BUNJU, alla periferia di Dar es Salaam, la più grande città della Tanzania, riassume molti dei caratteri del nuovo suburbio africano. Le case, che sono un po’ finite, metà finite, o neppure iniziate. L’amministrazione deve ancora asfaltare le strade, ma già si insediano anche le prime attività. C’è una scuola privata di inglese, un negozio di animali, un parco acquatico, una palestra, una farmacia. Ma non mancano le vistose tracce del recente passato campagnolo di Bunju. Mucchi di mattoni intervallati a piante di granturco. Ragazzini che si arrampicano sulle palme a raccogliere noci di cocco che poi vendono lungo la strada principale.
L’Africa, già piuttosto urbanizzata, si urbanizza molto più velocemente del resto del mondo. Nel 2050 la quantità di megacity (oltre 10.000.000 di abitanti) passerà da 3 a 17, al secondo posto mondiale tra continenti, prevede il programma Africapolis, emanazione del Sahel and West Africa Club, affiliato all’OCSE dei paesi ricchi. Tra le mega città Dar es Salaam, con una popolazione raddoppiata dai 6,9 milioni di oggi ai 15,6. Gran parte di questa crescita avverrà oltre i confini amministrativi, man mano la città si allarga sulla zona rurale. Non si tratta di periferie simili a quelle dell’Occidente. Quella che sta prendendo forma cambiando il continente è una idiosincratica suburbia africana.
In qualche momento all’inizio di questo secolo la popolazione dell’Africa è diventata per la prima volta prevalentemente urbana, secondo Africapolis, classificando come tale qualunque agglomerazione di almeno 10.000 abitanti. Dal 2000 al 2025 questa popolazione urbana africana è cresciuta da 248 milioni a 829, dal 32% al 57% del totale (le Nazioni Unite usando un criterio più ristretto calcolano un 45% sul totale). Sono 106 le città con almeno un milione di abitanti. Per verificare quanto le città africane siano cambiate nell’ultimo decennio, The Economist ha usato i dati spaziali open source di WorldPop. Abbiamo preso quelle stime di densità di popolazione per chilometro quadrato d’Africa, poi diviso il continente per nuclei centrali (almeno 1.500 persone al kmq) fasce suburbane (fra 300 e 1.500) zone rurali (meno di 300). Calcolando che l’area totale delle città con almeno 100.000 abitanti è cresciuta di 74.000 kmq: una superficie di poco superiore a quella dell’Irlanda. Quasi tre quarti (72%) di questa superficie di espansione si qualifica come suburbana. Ricostruendo una mappa nel tempo questa somiglia a una macchia di inchiostro assorbita su un foglio di carta.
Rileviamo anche come la popolazione dei nuclei centrali (in crescita del 44%) e quella del suburbio (più 41%) sia crescita a tassi simili. A Dar es Salaam, la popolazione suburbana negli ultimi dieci anni è aumentata del 54%, più in fretta che nel resto del suburbio africano. Altre fasce suburbane a crescita veloce sono quelle di Dakar, la capitale del Senegal, Kumasi, seconda città del Ghana, Hawassa, in Etiopia, Kano, nella Nigeria settentrionale. È in questi contesti che si sta forgiando il ceto medio africano. Un caso studio è quello di Salisala, zona a sud di Bunju, studiata da Claire Mercer della London School of Economics (LSE). Che scrive nel suo libro The Suburban Frontier, come condivida alcune caratteristiche dei medesimi quartieri occidentali più ricchi, a partire dalla centralità delle automobili. Ma se i suburbi occidentali sono in qualche modo pianificati e inseriti nelle reti di servizi della pubblica amministrazione prima della trasformazione edilizia, luoghi come Salisala costituiscono una «frontiera suburbana fai-da-te».
A Dar es Salaam i lotti edificabili si comprano in un mercato non ufficiale dove operano intermediari informali speculatori. Le case sorgono lentamente man mano sono disponibili le risorse per costruire. Aspetto caratteristico dell’Africa sub-sahariana, dove secondo la Banca Mondiale solo il 5% degli adulti nell’ultimo anno ha ottenuto un mutuo, e soprattutto in Sudafrica. Per le città africane è prevista una ulteriore espansione. Uno studio in corso di pubblicazione della Banca Mondiale prevede che dal 2025 al 2050 il territorio urbanizzato dalle città dell’Africa sub-sahariana crescerà del 90%, un po’ più rapidamente della prevista crescita di popolazione dell’85%. E potrebbe trattarsi di una stima fin troppo prudente. Gli studiosi di discipline urbane usando un criterio empirico, basato sulle tendenze storiche dei paesi in via di sviluppo, ritengono che quando al raddoppio della popolazione di una città la superficie urbanizzata triplichi.
Nei prossimi 25 anni l’Africa urbana raddoppierà la superficie, aggiungendo 275.000 kmq, secondo Africapolis: è l’equivalente di oltre 4.000 Manhattan, o 400 Singapore. Spunteranno migliaia di nuove città e cittadine; molte sparse come piccole stelle in galassie di agglomerazioni del tipo di Dar es Salaam, o Lagos o Nairobi. Sarebbe un vantaggio per l’Africa: grandi città vuol dire mercati, maggiore densità di talenti, una ampia base fiscale. Ma risulta più debole, in Africa rispetto all’Asia, il rapporto tra urbanizzazione e PIL, sostiene Kurt Lockhart dell’Africa Urban Lab (AUL), gruppodi lavoro alla African School of Economics in Tanzania. L’Africa si sta urbanizzando pur restando più povera di altri territori che l’hanno preceduta. Quando la popolazione urbana africana è diventata del 40%, il prodotto individuale era in media di 1.500 dollari; quando la cifra corrispondente per l’America Latina era di 2.500 e per l’Asia Orientale di 5.400.
Nella urbanizzazione imperfetta dell’Africa la povertà è al tempo stesso causa ed effetto. Dal 2014 al 2020 i governi del continente hanno speso solo 27 dollari ad abitante in infrastrutture. E gli effetti si vedono nel disordine delle città africane. A Manhattan o Londra circa un quarto della superficie totale è occupato da strade; a Dakar, Accra o Nairobi è circa un ottavo. Non aiuta il fatto che spesso i servizi vengono realizzati solo dopo il popolamento delle aree. Questo tipo di realizzazione infrastrutturale successiva costa il triplo di quella preventiva secondo il londinese International Growth Centre della LSE. Ancora più complicato quando la crescita tumultuosa scavalca diverse circoscrizioni amministrative. Bamako, capitale del Mali, è divisa tra 12 circoscrizioni diverse.
Regole obsolete e incertezza di diritto fanno aumentare i costi per i privati e diminuiscono la disponibilità di case. Secondo l’ONU in Africa mancano 120 milioni di abitazioni. Oltre la metà delle famiglie spende per l’affitto della casa almeno il 30% del proprio reddito, più che in qualunque altra regione. In altre parole sembra che l’Africa non riesca a trarre dalle città il vantaggio che potrebbero dare. Aiuterebbe una migliore programmazione. Ma in Africa in media c’è un pianificatore urbano ogni 100.000 persone, un ventesimo della media OCSE. E parecchi programmi complessi di trasformazione spaziale predisposti e finanziati non riescono mai ad essere attuati.
L’equilibro da trovare potrebbe trovarsi tra un eccesso di programmazione e uno sviluppo totalmente non-governato. Patrick Lamson-Hall, coordinatore per l’espansione urbana di AUL, sostiene che le città africane più efficaci ripercorrono lo schema di quelle europee e americane nel XIX secolo: previsione, inquadramento di massima (strade principali, lottizzazioni), e poi lasciare lo sviluppo organico. Nel caso delle città dell’Etiopia questo modello ha consentito di far sì che il reddito degli abitanti crescesse più di quello delle città a sviluppo spontaneo. Kenya, Mozambico, Ruanda, Somalia e Uganda provano a riprodurre un simile urban expansion planning.
Anche il suburbio di Bunju è un esempio di questa mezza pianificazione urbanistica. Nei primi 2000 il governo della Tanzania ha lottizzato i terreni e tracciato le strade. Forse un progetto un po’ troppo sommario: lotti grandi e qualche concessione ai proprietari che avevano buoni contatti politici. Ma oggi i valori immobiliari sono più alti di suburbi comparabili a crescita spontanea. L’indicazione pare chiara: le città africane stanno crescendo ed è molto meglio preparare il futuro urbano che riparare i danni più tardi
da: The Economist, 4 luglio 2026; Titolo originale: African Suburbia – Traduzione di Fabrizio Bottini

