennio. Benjamin Sovacool, professore di politiche energetiche alla Sussex University e coordinatore di ricerca per lo Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), definisce questo ambizioso obiettivo certo non impossibile, ma piuttosto improbabile.

«Questa idea secondo cui la tecnologia ci salverà è una narrazione a cui vogliamo fortemente credere. Semplice, e consolante». Così consolante, in realtà, da essere spesso discussa come la miglior risposta all’enorme problema: anche quando la finestra temporale per inventare costruire immettere sul mercato e dominarlo è tanto esigua da rasentare l’incredibilità.

Certo una nuova tecnologia per i condizionatori d’aria andrebbe benissimo, ma si tratta probabilmente «della quarta o magari quinta cosa nell’elenco di ciò che dovremmo fare per ridurre le emissioni da condizionamento» commenta Diana Ürge-Vorsatz, che insegna cambiamento climatico e politiche energetiche alla Central European University, oltre a far parte del gruppo di lavoro IPCC. Tra le priorità che cita: piantare alberi, ammodernare i vecchi edifici migliorando la ventilazione, e smetterla di costruire quelle «gabbie di vetro e cemento che non resistono alle ondate di calore. E sono tutte cose che nel medio termine costano anche meno dei condizionatori a nuova tecnologia».

Pur se tecnicamente più a buon mercato, tutte queste cose richiedono però grandi cambiamenti, politici e comportamentali, e non è certo un segreto che nessuno abbia la più pallida idea di come applicare quei cambiamenti sistematicamente e alla scala globale richiesta dalla gravità della crisi. Se non ci salva la tecnologia, e la politica mondiale pare una speranza troppo pallida e remota, ci resta qualcosa di più semplice per ridurre i danni ambientali dei nostri impianti di condizionamento dell’aria: usarli meno. Ma, come ha scritto l’economista ecologica dello IPCC Julia Steinberger, qualunque proposta di cambiare davvero il nostro stile di vita – che sia la riduzione dell’uso dell’automobile o l’importare meno avocado – viene considerata «priva di senso, eretica, ai limiti della demenza». Il che vale in modo particolare per l’aria condizionata, dove suggerire che la si usi un po’ meno pare equivalga a dire che si deve morire durante le ondate di calore, o si voglia negare ad altri la comodità di cui i cittadini dei paesi più ricchi godono da anni.

Quest’estate un articolo pubblicato dal New York Times si domandava «Ma gli americani hanno bisogno dell’aria condizionata?» e ha provocato reazioni furiose sul social, dalle fonti più svariate. L’autrice e critica femminista Roxane Gay replica «Non resistereste una settimana d’estate in Florida senza. Scendete sulla terra». O l’ascoltato professore commentatore conservatore Tom Nichols che arriva a dichiarare «L’aria condizionata accompagna la nostra uscita dalle caverne. Me la strapperete solo usando la forza dalle mani coperte di brina». Nonostante tutte queste reazioni esiste anche una certa consapevolezza del fatto che sull’aria condizionata finiamo per contare troppo e potremmo farlo di meno. La temperatura interna ideale sinora è stata decisa dagli ingegneri del settore, usando criteri che fanno pensare come secondo loro tutti gli esseri umani volessero sempre tutti una certa temperatura. Lo star bene sarebbe una cosa oggettiva, e un edificio a Giacarta deve proporre ambienti identici a uno che sta a Boston. In pratica, spiega Leena Thomas, la temperatura in un edificio ad aria condizionata sarà sempre, più o meno, appena sotto i venti gradi».

Certo non tutti accettano la temperatura «oggettivamente adeguata». Studi confermano che gli uomini hanno ideali diversi dalle donne. Negli uffici del mondo «I maschi si godono la regolazione dell’aria condizionata mentre le femmine tremano» raccontava nel 2015 un articolo del Telegraph, confermando scientificamente ciò che tanti milioni di persone già sapevano benissimo da sole.

Le ricerche hanno anche evidenziato come chi abita nelle zone calde, anche per periodi brevi, preferisca temperature più elevate nei locali. Ovvero che, si tratti di atteggiamento personale o adattamento biologico, la comodità umana si adatta, non è un fatto oggettivo. Cosa che appare ovvia a chi dentro quelle temperature ci vive. Ad u recente convegno sull’aria condizionata di Londra un delegato indiano sfidava i presenti: «Se io vivo e lavoro benissimo a trenta gradi potreste riuscirci anche voli, credetemi».

Ed esistono tante altre prove che smentiscono l’idea di una temperatura «ideale». Frederick Rohles, psicologo e membro dell’American Society of Heating, Refrigerating and Air-Conditioning Engineers, ha condotto alcuni studi su volontari a cui veniva mostrato un termometro finto con temperature più alte, e avvertivano disagio nonostante la temperatura fosse fresca. «È il tipo di cose che fanno impazzire i miei colleghi ingegneri – scriveva nel 2007 – il fatto che la comodità sia un atteggiamento mentale!». Ashok Lallci ricorda la disponibilità delle persone ad accettare il cambio di temperatura in un edificio, si possono realizzare case dove l’aria condizionata si usa solo come ultima possibilità, non subito. «Però manca una cultura e una serie di norme tali da sostenere questo atteggiamento». Al momento è ancora il determinismo a controllare le leve del potere, a scrivere standard e regolamenti edilizi in tutto il mondo.

Ma come possiamo sfuggire alla trappola dell’aria condizionata? Nella trafila di abitudini e tecnologie che dovremmo cambiare se vogliamo evitare i peggiori effetti della crisi climatica, il condizionatore d’aria si colloca probabilmente a mezza strada: più difficile da gestire rispetto al consumare carne cinque volte la settimana, ma più facile dell’eliminare i combustibili fossili per l’automobile.

Secondo Nick Mabey, ex dirigente pubblico oggi impegnato nel centro studi politici climatici britannico E3G, il condizionatore – come tanti altri prodotti di consumo sedimentati collettivamente che inducono global warming – è sinora sfuggito all’attenzione dei governi. Esistono pochissimi precedenti di regolamentazione dall’alto. «Non c’è nessuno che lo gestisca, nessuno da cui andare per chiedere controlli». Dunque secondo Mabey occorre trovare un approccio adeguato per questo controllo e iniziare da lì. Esiste un programma delle Nazioni Unite per migliorare l’efficienza – e ridurre le emissioni – di tutti i condizionatori venduti nel mondo: si chiama poco elegantemente standard per il consumo. Oggi, un condizionatore medio sul mercato opera alla metà dell’efficienza dei modelli migliori. Diminuire il più possibile quella differenza significa davvero eliminare emissioni in futuro.

Si fanno alcuni progressi a livello locale. L’amministrazione di New York ha approvato alcune norme perché gli edifici più grandi della città riducano complessivamente le proprie emissioni del 40% entro il 2030, con l’obiettivo dell’80% per il 2050, con multe rigorose per gli inadempienti. Costa Constantinides, consigliere che si è molto speso per queste regole, sostiene che «si tratta della più importante riduzione imposta da una città». Anche l’ufficio del sindaco di Los Angeles sta studiando qualcosa del genere, per rendere tutti gli edifici della città net-zero carbon entro il 2050. Altre amministrazioni hanno deciso percorsi più diretti. A metà degli anni ’80 Ginevra, con un clima un po’ più caldo di gran parte degli USA, ha proibito l’installazione di condizionatori salvo in alcuni casi con permesso speciale. Un metodo diffuso in tutta la Svizzera, dove i condizionatori pesano meno del 2% sul consumo elettrico totale. E agli svizzeri non sembra mancare tanto il condizionamento: un’assenza poco lamentata,ci si è abituati a farne a meno.

Nei paesi dove il condizionatore è qualcosa di relativamente nuovo, c’è la grande possibilità di trovare alternative prima che si affermi come irrinunciabile stile di vita. L’obiettivo per usare le parole di Thomas, è di evitare «il peggio dell’occidente». Recentemente il governo indiano ha adottato le raccomandazioni di Thomas, Rawal e altri nei regolamenti edilizi per i fabbricati residenziali («un documento straordinario» giudica Rawal). Si consentono temperature interne più elevate stabilite da studi locali condotti in India, la comodità soggettiva, e il concetto secondo cui l’uso del condizionatore negli edifici è una soluzione estrema. Meno aria condizionata non deve significare rinuncia alla modernità, ma considerazione di alcune conseguenze.«Non dobbiamo guardare al passato. Il fatto è che prima le persone avevano dei metodi per gestire il clima – ricorda Ken Yeang – poi l’aria condizionata si è imposta come un metodo per controllarlo, e non sembrava più un problema. Ma senza accorgersi delle conseguenze, che vediamo oggi».

da: The Guardian, 29 agosto 2019; Titolo originale: The air conditioning trap: how cold air is heating the world – Traduzione di Fabrizio Bottini

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