Il pendolarismo al contrario del terzo millennio

foto M.B. Fashion

Il pendolare contemporaneo è soprattutto un prodotto di cinica speculazione sulla vita umana. Basta una breve analisi logica di mercato del detto immobiliarista drive till you qualify per intuirne il meccanismo. Già il verbo guidare che apre la frase implica un presupposto di consumo, il possesso di un’auto e quell’uso così naturalmente spontaneo per risalire la corrente delle valutazioni di case fin che se ne trova una cacciata lontanissimo da tutto, e per questo meno pregiata, che ci «qualifica» come vittime sacrificali. Il sacrificio consisterà poi nello spendere una montagna di soldi nell’andare e venire da quella casa qualificante a qualunque altra destinazione, lavoro studio servizi relazioni, rigorosamente in auto perché non c’è altro mezzo, a volte è addirittura vietato farlo a piedi nel caso di quartieri insaccati in una di quelle anse superstradali a fondo cieco, costruite allargando appena appena la «logica urbanistica» della pompa di benzina. E comunque eccoci condannati al pendolarismo perché così siamo più funzionali al sistema della segregazione e dei flussi, magari con la scusa della salute, o dello spazio per i bambini, o dell’immersione nel verde. Finché qualcuno si stufa della solfa coatta, e prova a domandarsi varie cose, trovando senza troppa fatica un sacco di risposte giuste.

Consumatori spontaneamente critici

Qualcuno sembra aver preso pericolosamente sul serio certi slogan pubblicitario-promozionali in voga da un po’. Mi riferisco a smaterializzazione dei consumi, o sostenibilità, oltre che la cosiddetta molto predicata e poco praticata «personalizzazione», ovvero una serie di faccende che pongono la fatidica domanda: cosa voglio? Che è cosa diversissima dal: come posso fare al meglio questo quest’altro e quest’altro ancora, così come prescriverebbe un ideale manualetto del consumatore medio. A partire dal perverso meccanismo del drive till you qualify alla ricerca del tanto spazio privato per contenere in un certo modo un certo bisogno. Fette notevolissime di società, specie delle generazioni più giovani, provano a osservare la questione da una prospettiva opposta, ovvero si chiedono: di che spazio ho bisogno effettivamente? E per fare cosa? Anche senza rinunciare a nulla quanto a conformismo di consumi e aspirazioni diciamo così medie, questo porta a considerare superfici inferiori, uso del verde pubblico anziché di quello privato, e soprattutto vicinanza a lavoro, studio, commercio, servizi, così da usare molto meno o non usare affatto l’auto, usando il risparmio di benzina manutenzione tasse e altro per coprire la differenza di costi dell’abitare urbano. Questo però ha un presupposto, ovvero che esista una offerta per questa domanda, quantomeno una offerta vagamente adeguata.

La localizzazione non è indifferente

Poniamocela noi per cominciare, questa domanda: esiste una qualche collocazione urbana disponibile almeno per una vasta gamma di opzioni e possibilità lavorative e di studio? La risposta molto spesso è no, anche se (come per lustri ci hanno raccontato molti studi) tante imprese e attività scelgono l’ambiente denso della città perché infinitamente più confacente ai propri, di bisogni, a partire da un ricco mercato del lavoro locale, ma anche il confronto con soggetti simili, o il poter approfittare dei servizi e infrastrutture, dense quanto le persone e le relazioni. Per troppo tempo abitudini, modalità operative, leggi e norme, hanno fatto sì che anche imprese o addirittura servizi seguissero un po’ a modo proprio lo slogan immobiliarista drive till you qualify, puntando tutto sulle quantità di spazio a buon mercato senza badare ad altre diseconomie. E oggi così accade che in molti casi ci si ritrovi davanti a un flusso di cosiddetto «pendolarismo al contrario» piuttosto di massa, dove persone che hanno scelto di abitare in città (o semplicemente di restare nella propria cittadina che pareva offrire ricche occasioni) assistano a una dispersione delle attività economiche, e senza neppure la possibilità di seguirle, dato che alla dispersione corrisponde anche la segregazione. Il caso più noto e per certi versi famigerato resta quello dei Google Bus di San Francisco, che caricano lavoratori qualificatissimi nelle zone gentrificate e costose della città, da trasportare negli office park suburbani della Silicon Valley. Ma di queste forme di pendolarismo coatto ce ne sono ovunque e di tutti i tipi, ivi comprese quelle con seri problemi economici sia da parte dei lavoratori che delle imprese. Che dovrebbero davvero cominciare a porsi la questione localizzativa in termini nuovi.

Riferimenti:
Aaron Schachter, Companies offer private bus services to get young workers to commute from cities to the suburbs, Market Place, 18 dicembre 2017

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