È scientifico: lo sprawl suburbano è un complotto!

sprawl

Foto J. B. Gatherer

Ormai da decenni, e con una progressione a dir poco poderosa, si accumulano studi e ricerche a indicare che c’è qualcosa di davvero grosso, a impedire che trionfi definitivamente il sogno familiar-patriarcale classico della fine delle città. Questo qualcosa di particolarmente grosso si chiama evidenza, o come altro vogliamo definirla. Tutto comincia abbastanza istintivamente già negli anni ’30, ovvero quando quel sogno è ancora al 100% tale, o poco più, e l’architetto icona dell’individualismo cripto-liberista, Frank Lloyd Wright, presenta al mondo in pompa magna la sua soluzione finale chiamata Broadacre, o nella versione adattata successiva Usonia (acronimo vagamente localista per United States Of North America): una bella sterminata autostrada ad alimentare il tutto, e poi campo libero per la privata proprietà di giganteschi giardini privati con la villa firmata al centro. Un collega che invece si occupa prevalentemente della cugina landscape architecture, tale relativamente misconosciuto Earle Draper, avverte che forse prima di lanciare il cuore oltre l’ostacolo del territorio sarebbe meglio pensarci. E per definire le forme, niente affatto carine che quella Broadacre o Usonia assume quando si traduce in realtà fuori dal tavolo da disegno dell’archistar d’epoca, conia il nuovo termine: sprawl. Termine che diventa la cartina di tornasole di tutte le successive critiche e dubbi.

Levati di torno, rompiscatole disfattista!

Ma evidentemente già in quegli anni ’30 in cui si prepara la guerra come igiene del mondo economico novecentesco, i giochi sono tutti fatti. Lo si capisce per esempio scorrendo il lavoro di un designer grafico e allestitore come Norman Bel Geddes, il quale (sempre nella fatidica seconda metà del decennio) elabora il suo progetto di comunicazione e marketing detto Magic Motorways, finanziato dall’industria automobilistica e da tutti gli interessi paralleli conglomerati, ovvero petrolio ed energia, edilizia e infrastrutture, finanza collegata, e tutto il mondo industriale legato ai consumi durevoli. Alla Fiera Mondiale di New York, giusto un attimo prima che in Europa esploda il secondo conflitto che si allargherà a tutto il mondo, nel salone Futurama si capisce quanto dettagliatamente le decisioni siano già state prese. Si tratta ora solo di vincere la guerra e imporre manu militari il modello, che si chiamerà Sogno Americano, altro che sprawl! Col ritorno dei reduci dal fronte, inizia l’attuazione del piano: fondi pubblici a garantire le autostrade solo sognate da Wright (con la scusa della sicurezza nazionale contro il comunismo), e mutui agevolati perché quei reduci possano comprarsi una casetta nella lottizzazione sorta vicino allo svincolo. Quella casetta vive solo se circondata da famiglia classica, automobile/automobili, lavatrice, televisore, spesa settimanale allo shopping mall che viene inventato come nuovo agorà della civiltà dei consumi. Eccetera eccetera. Tutto si tiene, o quasi.

Ma io, veramente, volevo solo dire che …

L’intuizione di artisti come Richard Yates col suo Revolutionary Road, o di studiosi eccentrici del calibro di William Whyte o della sua discepola Jane Jacobs, inizia da subito a confrontare impietosamente la civiltà urbana con la nascente inciviltà consumista suburbana. Che ne esce abbastanza a pezzi, insostenibili il traffico, il verde ridotto ai giardinetti del barbecue, i tempi di pendolarismo, l’isolamento sociale di chi non lavora, la segregazione razziale ed economica. Ma il Sogno deve continuare a sognare, perché ci hanno scommesso sopra in troppi, e non si può né si deve fallire. I critici sono solo disfattisti, colpevoli di attività anti-americane, complottano per abbattere la nazione e venderne l’anima al nemico. Accuse che continueranno anche quando alle critiche prevalentemente sociali si aggiungeranno quelle ambientaliste (discendenti dirette dell’intuizione di Draper e del termine sprawl): il territorio scompare sotto l’urbanizzazione dispersa, il petrolio si prosciuga per pompare tutti quei motori di macchine, caldaie inefficienti, lavatrici sempre accese, asciugatrici obbligatorie perché è vietato stendere i panni da ordinanza comunale … Poi arriva il ventunesimo secolo, e appare evidente che a quelle balle del sogno non ci hanno creduto in tanti, c’è una nuova generazione che la città la cerca in tutti i modi, che ha capito e condivide quei decenni di critiche al Sogno monto simile a un Incubo in stile Matrix. Ma gli speculatori non mollano, nonostante tutto, nonostante la bolla edilizia, la crisi, la recessione, i picchi petroliferi, il riscaldamento del pianeta. E dalle televendite notturne continuano: immerso nel verde in pieno deserto, il tuo sogno di casetta per la famiglia … Gli diamo uncalcio nel sedere definitivo, o no?

Riferimenti:

Alana Semuels, Why Are Developers Still Building Sprawl?, The Atlantic, 24 febbraio 2015

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