La Gentrification Armata del Giustiziere in Metropolitana

New York Daily News, prima pagina 23 dicembre 1984

New York negli anni ’80 è una città in crisi ma percorsa da spesso confuse spinte alla rinascita. A Manhattan, il Greenwich Village è una piccola comunità culturale popolare fatta di classe operaia poeti e diversità. Molta parte del South Bronx è più simile a una discarica che a una zona urbana abitata, senza lavoro e servizi che lasciano orfana una intera generazione di giovani di colore. Iniziano a dilagare crack e cocaina. La criminalità violenta raggiunge il massimo. Mentre gli effetti della crisi fiscale si abbattono sul ceto medio. Si dice che i cittadini siano in preda al panico. Ma ecco che improvvisamente Wall Street ribolle di attività. Un nuovo ceto di professionisti urbani trasloca dal suburbio a speculare, fare jogging, pagarsi costose cene a casa o al ristorante. Come si scontrano tutte queste forze nella città resa instabile da decenni di white flight?

Una delle risposte è l’imporsi del personaggio di Bernie Goetz. Pochi giorni prima di Natale 1984, questo artigiano elettricista sale su un treno della metropolitana e apre il fuoco su quattro ragazzi neri dopo che uno di loro gli ha chiesto cinque dollari. Tutti gravemente feriti. Lasciando il pavimento viscido di sangue, Goetz scappa come in un cartone animato dentro la galleria e sparisce in New England, dove resterà nove giorni prima di costituirsi alla polizia. Mentre tutta New York, tra politica, stampa popolare, e molti abitanti, che lo celebrano come un vero eroe che si è ribellato ai «tagliagole della metropoli».

Il vero significato di quella sparatoria per la politica americana diventa oggi oggetto per due libri. In Fear and Fury, Heather Ann Thompson ci propone in una precisa ricostruzione il processo in cui l’epoca di Ronald Reagan con le sue diseguaglianze contribuisce a produrre il risentimento razziale che permea il caso Goetz. Mentre Five Bullets, del conduttore CNN Elliot Williams, è uno scattante gergale resoconto giornalistico del processo Goetz, del suo contesto legale e sfondo sociale, concluso sostanzialmente con l’assoluzione dall’aggravante razzista. Entrambi i lavori sostengono la tesi della svolta culturale per il paese rappresentata da questo caso un po’ dimenticato, mentre il razzismo riemerge nelle ronde di oggi, più in generale della svolta a destra definitiva che è l’era Trump. Ma è anche vero che il caso Goetz fu un particolare fenomeno urbano. I bianchi tornavano a Gotham, e ci tornavano per riconquistare il territorio, le case, i traporti pubblici. Quella sparatoria fu, tra le altre cose, la scena iniziale molto clamorosa del poi ben noto processo di gentrification.

Con tutti i suoi aspetti decisamente negativi, il caso Goetz resta comunque una ricca fonte di singolari archetipi del dramma urbano. Lo stesso Goetz pare un tipico «urbanizzato». Cresciuto in una zona rurale dello Stato di New York, spostato in un primo tempo a lavorare per suo padre in Florida nel settore delle costruzioni. Nel 1975, quasi trentenne, si sposta in un monolocale al Village. Dopo essere stato vittima di una rapina, diventa ossessionato dalla sicurezza urbana e si procura illegalmente una Smith & Wesson. A un’assemblea di cittadini, dichiara che l’unico modo di «ripulire le strade» è di «liberarsi» di neri e latini, e lo dice usando i termini razziali più irriferibili. Dopo la sparatoria i quotidiani popolari lo descrivono come una specie di gelido giustiziere della notte alla Charles Bronson. Mentre Goetz è più il tipo nerd incazzato, versione cattiva dell’attore Eddie Deezen in camicia e cravatta da manager con gli occhiali da serial killers televisivo. Per sua stessa ammissione quando è salito su quel fatale treno della metropolitana era già in cerca di guai. Prima ancora che quel ragazzo gli chiedesse dei soldi pensava a sparare a qualcuno.

Le vittime – Barry Allen, Darrell Cabey, Troy Canty, James Ramseur – erano quel genere di persone di cui la città diffidava: giovani, neri, che avevano abbandonato la scuola in South Bronx, un quartiere particolarmente colpito dalla crisi economico-fiscale, dalle prime Reaganomics, dal dilagare del crack. Tutti con una piccola fedina penale di di reati minori da miseria, e che quel giorno stavano andando in centro con l’idea di forzare col cacciavite le macchinette di una sala giochi per rubare le monete. Va riconosciuto a Thompson il merito di presentarli anche con qualche illuminante elemento descrittivo di maggiore simpatia. Cabey, per esempio, aveva traslocato con la famiglia dalla periferia suburbana in una casa popolare dopo la morte del padre in una rapina di automobile. Ancora un ragazzino «baby-face» appassionato di videogame, appena sfiorato dal consumo di droghe. E anche il più gravemente ferito nella sparatoria, Cabey, pur lontano dagli amici e senza alcun atteggiamento di minaccia: Goetz gli sparò ripetutamente. Sbagliato il primo colpo gli si avvicinò, «Stai ancora bene, eccone un altro». Prima di colpirlo a bruciapelo bucandogli un polmone e tagliando la spina dorsale. Paralizzato e con danni permanenti al cervello.

Ma nonostante tutto il caso si impone come ribollente contenitore di reazione pubblica. Ogni possibile mestatore apprendista stregone esce dalla propria nicchia e sale a cercare qualche luce della ribalta. Curtis Sliwa, fondatore delle ronde cittadine Guardian Angels, prende posizione a favore di Goetz. Il procuratore federale Rudy Giuliani respinge la richiesta del Reverendo Al Sharpton di aprire un’indagine per violazione dei diritti civili. La National Rifle Association adotta Goetz come simbolo di «autodifesa». Mentre vivacissimi media tabloid si lanciano in una campagna di disinformazione fino a trasformare il caso in una sorta di referendum popolare sulla violenza dei neri. Il New York Post (poi assorbito dal gruppo di destra di Rupert Murdoch), esalta di Goetz «lo stile freddo e lineare» riducendo le vittime a «fedine penali ambulanti». Il Daily News si inventa la notizia falsa secondo cui i ragazzi erano armati di «cacciaviti appuntiti» (un equivoco arrivato fino ai nostri giorni). Secondo la storica Thompson «La tesi sostenuta è ovvia: non sono affatto vittime ma criminali».

A parte il giudizio dell’opinione pubblica, Goetz affronta le accuse di tentato omicidio, aggressione, possesso non autorizzato di arma da fuoco. Tutta la vicenda e cronaca processuale, precisamente ricostruita da Williams, ruota attorno alla questione del «ragionevole dubbio»: è socialmente lecito pensare che un individuo nella posizione di Goetz reagisca in quel modo? Il procuratore Gregory Waples mostra alla giuria il video in cui Goetz ammette e confessa, riconoscendo un tentato «omicidio a sangue freddo». Fa testimoniare chi ha assistito alla sparatoria, spiega ai giurati l’esecuzione mirata del giovanissimo Cabey, fulcro di tutto l’impianto accusatorio. Ma tutta l’intensa oggettività di Waples, trova sull’altro versante la teatralità della difesa di Barry Slotnick, avvocato spesso consulente della criminalità organizzata, di cui Goetz è riuscito ad assicurarsi i servigi grazie alle donazioni dei gruppi ultraconservatori. La difesa ripercorre il meccanismo della sparatoria usando comparse volontarie dei minacciosi Guardian Angels a impersonare i ragazzi neri, trascinando per l’occasione la giuria fuori dall’aula del tribunale, in una ricostruzione del vagone allestita ad hoc (con tono curiosamente puntiglioso, Slotnick insiste nel definire quell’uscita «gita scolastica studio»). Uno psichiatra testimonierà come Goetz mancasse di «controllo consapevole» delle proprie azioni e fosse spinto invece durante la sparatoria dal «pilota automatico» innestato dalla paura.

L’accusa non riuscirà a superare la furia e il terrore collettivo dell’opinione pubblica. I giurati, alcuni a loro volta già vittime di qualche reato, condanneranno Goetz per il possesso e uso dell’arma, e non altro; resterà recluso otto mesi, la maggior parte dei quali nel protettissimo «raggio delle celebrità» di Rikers Island. La madre di Cabey, devastata da questa indulgenza, riassume che un atteggiamento collettivo del genere «autorizza chiunque a mettersi a sparare contro dei ragazzi neri».

Cosa possiamo dedurre, in una prospettiva attuale, dall’immagine pubblica di Goetz? La sparatoria evidenzia una diffusa convinzione, su cui concordano anche gli autori Thompson e Williams, secondo cui chiunque fosse nero e povero costituiva una minaccia, a giustificare qualunque reazione da parte dei bianchi. Lo stesso atteggiamento di cui vediamo la metastasi in epoca Trump, mentre continua invece il calo dei reati. Le leggi sulle armi da fuoco codificano questo stato delle cose: le decisioni della Corte Suprema e quelle statali sulla «difesa del proprio territorio» facilitano chi prima spara e poi dichiara di farlo per autodifesa (come Goetz). Se un bianco spara a un nero, nella logica di queste leggi, è sempre molto più giustificabile che in altre combinazioni razziali. Entrambi i libri di ricostruzione individuano in Goetz un crudo precedente per tutto il campionario futuro dei sommari giustizieri, da George Zimmerman a Kyle Rittenhouse a Daniel Penny.

Secondo Williams, che è stato procuratore, allora come oggi i dettagli legali sono essenziali. Conclude che le mani della giuria con Goetz fossero legate. «Occorre distinguere la difesa legale dalle accuse di crimine violento in base alle leggi – scrive Williams – dal giudizio morale». Ma, si ricorda subito al lettore, pensiamo quel che sarebbe successo invertendo le razze di vittime e carnefice della sparatoria. La legge è una convenzione sociale, soggetta a interpretazione, una interpretazione a cui molto contribuiscono i media, nonché il valore attribuito a determinati soggetti. Five Bullets da questo punto di vista offre parecchi spunti anche se non sviluppa a fondo il sistema di poteri in gioco.

L’argomentazione di Thompson è invece più ambiziosa, in una prospettiva di interpretazione innovativamente materialista. Fear and Fury esprime quantità incredibili di ricerca in una narrazione estremamente leggibile (anche se la prosa appare a volte piatta, rispetto a quanto visto nel libro della medesima autrice vincitore del Pulitzer, Blood in the Water, in cui Thompson ricostruiva nel 2016 la rivolta del carcere di Attica). In questa narrazione l’episodio di Goetz si inserisce in quella drastica svolta politica ed economica indotta dalla presidenza di Ronald Reagan e proseguita in seguito. La logica introdotta dal New Deal era considerata esaurita a favore del nascente neoliberalismo.

Tagli fiscali per i più ricchi, tagli di servizi per i poveri. Politici e media schierati coi bianchi di ceto medio come Goetz, a incolpare i cittadini di colore di tutti i mali della società. «La riuscita del programma della Rivoluzione Reaganiana, dipendeva anche dalla capacità di attizzare il risentimento razziale, oltre che da una graduale normalizzazione»: Goetz agiva spinto da questo flusso storico, anche se il suo lascito si deve leggere molto più localizzato. La sparatoria costituiva il segnale di una nuova forma di esclusione urbana, dopo decenni di crisi. Già negli anni ’70, l’élite di potere di New York di fronte a una base fiscale in via di prosciugamento, pensava a qualche programma per attirare di nuovo in città classi più agiate, abbandonando sempre di più al contempo sistematicamente a sé stessi i poveri. E nessuna terapia appariva più conveniente di quella immobiliarista: incentivi fiscali, facilitazioni finanziarie, urbanistica e edilizia più deregolate.

«Il boom edilizio favorito da queste scelte – commenta l’urbanista Tom Angotti – ha condotto dagli anni ’80 a un forte incremento dei valori dei terreni e degli affitti, all’espulsione dei redditi più bassi e delle minoranze etniche, oltre a creare un massiccio problema di homeless». Pattuglie e ronde nelle vie e nella metropolitana erano una terapia ancora più aggressiva. Nei decenni successivi la medesima strategia si arricchirà di infiniti episodi di criminalizzazione degli abitanti più poveri e di colore, spiega Thompson nella sua vivida ricostruzione. Una città «ripulita» è lo spazio su cui confluiscono speculatori immobiliari e bianchi di ritorno dal suburbio, mentre per i newyorchesi di colore si restringe sempre di più ogni spazio pubblico e privato.

Nella mia personale terminologia non esiste qualcosa che si possa definire «cittadino gentrificante», etichetta applicabile correttamente alla politica, all’urbanistica, ai grandi speculatori immobiliari. L’azione del singolo esprime un sintomo, di quello che è un grande malessere urbano. Il cittadino comune degli anni ’80 cercava sicurezza, come farebbe chiunque. Ma nel caso Goetz si esprime comunque qualcosa di più sinistro: la volontà diffusa di «cancellare gli indesiderabili» invece di aiutarli. Si inserisce nella svolta radicale di New York, molto prima che la città diventasse un deserto di eleganti torri e ristoranti dietetici di tendenza, esteso da Brooklyn alle sponde del Bronx. Visti in questa prospettiva, Goetz e i suoi sostenitori si trasformano in una sorta di avanguardia della ipergentrification sempre più attiva.

Nel 1996, una causa civile contro Goetz risarciva in qualche misura Darrell Cabey. Concentrandosi sull’atteggiamento razzista dello sparatore, una giuria a composizione prevalentemente di colore del Bronx, riteneva Goetz responsabile della disabilità permanente di Cabey, imponendogli di pagare danni per 43 milioni di dollari. Dichiaratosi nullatenente Goetz non ha pagato nulla alla famiglia di Cabey. Le altre vittime non hanno neppure avuto un risarcimento simbolico. Due sono morti dopo anni di prigione e tossicodipendenza; uno si è sposato e conduce una vita ritirata nella zona nord della città. La famiglia Cabey ha abbandonato il Bronx per la Rockland County, seguendo anch’essa il nuovo flusso della suburbanizzazione da espulsione.

Goetz, da par suo, ancora imperversa al Village. Ha consolidato una posizione di mascotte di una certa parte della città, si è anche candidato alle elezioni più volte in una lista ispirata al vegetarianismo. Nel 2013, è stato fermato per cessione di marijuana a un poliziotto in borghese, ma senza conseguenze legali. Lo si può ancora incrociare mentre dà da mangiare agli scoiattoli a Union Square Park, da sempre sua grande passione. «New York City non è più quella di quarant’anni fa» ha appena commentato sul New York Times la pubblicazione di due libri che ripercorrono le sue più famigerate gesta. «Un sacco di bei negozi comodi e non c’è nemmeno bisogno di girare in automobile». Con tutto il suo ruolo di promemoria del fosco passato di New York, Goetz è anche un comune consumatore e cittadino pedone. Come si addice a tutti nel mondo di oggi.

da: American Prospect, 9 aprile 2026; Titolo originale:The Legacy of the Subway Vigilante – Traduzione di Fabrizio Bottini

RIFERIMENTI

Heather Ann Thompson, Fear and Fury: The Reagan Eighties, the Bernie Goetz Shootings, and the Rebirth of White Rage, Pantheon

Elliot Williams. Five Bullets: The Story of Bernie Goetz, New York’s Explosive ’80s, and the Subway Vigilante Trial That Divided the Nation Penguin Press

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