Il castello immobiliare in aria di Trump

Non l’hanno costruito, ma nel 1983 Trump chiese al prestigioso architetto Philip Johnson e al suo associato un progetto per un lotto su Madison Avenue all’altezza della Sessantesima Strada a New York. Un condominio residenziale da 200 milioni di dollari su 60 piani, iniziativa congiunta fra Trump Organization e Prudential Insurance Company of America. Progetto di Johnson e del suo associato John Burgee, ostentava sei guglie di altezze variabili, con cime coniche merlate in foglia d’oro. Un’idea che si conquistò anche un certa visibilità sulla stampa, salvo poi sparire senza neppure rendere pubblici i disegni. Ma un archivista dello studio di architettura, Ivan Zaknic, li tolse dalla cassaforte dove aspettavano di essere buttati. E oggi lo stesso Zaknic, professore emerito di architettura alla Lehigh University in Pennsylvania, ha deciso di mostrarli.

«La gran parte dei progetti non realizzati dovevano essere buttati nella spazzatura – racconta Zaknic – e da storico dell’architettura provavo un certo disagio per questo, così li offrii ad altri collaboratori dello studio e ne tenni alcuni da mostrare agli studenti». Adesso è convinto che quell’idea di conservare 64 tavole e un plastico sia stata profetica. «Ci vedo tantissimi rapporti con gli attuali mega progetti di Trump». Il castello su Madison Avenue che non fu mai costruito comprendeva anche fossato e ponti levatoi. Philip Johnson, scomparso nel 2005, in una intervista del 1984 affermava come quei dettagli fossero tutti idee sue, ma ben adatte ai gusti di Trump. «Trump è pazzo e meraviglioso» dichiarava Johnson al New York Times, proclamando quel castello «un progetto assolutamente stimolante» che rispondeva agli istinti profondi del costruttore Trump. «Altri chiedono facciate sobrie dopo ricerche di mercato su quel che preferisce il pubblico». Proprio quell’anno il progetto venne improvvisamente accantonato, coi promotori che parlavano di costi eccessivi e altre ragioni. Anche il terreno venne venduto.

«Ricordo che ci chiamò: beh abbiamo venduto il terreno, ce ne siamo liberati, quindi del progetto non se ne fa nulla, dimentichiamocene – ricorda l’ex socio Burgee, 92 anni – e non intendo pagare la parcella» Dalla Casa Bianca non vogliono rilasciare dichiarazioni, né sul progetto né sulla parcella non pagata. Ripetono invece l’intenzione di Trump di costruire la sala da ballo e altre trasformazioni: «Molto necessarie e che serviranno alle generazioni future, ai Presidenti americani e ai visitatori della Casa del Popolo Americano» recita il testo di Davis Ingle, portavoce della Casa Bianca.

Alla fine lo studio di architettura ricevette un compenso, ma solo per una parte del lavoro: «Ed ero anche piuttosto incazzato per quello» ricorda Burgee. La denominazione Trump Castle poi venne utilizzata per un albergo-casinò ad Atlantic City, acquistato da Trump alla Hilton Hotels nel 1985. Poi venne ribattezzato Trump Marina nel 1991, e rivenduto nel 2011 a Landry’s, l’operatore alberghiero che cambiò ancora il nome in Golden Nugget. Quando il professor Zaknic vide i progetti per il castello, lavorava come archivista nello studio associato Johnson e Burgee, per predisporre una monografia dedicata all’attività, poi pubblicata da Rizzoli: Philip Johnson/ John Burgee Architecture 1979-1985. Quando Johnson e Burgee si trasferirono nel «Lipstick Building» che avevano progettato sulla Terza Avenue, terminato nel 1986, Zaknic venne incaricato di organizzare gli archivi per gli architetti.

Lo studio associato di Johnson e Burgee inizia l’attività nel 1967 (dal 1991 ognuno poi ha esercitato per conto proprio). Johnson, che con Burgee aveva appena progettato l’edificio della AT&T sulla Madison, andava piuttosto d’accordo con Trump, secondo il suo ex associato, nonostante il modo brusco e impaziente con cui Trump conduceva i propri affari. «Donald ha una forte personalità. Non conversava a lungo, le riunioni erano sempre molto brevi».

da: The New York Times, 3 luglio 2026; Titolo originale: Manhattan fantasy: Trump’s long-lost castle in the air – Traduzione di Fabrizio Bottini

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