Oltre gli aspetti teorico-filosofici la cosa più urgente e significativa, credo, sarebbe di rendere la scuola un centro sociale in pratica, non in teoria. Cosa fare per fare dell’edificio scolastico un centro di servizi sociali, pienamente inseriti dentro la vita sociale: quelli sono i temi, ne sono certo, che meritano l’attenzione dell’opinione pubblica e i nostri pensieri. Ma è anche possibile e in qualche misura utile domandarci: cosa significa la domanda popolare in questo senso? Perché la comunità in generale, e più in particolare coloro che sono specialmente interessati all’istruzione, risultano tanto sensibili oggi a quel bisogno? Perché adesso e non una generazione fa? Che forze stanno rimescolando questa pronta consapevole risposta all’idea che la scuola, luogo di istruzione per i più giovani, non svolga completamente la propria funzione, e dovrebbe operare come centro di vita per ogni fascia d’età e classe sociale?
Vorrei ricostruire in una breve prospettiva storica le premesse della situazione attuale. Il ruolo dell’istruzione, sin da quando in qualche modo si usa quel termine anche tra le più primitive tribù, è sociale. Lo strumento specifico o struttura attraverso cui questo scopo viene perseguito, e la natura delle sue relazioni con altre diverse istituzioni, variano a seconda dei tempi e delle loro specificità. Il principio generale di evoluzione — ovvero una crescita da forme indifferenziate verso organismi più specifici attraverso la divisione del lavoro — appare evidente ad uno sguardo di insieme alla storia dell’istruzione. In principio non esiste la scuola in quanto entità distinta. Il processo educativo viene gestito normalmente all’interno della vita familiare e comunitaria. Man mano poi le finalità da raggiungere attraverso l’istruzione si moltiplicano e diventano complesse, gli strumenti utilizzati si specializzano, e si rende necessario per la società costruire un’entità specifica.
Solo così si riesce a rispondere adeguatamente a certe domande. E nascono le grandi scuole filosofiche dell’antichità: Platonica, Stoica, Epicurea, ecc.; vengono poi le scuole espresse dalla chiesa. E infine separandosi sempre più la chiesa dallo stato, è quest’ultimo ad affermarsi come più proprio sostenitore dell’educazione pubblica; e nasce così l’idea di scuola prevalentemente pubblico-privata moderna. Sono in molti a considerare il trasferimento della funzione educativa dalla chiesa allo stato molto criticamente; lo considerano la premessa di effetti disastrosi sui più autentici interessi dell’umanità. Ma non ritengo di dover qui e oggi trattare questi aspetti, di cui non nego certo la grande importanza. Parto dal presupposto che la maggioranza dei presenti credano nel principio dell’istruzione responsabilità dello stato, anche se non sempre risulta facilissimo giustificarla in pieno, questa fede, su basi logiche o filosofiche. Ma il motivo per far esclusivo riferimento allo stato per l’istruzione, è quello della specializzazione e divisione del lavoro.
Con il progressivo affermarsi dello stato si delinea anche una distinzione fra questo e la società. Usando i due termini, intendo per «stato» l’organizzazione di tutte le risorse della vita collettiva attraverso i meccanismi della legge del governo e dell’amministrazione. E intendo per «società» il libero e meno definibile interagire delle forze della comunità nelle interazioni quotidiane e contatti tra le persone entro una varietà di modi del tutto diversa dai modi della politica o del governo o dello stato. Oggi, il controllo del sistema dell’istruzione da parte dello stato inevitabilmente porta con sé un certo grado di condizionamento degli organismi di gestione della scuola, rispetto a quelli più liveri vari e flessibili dell’interazione sociale.
Cosa tanto vera che, per un lungo periodo, la scuola era concepita solo ed esclusivamente allo scopo di fornire stimoli intellettuali a un numero limitato di menti elette. Anche dopo l’irruzione dello spirito democratico in questo recinto scolastico chiuso, non si arrivò ad una completa ridefinizione, ma solo all’aggiunta di un diverso contributo. Ovvero l’introduzione alla cittadinanza. Il senso della frase stessa «Introduzione alla Cittadinanza» spiega cosa io intenda per differenza tra una scuola intesa in riferimento solo allo stato, e una scuola come entità profondamente sociale, in contatto col flusso continuo della vita collettiva. Cittadinanza, per la maggior parte di noi, ha un significato specificamente politico. Si definisce in termini di relazione col governo, non con la società in senso lato. Significa votare consapevolmente, prendere parte alla formazione delle leggi, all’amministrazione.
Oggi però si è improvvisamente risvegliata la vita della comunità; accorgendosi di quanto le istituzioni di governo e amministrative rappresentino solo una piccola parte degli scopi veri dell’esistenza e dei suoi problemi, e come anche questa piccola parte non si possa affrontare adeguatamente se non alla luce di diverse considerazioni economiche, scientifiche, comunitarie, in genere trascurate dalla cittadinanza in quanto appartenenza allo stato. Scopriamo che i nostri problemi politici comportano questioni di razza, assimilazione delle diversità linguistiche e culturali; rileviamo come i più gravi problemi politici derivino dalle evoluzioni produttive ed economiche; scopriamo che gran parte dei nostri urgenti problemi politici non si possano risolvere con leggi e decreti, ma solo promuovendo convergenza e mutua comprensione.
Capiamo, inoltre, che la soluzione delle difficoltà debba far riferimento ad una più approfondita e scientifica comprensione della realtà e delle correlazioni. La separazione tra stato e società, tra apparati di governo e famiglie, attività, vita quotidiana si sta disgregando. Ci appare evidente come quella separazione fosse una barriera artificiosa e sottile. Iniziamo a vedere che ci troviamo di fronte a una complessa interazione di variegate forze vitali, e che solo alcune di esse possono essere effettivamente qualificate come politiche e di governo. Il senso stesso del termine «Cittadinanza» si allarga, a significare le relazioni che comporta appartenere ad una comunità. Solo questo tende a sviluppare qualcosa che manca nel tipo di istruzione attuale, qualcosa che è assente dai servizi forniti dalla scuola. Cambia l’idea di ciò che costituisce cittadinanza, e cambia l’idea degli scopi della scuola. E cambia il quadro generale di ciò che una scuola dovrebbe fare, di come potrebbe farlo. La sensazione che la scuola non stia facendo abbastanza, fornendo istruzione in certi orari a certe fasce di giovani; ecco le basi della richiesta di assumersi maggior responsabilità, di proporre diverse attività con effetti educativi anche sui membri adulti della comunità.
Avvertiamo da ogni parte questa convergenza organica dei vari modi di relazione sociale, e la conseguente richiesta che la scuola si relazioni in modo aperto, e riceva più contributi, da varie direzioni. Come ho già accennato, la vecchia idea di scuola considerava suo scopo precipuo inculcare alcune informazioni e verità intellettuali, e far acquisire alcune capacità operative. Quando la scuola diviene pubblica, o semi-pubblica, il concetto si allarga a comprendere ciò che può rendere un cittadino elettore attento e consapevole, o direttamente legislatore; ma ancora si ritiene che ciò avvenga secondo un percorso squisitamente intellettuale di istruzione.
Insegnare a dei ragazzi la Costituzione degli Stati Uniti, natura e funzionamento delle varie componenti le istituzioni di governo, dal livello nazionale, statale, regionale, cittadino o di distretto scolastico; insegnare queste cose, si riteneva, avrebbe introdotto un giovane alla cittadinanza. Fin quando, quindici o vent’anni fa, iniziò ad affermarsi l’idea che la scuola non stesse facendo tutto il necessario per prepararci alla vita, e la domanda che l’insegnamento comprendesse valori civici. A mio parere la questione odierna della scuola come centro sociale ha i medesimi caratteri di quel movimento per i valori civici della scorsa generazione. Siamo diventati più sensibili a certi non secondari aspetti della questione; abbiamo compreso quando il meccanismo della vita politica sia dopotutto appunto un meccanismo, e dipenda per la propria consistenza ed efficienza dall’entità sociale ed economica che lo sottende. Abbiamo perduto la cieca fiducia nell’efficacia di una istruzione esclusivamente intellettuale.
Possiamo articolare quattro specifici percorsi di riflessione sulla scuola in quanto centro sociale. Il primo è quello della maggiore efficienza e organizzazione delle varie entità in grado di unire e relazionare i cittadini in contatto reciproco. Innovazioni recenti hanno moltiplicato e reso economicamente accessibili a tanti mezzi di trasporto e comunicazione, come libri riviste e altra stampa, da rendere materialmente impossibile per qualunque gruppo nazionale, razziale, classe sociale, credenza religiosa, restare separato dagli altri, impenetrabile a diverse convinzioni e aspirazioni. Il trasporto economico veloce e su lunghe distanze ha trasformato tutta l’America in un luogo di incontro tra persone e lingue di tutto il mondo. Le concentrazioni produttive hanno costretto appartenenti ad ogni classe e categoria a rapportarsi strettamente gli uni con gli altri, e a dipendere gli uni dagli altri. Bigottismo, intolleranza, o incrollabile fede nella superiorità di un credo religioso o convinzione politica, vengono a dir poco messi in discussione quando gli individui si trovano l’uno di fronte all’altro, o continuamente si confrontano per forza con le idee di altri. La concentrazione della vita di città rappresenta solo uno dei tanti esempi di quanto le innovazioni moderne abbiano unito le persone.
E non c’è bisogno di ricordare quanti rischi derivino dallo spostamento improvviso di così tante persone da tanti diversi contesti geografici, produttivi, intellettuali, a cui si erano adattate; primo fra tutti l’instabilità di qualcosa di tanto eterogeneo. D’altra parte esistono anche strumenti da cui trarre vantaggio. Come nel bene e nel male sono i giornali moderni. O la biblioteca pubblica con strutture in grado di raggiungere tanti gruppi sociali diversi. Oppure le assemblee pubbliche e gli spazi dove si tengono. Non esiste un sistema di istruzione che si possa definire completo finché non si adegua agli svariati modi in cui si possono promuovere interazioni sociali e intellettuali, e sfruttarli sistematicamente, non solo per rispondere ai rischi che queste entità comportano, ma usarli in positivo per migliorare la qualità della vita collettiva.
Nelle nostre grandi città la compresenza di tante razze e classi sociali stimola bisogni e genera occasioni. Si dice che dentro una sola circoscrizione amministrativa di Chicago si possano contare fino a quaranta diverse lingue parlate. È ben noto come esistano virtualmente in America alcune tra le più grandi città irlandesi, tedesche, boeme. La capacità della scuola pubblica di assimilare tante diversità alle nostre istituzioni, attraverso l’istruzione impartita alle generazioni più giovani, è senza dubbio una delle più lampanti prove di vitalità mai viste al mondo. Ma in fin dei conti non riesce a sfiorare le generazioni adulte: non si può completare un processo di assimilazione neppure dei più giovani se non si coinvolgono in qualche modo le famiglie. E da questo punto di vista molti attenti osservatori hanno lanciato un allarme sia a New York che a Chicago.
Suscitando attenzione al fatto che da un certo punto di vista i giovanissimi vengano americanizzati fin troppo rapidamente, o per meglio dire privati della loro identità nazionale originaria. Si perdono i valori positivi e costruttivi delle proprie tradizioni, musica, arte, letteratura. Senza essere iniziati del tutto ai costumi del nuovo paese, lasciati troppo frequentemente a galleggiare instabili tra le due situazioni. A volte si impara addirittura quasi a disprezzare abitudini, costumi, atteggiamenti, convinzioni dei propri genitori, molti dei quali dotati di senso e valore certamente superiore al tipo di superficiali nuove abitudini adottate.
Se ben comprendo, uno dei principali motivi alla base dell’istituzione di un’ala di museo del lavoro alla Hull House, è stato di mostrare alle giovani generazioni almeno una parte delle conoscenze capacità arti e storia insite nelle culture delle generazioni che le hanno precedute: dai metodi di filatura, tessitura, lavorazioni dei metalli ecc., tutto apparentemente inutile in questo paese col suo sistema industriale. Sono parecchi i figli che hanno scoperto di poter apprezzare e ammirare qualità che non conoscevano nei propri genitori, diventate a volte addirittura oggetto di vergogna o scherno. E ad arricchire le storie locali di glorie passate in altre nazioni e famiglie.
Il secondo punto del mio percorso, è considerare come insieme ai crescenti scambi e interazioni reciproche, e ai loro rischi ed occasioni, si siano allentati i legami che determinano disciplina e controllo sociale. Credo che nessuno di noi voglia non ritenere l’allontanamento da dogmatismi e autoritarismi come qualcosa che ci porta nella giusta direzione. Ma al tempo stesso non possiamo considerare se non con profonda preoccupazione la perdita di autorità religiosa e sociale. Siamo certi che col tempo un giudizio libero e indipendente, insieme alla libertà individuale e responsabilità che lo accompagnano, possa riempire questo vuoto. Ma il problema rimane.
Anche l’autorità dei genitori sui figli perde di influenza e capacità di controllo. Il rispetto diminuisce da ogni parte, mentre crescono prepotenza e delinquenza. Cresce la leggerezza nel considerare ogni forma di autorità costituita, a partire da quella dei genitori, mentre svanisce ogni obbediente compostezza. Lo stesso legame familiare tra marito e moglie, come quello coi figli, sembra perdere in qualche misura stabilità e sacralità. La chiesa, con la sua condanna dei peccati, i suoi modi di influire sulla vita quotidiana dei fedeli, vede lentamente affievolirsi il proprio potere. Dobbiamo francamente riconoscere anche la progressiva perdita di efficacia di tanti degli antichi enti e categorie di moralizzazione dell’umanità, che assicuravano una decorosa coesistenza, vite abbastanza ordinate e rispettabili, specie di quelli fondati su costumi, tradizioni, accettazione indiscussa. Diventa impossibile per la società restare passiva di fronte a un tale scenario. Occorre individuare nuove entità in grado di intervenire, di riprodurre con diversi metodi gli effetti di quelle indebolite. E non basta, alla società, operare solo sui più giovani. Per quanto essi meritino certamente una organizzata illuminata istruzione e formazione, anche le generazioni adulte ne hanno bisogno. E del resto è troppo poco il tempo che un giovane passa a scuola. Si riesce così solo a cominciare l’opera, e se non vogliamo sprecarlo quel tempo è la comunità a dover trovare metodi per affiancarsi, svilupparla al di fuori dei normali canali scolastici.
Il terzo punto che vorrei toccare è quello della vita intellettuale, delle verità, dei fatti, della conoscenza, tutte cose ovviamente e profondamente collegate ad altri aspetti dell’esistenza, oggi tanto più di quanto accaduto in qualunque epoca storica. Ed è per questo motivo che concepire l’istruzione esclusivamente nei suoi aspetti intellettuali ha meno senso di quanto ne avesse in precedenza. Oggi le nostre occupazioni quotidiane, tutto ciò che ci accade nella vita, ha bisogno di essere interpretato. Potremmo quasi dire che in passato il fatto di apprendere riguardava praticamente solo ciò che stava fuori dal quotidiano, dalla vita. Studiare fisica, studiare la lingua tedesca, la storia cinese, poteva esprimere raffinatezza intellettuale, ma era quasi inutile dal punto di vista della vita quotidiana. E si tratta dell’idea evocata dal temine «cultura» ancora oggi in molti.
L’imparare risultava utile solo ad una relativamente piccola porzione selezionata della comunità. Qualcosa che serviva giusto a un dottore, a un avvocato, a un alto prelato per svolgere il proprio alto compito, ma restava assai lontano dalla massa dell’umanità salvo suscitare qualche confusa e passiva ammirazione. Le recenti proteste sul degrado del prestigio degli insegnanti ci ricordano i tempi in cui saperne a sufficienza, per insegnare, era di per sé ragione sufficiente a collocare un individuo in una categoria superiore. Oggi dobbiamo considerare il fatto di aver messo la conoscenza in più libera circolazione, è chiunque può da un certo punto di vista considerarsi insegnante del proprio vicino.
Nella condizione moderna, in pratica qualunque ambito di apprendimento, che si tratti di scienze naturali o sociali, si rapporta in qualche modo alla vita reale. La lingua tedesca non è qualcosa che conosciuto distingue qualcuno da qualcun altro, ma strumento di rapporti sociali o commerciali. La fisica non è più filosofia naturale — qualcosa che ha a che fare con grandiose scoperte e leggi importantissime quanto remote – ma una serie di fatti e le sue applicazioni tangibili col riscaldamento o l’energia elettrica che ci circondano. Fisiologia, batteriologia, anatomia, riguardano la nostra salute individuale e quella collettiva delle città. I cui caratteri diventano anche occasione di sfruttamento in articoli sensazionali assai poco scientifici nei giornali. E potremmo proseguire attraversando qualunque ambito di studi, un tempo estranei e alieni, verificandone invece oggi l’intimo legame con la vita quotidiana. Il fatto è che viviamo in un’epoca di scienza applicata, ed è impossibile sfuggire l’influenza diretta o indiretta delle applicazioni.
D’altro canto, l’esistenza stessa si specializza, la divisione del lavoro è così articolata, che nulla si spiega o interpreta da solo. Il lavoratore della fabbrica moderna ha a che fare con una piccola frazione di una attività infinitamente più complessa, che si presenta a lui soltanto come una serie di gesti su una specifica porzione della macchina, ben rappresentativa dell’insieme della nostra vita sociale. Il lavoratore del passato conosceva in qualche misura l’insieme di un intero processo e attività. Anche se non entrava in contatto diretto con tutto quel processo, l’insieme aveva dimensioni così contenute ed accessibili da renderlo conoscibile. Il lavoratore così era consapevole del significato dei particolari passaggi su cui operava. Vedeva e si considerava componente vitale dell’insieme, allagando i propri orizzonti. Oggi c’è una situazione opposta. La gran parte delle persone svolgono attività particolari i cui motivi e correlazioni col resto conoscono in modo assai vago.
L’insieme è diventato così vasto, così complicato, tecnicizzato, da escludere quasi del tutto una possibilità di conoscenza diretta. Da qui la necessità di ricorrere a istruzioni, a interpretazioni che ci giungono attraverso specifici canali. Una delle principali ragioni del grande successo delle scuole tecniche per corrispondenza di oggi, oltre l’utilitario desiderio di prepararsi a un lavoro meglio retribuito, è la comprensibile aspirazione a saperne di più delle grandi forze che condizionano il lavoro che si sta svolgendo, e provare a capire le grandi interessanti correlazioni a cui si provava ad accennare. Lo stesso vale per l’interesse crescente in qualunque manifestazione di scienza popolare, che rappresenta una notevole quota di quanto propongono alcune tra le più note e diffuse riviste mensili moderne. Ed è la medesima ragione per cui tanto si è allargato il campo dell’università, specie in Inghilterra. Si crea una particolare domanda di conferenze divulgative illustrate. Se non vogliamo abbandonare le esistenze di tanti dei nostri lavoratori nel vuoto e nell’ignoranza, deve intervenire la comunità, attraverso qualche entità organizzata per elargire nozioni e conoscenze scientifiche e sociali, con riferimento alle loro vite e alle attività in cui sono impegnati.
Il quarto punto o questione su cui voglio soffermarmi è quello del prolungamento, nella nostra condizione moderna, o formazione permanente. Si è discusso molto sul concetto di prolungamento dell’infanzia in rapporto all’istruzione. È entrata tra le nostre convinzioni pedagogiche anche l’idea secondo cui un ingresso prematuro nelle attività impegnative della vita sia dannoso per la crescita. Ma esiste un corollario a questa prospettiva forse non abbastanza considerato: l’arco di tempo dell’istruzione formale può anche essere accorciato ad un certo individuabile punto, solo là dove si riescano a individuare «occupazioni sociali definite e permanenti». E per esempio tutti riconosciamo come un dottore o un avvocato debbano continuare a studiare per tutta la vita se vogliono effettivamente riuscire nella professione.
Il motivo è abbastanza ovvio. Una situazione di contesto altamente incostante; nuovi problemi che sorgono; nuove situazioni che si frappongono. Gli studi pregressi di qualsiasi disciplina, non importa quanto intensi e approfonditi, non possono rispondere a tutte le nuove situazioni. Da qui la necessità di continuare a studiare. Esistono ancora parti di questo paese in cui l’avvocato si prepara alla propria carriera professionale e dopo aver iniziato praticamente si limita a perfezionare e adattare ciò che ha già appreso. Ma si tratta di aree arretrate del paese, dove il cambiamento è raro e lento, e l’individuo una volta formato si ritiene formato per sempre.
E ciò che vale per l’avvocato, o il dottore, nelle zone più dinamiche del paese, vale anche in un certo senso per tutte le persone e fasce di istruzione. Le condizioni sociali, economiche, intellettuali, cambiano a velocità senza precedenti nella storia, e se gli enti preposti all’istruzione si gestiscono in modo inadeguato a questi cambiamenti, saranno moltissime le persone a ritrovarsi in futuro senza una formazione che gli consenta di adattarsi. Verranno abbandonati a sé stessi diventando un fardello per la comunità. Il progresso è qualcosa di inarrestabile e sicuro, e lo stesso deve avvenire per l’istruzione. Un giovane diciottenne può essere preparato ad affrontare la situazione di quando avrà diciannove anni, ma non certo quella di quando sarà quarantacinquenne. Se ci arriva preparato è perché la formazione negli anni ha saputo mantenere il ritmo.
Senza dubbio le conversazioni, i rapporti sociali, le riflessioni su ciò che si osserva e sperimenta, le letture di giornali e libri, contribuiscono molto; sono importanti strumenti di aggiornamento, per quanto discontinuo e disorganizzato. Ma non ci si può aspettare che basti così, che la comunità possa sentirsi esente dalla responsabilità di una formazione continua per tutte le classi e fasce sociali, al centro della quale si colloca la scuola. I quattro punti che sono stati sviluppati sopra, i quattro percorsi o occasioni che ho rapidamente schematizzato, descrivono in qualche modo il compito della scuola come centro sociale. In grado di offrire almeno in parte l’istruzione che mantiene un individuo aggiornato al rapido mutamento del suo ambiente.
Occorre offrigli strumenti di interpretazione del significato intellettuale e sociale del lavoro che svolge, in grado di chiarire le relazioni col resto della vita e del lavoro nel mondo. E sostituire obsoleti dogmatici rigidi metodi di disciplina sociale. A compensarlo anche della perdita di fiducia e riferimento all’autorità. E, infine, deve offrire mezzi per unire le persone e le loro idee e convinzioni, in modo da ridurre attriti e squilibri, inducendo maggiore simpatia e comprensione reciproca. Ma in che modi la scuola centro sociale può perseguire tali obiettivi? Per rispondere alla domanda con qualche particolare in più occorrerebbe spostarsi dalla sfera filosofica a quella delle pratiche. Ma rimane nell’ambito delle considerazioni teoriche indicare alcune linee generali.
Per prima cosa, nella scuola si mescolano le persone, in una influenza generale, e in condizioni in grado di promuovere reciproca conoscenza dei migliori caratteri di ciascuno. Direi, immaginando un quadro di riferimento per la scuola come centro sociale, che dovremmo pensare precisamente alla più adeguata classe. Ciò che vorremmo vedere è una scuola, qualunque scuola pubblica, che svolge il medesimo lavoro di diverse entità in diversi luoghi della città. Tutti conosciamo la funzione di enti come la Hull House, di non essere tanto erogatori di istruzione intellettuale, ma depositi di sapere sociale. Non si tratta di un luogo dove idee e convinzioni vengono scambiate nel quadro di una discussione formale, visto che la ragione in sé genera anche equivoci e sedimenta pregiudizi; ma di uno spazio dove le idee si incarnano in forma umana e si rivestono con la grazia vincente della vita personale. Le classi di studio diverse possono essere numerose, ma vanno concepite in quanto strumenti di incontro, eliminazione di barriere ci classe, razza, esperienze, , tutto ciò che impedisce la comunione reciproca. La funzione di centro sociale della scuola nel promuovere incontri per scopi sociali indica a sua volta un’altra funzione: offrire e coordinare divertimento, ricreazione. Il club, la palestra, il teatro amatoriale, il concerto, la conferenza illustrata, tutti grandi esempi di una forza che l’insediamento sociale ben conosce da tempo, e che si rivelano utilissimi ovunque venga destinato alle scuole tale ruolo di centro sociale. E credo che la ricreazione sia tra le forze etiche più sottovalutate.
La nostra tradizione puritana tende a farci considerare di solito assai poco questo aspetto dell’esistenza, a volte addirittura a condannarlo. Ma la domanda di tempo libero e svago, gioia e divertimento, resta una di quelle più fondamentali e forti della natura umana. Escluderla così significa favorire in realtà le sue espressioni più parziali e perverse. Dal bordello, al saloon, la sala da ballo di bassa lega, la sala gioco semiclandestina, tutto ciò che triviale sconsiderato deprimente caratterizza spesso qualunque angolo di strada, tutto rappresenta la risposta della natura umana all’abbandono di quelli che vorrebbero esserne di leader moral. E credo che non si possa individuare una forza più decisa per costituire la base di una riforma concreta delle condizioni sociali, del riconoscere la ricreazione nelle sue influenze positive, che è compito della comunità cogliere e orientare.
In terzo luogo credo che dovrebbe esserci un processo di continua selezione di tipologie specializzate (intendendo specializzate in senso relativo). Le nostre città sono impegnate nel settore delle scuole serali da ben prima che si iniziasse a parlare della scuola come centro sociale. Dovevano fornire istruzione essenziale a coloro che non avevano avuto alcuna occasione nella vita. E sinora sono andate benissimo. Ma ciò a cui sto pensando è qualcosa di più avanzato e di natura selettiva. Per tornare al modello operativo a cui mi riferisco ormai di continuo, ovvero le attività della Hull House, ci troviamo le classi di insegnamento musicale, disegno, lavorazione della creta, ebanisteria, ferro battuto e così via. Non c’è alcun motivo per non offrire anche qualcosa di analogo a laboratori scientifici a chi è particolarmente interessato a questioni di meccanica, elettricità e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Il metodo pratico di attuazione del modello di istruzione è di iniziare e poi attirare a sé persone particolarmente capaci in un particolare ambito. Esiste una enorme riserva di talenti inerti perché non utilizzati. Molti gli individui capaci senza esserne davvero consapevoli, perché non hanno mai avito l’occasione di esprimersi. Non solo lavorativamente, ma privando la società di questo capitale sprecato. I danni di un mancato introito economico non sono nulla in confronto a quelli dell’aver mancato di valorizzare una risorsa. Col tempo, confido che la comunità possa riconoscere come parte dei propri compiti quello di fornire tali occasioni agli adulti, consentendo loro di scoprire e sviluppare più pienamente le proprie capacità specifiche, così come si fa istruendo i più giovani.
In conclusione, possiamo dire che l’idea della scuola come centro sociale nasce dallo stesso movimento democratico. Ovunque vediamo segnali di crescente consapevolezza di quanto la comunità debba a ciascuno dei propri membri in termini di occasioni di crescita personale. Ovunque vediamo segnali di quanto la nostra vita collettiva venga ostacolata e impedita, per insufficiente cura di tutte le sue parti componenti. Non possiamo più considerare ciò una questione di misericordia, ma di giustizia, anzi di qualcosa di più e meglio della giustizia: un nuova indispensabile fase della vita.
Si dibatterà ancora a lungo sul materialismo socialista, sul socialismo considerato dal punto di vista della redistribuzione di risorse materiali nella collettività; ma esiste una forma di socialismo sul quale pare impossibile alcuna disputa: quello dell’intelligenza e dello spirito. Allargare in pienezza di condivisione le risorse spirituali della collettività ne rappresenta il senso più autentico. Perché non è più adeguato ai tempi l’antico modello di istruzione, la situazione è cambiata, ne avvertiamo i bisogni e chiediamo che la scuola si trasformi in centro sociale. Ovvero promozione di una forma di socialismo dell’immateriale, dell’arte, della scienza, e delle varie modalità di scambio e interazione.
da: The Elementary School Teacher, Vol.III n. 2, ottobre 1902, intervento al National Council of Education, Minneapolis, Minnesota, luglio 1902; Titolo originale, The School as a Social Center – Traduzione di Fabrizio Bottini
Nota: per cogliere meglio il percorso logico di «territorializzazione del sapere collettivo» che dalle prime riflessioni filosofico-sociologiche porterà sull’arco di una generazione a quelle urbanistiche in senso lato a definire il modello Neighborhood Unit (vedi tag a piè di pagina) si considerino almeno come passaggi intermedi in questa Antologia:
- Woodrow Wilson, Il Centro Sociale come strumento di comprensione reciproca, 1911
- Clarence Perry, Per un uso sociale dei complessi scolastici di quartiere, 1910


