Data center: primi tentativi di gestione della sete di acqua

La pioggia della Brianza esonda a Lambrate allagando i grandi contenitori commerciali. Foto F. Bottini

La Virginia del Nord è il principale hub di data center del pianeta, e ha dei problemi con l’acqua. La regione preleva dalla falda più in fretta di quanto non si ricarichi. A Newport News una concessionaria di auto sostiene che la soluzione sia nell’uso delle precipitazioni piovose, e per dimostrarlo si è scontrata per dieci anni col Parlamento statale della Virginia. Nel 2014, un cedimento delle fondamenta di calcestruzzo di Go Green Auto Care costa una incredibile bolletta dell’acqua dall’amministrazione: 5.000 dollari. L’officina, che vanta un approccio commerciale sostenibile, involontariamente «spreca quasi due milioni di litri» a causa di una perdita, racconta il proprietario Tyrone Jarvis. Che però dopo essersi dotato di un sistema che raccoglie e potabilizza acqua piovana nei propri terreni – con uno scontro politico-burocratico con l’amministrazione – di bollette non ne deve più a nessuno, e risparmia alla famiglia da allora 150 dollari al mese.

Anche con la Virginia alle prese con la peggiore siccità dal 1941, e lo stato al 93% interessato dall’emergenza, il sistema studiato e realizzato da Jarvis che funziona da dieci anni per Go Green Auto Care si conferma ancora efficace. E dopo l’attivismo per introdurre quel metodo in tutto il territorio della Virginia, oggi la famiglia Jarvis mira ad un obiettivo ancora più ambizioso: un disegno di legge che obblighi i data center a raffreddarsi con la raccolta e riuso dell’acqua piovana. Si è arrivati al Senate Bill 521 arrivato in discussione al parlamento statale nel 2026, che obbligherebbe qualunque nuovo insediamento data center a adottare quel criterio. Si prosegue con la sessione 2027. Ci sono alcune compagni che già stanno sperimentando la raccolta di acqua piovana o altre tecnologie green di propria iniziativa, ma la crisi idrica di tutto il territorio regionale richiede più regolamentazione, in grado sia di quantificare che di prevenire e ridurre questi spaventosi consumi d’acqua per raffreddamento.

L’ambientalista Ben Verschoor sostiene questo ed altri disegni di legge verso una moratoria statale sui data center e il loro costo energetico. È co-fondatore di Southwest Virginia Data Center Transparency Alliance, nata dopo che Google aveva deciso di insediare un grande complesso nel territorio della Botetourt County. La Western Virginia Water Authority calcola che consumerebbe più di trenta milioni di litri al giorno prelevati dal bacino di Carvins Cove, il principale della regione. «Se siamo in condizioni di siccità e viene chiesto alle persone di contenere i consumi idrici, certamente l’autorità deve assicurarsi che a Google non siano consentiti trattamenti preferenziali» chiede Verschoor. «Se hanno bisogno di tanta acqua per evitare che si incendino i loro computer, la stessa pubblica amministrazione saprà comunque imporre delle regole?».

Quanta acqua bevono i data center?

La Virginia Settentrionale pesa per il 13% della capacità globale di questo tipo di insediamenti, ma nella regione esiste un grave problema di sovra-sfruttamento della falda. Dal bacino del Potomac già si preleva troppo da decenni per usi residenziali, agricoli, e industriali. Coi data center però si prevede che il consumo possa quadruplicare nel 2035, secondo un nuovo calcolo. Landon Marston è professore associato di ingegneria civile e ambientale al Virginia Tech. Ha coordinato nel 2021 una ricerca in cui si stima come un quinto dei data center sa livello nazionale coi propri server attinga acqua da falde anche già fortemente sfruttate, come nel caso di quelle della Virginia. Lo studio di Marston rileva anche come i data center prelevino indirettamente, usando invece le reti idriche locali come tutte le altre attività produttive o residenziali, rendendo così virtualmente invisibile il proprio consumo «confuso dentro le statistiche generali delle reti di distribuzione».

«Così come succede a me, a lei, e ad ogni altro cittadino, un data center non deve rendere pubblici i propri consumi idrici. L’unico modo di conoscerli è o direttamente dal consumatore o dal gestore di rete». Marston ha dovuto ricalcolare quei consumi aiutandosi con quelli di energia e dati federali. È stato il primo tentativo di calcolare dentro un perimetro definito i consumi d’acqua dei data center negli USA. Si tratta però di una relativa invisibilità destinata a finire. A partire dal gennaio 2027, il Commonwealth of Virginia chiede agli enti di distribuzione idrica di rendere disponibili separatamente i consumi mensili dei data center. Purtroppo la norma non impone agli stessi consumatori d’acqua di rendere pubblici quei consumi: così gli enti di regolamentazione potranno conoscere a grandi linee quanto drena da una certa rete il sistema data center, ma non da quale complesso e prelievo.

Regolamentare il recupero di acqua piovana

La famiglia Jarvis crede che una delle risposte ai gravi problemi idrici della Virginia sia quella che scende dal cielo. La raccolta di acqua piovana potabile non era precisamente illegale, ma non era regolamentata fino al progetto di Tyrone Jarvist. Quando la Go Green Auto Care ha reso pubblico via stampa il proprio progetto di approvvigionamento di acqua piovana ecologico, l’amministrazione l’ha bloccato per mesi. Si è riusciti a installare tutto l’impianto solo nell’aprile 2015: a più di un anno di distanza dalla bolletta mensile da cinquemila dollari da cui era iniziato. L’amministrazione di Newport News riteneva che secondo le proprie norme tutti gli edifici dovessero risultare collegati alla rete idrica municipale. «Avevamo una possibilità – ricorda la contitolare dell’officina e moglie di Tyrone, Leslie Jarvis – e abbiamo deciso di restare nella rete per proseguire l’attività. Ma abbiamo anche continuato con l’idea di guardare più avanti».

Il sistema costruito in casa di Go Green Auto Care ha ispirato la famiglia Jarvis, spingendola fino a sostenere nel 2018 la legge statale della Virginia House Bill 192. Che conferiva al Board of Health il compito di scrivere regole sull’uso dell’acqua piovana e sistemi fognari, aprendo spazio per usi diversi commerciali e ambientali nel Commonwealth. È arrivato poi lo House Bill 851 del 2025 che esplicitamente proibisce alle amministrazioni territoriali di impedire progetti di raccolta acque. L’anno scorso un figlio della famiglia, Alexander, ha fondato la Society for a Secure and Sustainable Water Future, per allargare l’idea della raccolta acqua piovana ad altre famiglie, attività, enti. Oggi lavora ad un progetto di sistema residenziale, e in associazione con la George Mason University per un impianto non potabile di irrigazione di serre.

Indurre i data center a riusare l’acqua piovana

Dopo aver reso legale e regolata la raccolta di acque piovane in Virginia, la famiglia Jarvis ha iniziato a pensare un po’ più in grande, a un disegno di legge per far sì che il sistema sia adottato dai data center. Si è arrivati a introdurre il Senate Bill 521 grazie al senatore Creigh Deeds nel 2026. La proposta chiede che «qualunque nuovo insediamento o ampliamento di data center» installi un impianto di raccolta dell’acqua piovana su almeno il 30% della copertura per usi non potabili di raffreddamento e irrigazione. Leslie Jarvis spiega come la sua associazione senza scopo di lucro abbia spedito oltre mille email e organizzato per mesi incontri online a promuovere l’idea prima che fosse adottata politicamente dal senatore Deeds. «Non riesco neppure ad avere un’idea del tempo speso cercando di sollevare un po’ di attenzione al tema e smuovere le acque».

Il disegno di legge del Senato 521 non è ancora arrivato al voto, ma spostato alla sessione del 2027, quando saranno disponibili gli studi congiunti di Virginia Department of Environmental Quality e Virginia Department of Health sugli effetti della raccolta di acqua piovana nel ciclo idrologico. La signora Leslie Jarvis spiega come secondo qualcuno esistano delle interferenze gravi sul ciclo idrologico, ma replica che si tratta di «argomentazioni obsolete di cinquant’anni fa, pensate molto prima che decenni di trasformazioni urbane esplosive trasformassero terreni permeabili in crosta compatta. Una ricerca del 2019 pubblicata dalla rivista Science of The Total Environment rileva come siano le trasformazioni urbane a interferire gravemente sul ciclo idrologico, e indica raccolta delle acque piovane e altre strategie di infrastrutture verdi come soluzioni contro i deflussi inquinanti.

La famiglia non è neppure molto convinta delle politiche attuali che investono in modo centralizzato due miliardi di dollari per per riversare acqua depurata. «Non credo a qualcuno che mi fa pipì nell’acqua e mi racconta che è limonata. Sanno che esiste un problema, sanno che la falda si abbassa, che ci stanno riducendo a secco, e così riversano scarichi ripuliti. Però poi ci dicono che raccogliere acqua piovana fa malissimo. Non li capisco proprio»

Raccogliere acqua piovana è davvero una soluzione?

Le ricerche di Marston complicano l’idea che si possa risolvere con la pioggia il problema dei data center. La raccolta sui tetti è solo un piccola parte dei consumi. La maggior parte del water footprint è in realtà indiretto: avviene altrove, dove si produce l’energia elettrica che li alimenta, non nel raffreddamento. «Raccogliere acqua piovana riduce la dipendenza dalle reti municipali per il rinfrescamento, ma il consumo d’acqua è principalmente legato alla domanda energetica» chiarisce Marston. Consumi di moltissime centinaia di milioni di litri l’anno, che non si riducono sensibilmente certo raccogliendo un po’ di pioggia sul 30% del tetto.

Shawn Crawford conosce il tema in quanto presidente di Rainwater Management Solutions, impresa della Virginia che ha progettato a scala nazionale oltre duecento impianti commerciali di raccolta acqua piovana, contribuendo a fissare i criteri di riferimento tecnici di International Association of Plumbing and Mechanical Officials, e National Sanitation Foundation. Crawford spiega non non essere certo in disaccordo sui calcoli di Marston, ma di essere convinto che usino prospettive sbagliate. «Colloca qualcosa di piccolo in un contesto infinitamente più grande: comunque la si guardi un data center consumerà moltissima elettricità, e potenzialmente acqua». La differenza, a sentire Crawford, sta nella richiesta della legge 521 (il 30% della copertura) contro un altro metodo di raccolta on-site. Le compagnie dovrebbero dotarsi di bacini, metodi di drenaggio dai parcheggi e altrove, non solo dal tetto. «Invece di lasciar scorrere via l’acqua piovana, riusarla localmente in modo efficiente significa coprire qualcosa come il 20-60% del deficit di consumo annuale: sono quantità importanti se parliamo di acqua».

Quanto si adottano già sistemi di raccolta?

Crawford sottolinea alcuni vantaggi pratici anche indipendentemente dalla conservazione: l’acqua piovana non è dura, nel senso che non incrosta di calcare gli scambiatori di calore come accade con quella delle reti municipali, riducendo costi di manutenzione e migliorando l’efficienza. Un vantaggio economico che da solo sta inducendo molti grandi operatori a iniziare la raccolta e riuso. Una Microsoft, o Amazon, o Meta, non arrivano in città con l’idea di risucchiare risorse locali. Cercano la massima efficienza. Ma non credo ci si possa arrivare se non si regolamenta sul serio». Ma durante una sessione del Senato sul disegno di legge 521 a cui partecipavano Tyrone e Leslie Jarvis, un rappresentante di Google si è opposto.

Nicole Riley della Data Center Coalition, che rappresenta il settore, ha dichiarato in aula che le compagnie già stanno lavorando da sole per il consumo idrico e le misure di mitigazione come la raccolta e riuso di acqua piovana. Secondo Riley gli ostacoli stanno soprattutto nelle amministrazioni locali. «A volte è solo perché vogliono gestire da soli le acque piovane. È stata accettata la richiesta della Data Center Coalition per un gruppo di lavoro. «Crediamo che il disegno di legge nn tenga conto di tante altre possibilità di intervento per il problema» ha ribadito Riley all’assemblea. «Noi stiamo prendendo molte iniziative per rinnovare in questo ambito e crediamo nella necessità di trovare convergenze». Una richiesta diretta a Google per un commento dalla redazione della nostra rivista ha ricevuto come risposta «Non abbiamo nulla da aggiungere».

Anthony Creech ha passato sei anni a scrivere la regolamentazione per la raccolta di acqua piovana in Virginia, in quanto tecnico ambientale e coordinatore al Virginia Department of Health, ente responsabile dello studio. È convinto che il processo di adozione sia soltanto all’inizio. Esistono al momento meno di dieci autorizzazioni classificate Fascia 4 (commerciale grande dimensione) e meno di cinquanta per le fasce minori da 1 a 3, nei registri non ancora inserite nella banca dati VDH. «Approvo l’idea di considerare le diverse possibilità di gestire questa risorsa» ci dichiara Creech. «L’acqua piovana la considero una risposta potenzialmente molto positiva in termini di gestione idrica». Leslie Jarvis resta speranzosa, perché anche la ricerca conferma i «grandi vantaggi» della raccolta di acqua piovana. Il figlio mantiene i rapporti con delegati e senatori nella prospettiva della sessione di lavori 2027, per cercare di allargare il campo oltre i data center, anche agli edifici di superficie superiore ai 2.300 mq: «I miei genitori hanno tanto lottato per questo obiettivo – spiega Alexander Jarvis- e anch’io voglio contribuire: non solo per la mia famiglia ma per tutti».

da: Next American City, 20 luglio 2026; Titolo originale: Data Centers Are Draining Virginia Dry. Could Rainwater Harvesting Be the Fix? Traduzione di Fabrizio Bottini

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