L’idea di Howard trovò sul continente e oltre Atlantico una immediata accettazione. Già nel 1903, in modo più limitato, e negli anni successivi poi con particolare vigore, sorsero anche fuori dalla Gran Bretagna le prime Garden Cities Associations. Dapprima il movimento si sviluppò in Francia (1903), in Germania (1904) e in Olanda (1905), per passare poi negli Stati Uniti d’America e nella stessa Russia (1911), e culminare, nel 1913, nella nascita della International Garden Cities and Town Planning Federation (oggi col nome di International Federation for Housing and Planning). Le diverse condizioni ambientali, ma soprattutto la formazione culturale sulla quale le idee di Howard, diedero l’avvio a correnti nazionali diversamente portate a giudicare le esigenze di decentramento. Un elemento possiamo comunque considerare comune alle varie esperienze: la tendenza a far coincidere in molte circostanze la Garden Cities con i Garden Suburbs favorendo pertanto uno sviluppo e potenziamento delle periferie già allora in una prima costante fase di espansione.
Per cui si può a ragione affermare che in quegli anni più che Welwyn e Letchworth furono le esperienze come quella di Hampstead ad interessare l’Europa e l’America; tenuto conto anche del fatto che lo sviluppo dei trasporti urbani e suburbani veniva rapidamente condizionando la nuova struttura delle città e la localizzazione delle nuove aree urbanizzate. Le sole esperienze che in questo periodo rimangono legate all’idea howardiana e alla prima forma di decentramento di tipo anglosassone furono quelle condotte da industrie le quali al processo di sviluppo e di riorganizzazione a livello produttivo trovavano utile associare un ridimensionamento nelle strutture urbanistiche; oppure quelle esperienze nate dallo spirito di intraprendenza di qualche filantropo illuminato. Queste comunità, che ritroviamo soprattutto in Francia e in Germania, si riallacciavano a precedenti esperienze nate qui, come in Gran Bretagna, negli anni precedenti all’inizio del secolo XX.
Ad Essen nel 1873 Krupp aveva costruito la colonia operaia di Kronenberg su di un impianto a scacchiera ispirato all’edilizia parigina del tempo con strade ampie fiancheggiate da filari di alberi. Più tardi per la colonia di invalidi di Altenhof il piano fu concepito romanticamente, con strade in curva, edifici allungati e sinuosi e slarghi improvvisi. Agli inizi del nuovo secolo l’esperienza inglese doveva in parte influire sulle nuove esperienze continentali e nel 1906 Margaretenhofe veniva costruita in piena campagna secondo principi che si ricollegano in parte alle esperienze delle città-giardino. Direttamente legate alla imprenditorialità privata sono pure le esperienze di Dresden del 1908 e di Canberra del 1909. In questa nuova fase di decentramento funzionale, nato in questo principio di secolo in Europa, ancor più che in quello anglosassone ci sembra di ritrovare riproposti i termini e le idee di Owen e del socialismo «utopistico» in buona parte basato sulla necessità di associare l’organicità delle forme industriali di piccola dimensione (a tipo quasi artigianale) con le esigenze proprie della razionalizzazione industriale in atto.
Nella sostanza tutte le esperienze di applicazione del concetto di città giardino dal 1900 fino allo scoppio della seconda guerra mondiale non si diversificarono da una più o meno razionalizzata forma di decentramento suburbano, anche all’interno di quelle realtà dove sarebbe stato logico immaginare una diversa caratterizzazione. Ci riferiamo alla realtà americana ed a quella sovietica dove, se si escludono pochi esempi di città minerarie e di città agricole mono-funzionali, nate in modo autonomo e per alcuni aspetti organiche, l’equilibrio posti di lavoro residenti attivi è stato sempre in un modo o nell’altro compromesso. È quindi comprensibile che la prima esperienza, quella «ante-Barlow» per intenderci, sia stata ampiamente criticata dagli studiosi non solo per i suoi concetti ispiratori, ma soprattutto per i risultati pratici di cui essa è stata portatrice.
Quella che ci sembra a questo punto interessante prendere in esame si restringe pertanto alle iniziative intraprese sulla base dell’esperienza post-bellica inglese. Il fatto che da una situazione di mera privatizzazione dell’esperienza si sia arrivati ad una sua pubblicizzazione; il fatto poi che l’esperienza delle New Towns sia stata organicamente inserita nel quadro più vasto di una «politica demografica» a livello nazionale, e che infine con gli ultimi interventi le New Towns e le «Expanded Towns» abbiano assunto il ruolo di «elementi di prim’ordine del piano»; tutto ciò sembrerebbe dover in qualche modo aver influito sulla politica urbanistica di altri paesi; in particolare di quelli ad economia pianificata, oppure nei riguardi di una realtà quale quella statunitense profondamente caratterizzata secondo certi modelli correnti di urbanizzazione.
Prendendo in esame le varie esperienze che sono venute sviluppandosi in quest’ultimo ventennio, notiamo invece che:
a) l’esperienza programmata di costruzione di New Towns con caratteri simili o comunque riconducibili alla realtà britannica si è sviluppata solo marginalmente al di fuori di quella prima classica esperienza;
b) sono stati soprattutto i paesi in fase di prima urbanizzazione a trarre proficuo insegnamento dalle esperienza inglese postbellica ed in minor misura quelli in fase già avanzata di sviluppo.
Per quanto riguarda i punti a) e b) accennati qui sopra possiamo comunque notare come l’Unione Sovietica abbia rivolto molto interesse specie in questi ultimi anni, alla politica delle nuove città, anche se ciò non ha dato, almeno per il momento, risultati decisivi. Otto città satelliti, per esempio, sono state programmate attorno a Mosca e sette attorno a Leningrado, mentre da parte dell’Accademia di Architettura si è pervenuti alla ipotizzazione di un modello di sviluppo di città centrali e poli urbani satelliti della dimensione rispettivamente di 200.000 abitanti (per il polo centrale) e di 40.000-60.000 abitanti (per le città satelliti che dovrebbero essere nel numero di 8-10) da distribuirsi sull’intero territorio delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.
L’intero sistema che dovrebbe accogliere 600.000-700.000 abitati non ci sembra però che sia stato tuttora messo in atto; mentre rimane aperto il problema del ruolo che le singole parti dovranno assumere all’interno del sistema così concepito e dei tempi di attuazione (cosa, questa ultima, che secondo i criteri più attenti costituisce l’elemento di maggior difficoltà in un piano come questo). Specie a conseguenza delle esigenze sorte in fase di attuazione del piano di ricostruzione post-bellica, ingenti sono stati gli sforzi urbanistici operati nell’Unione Sovietica. È stato per esempio calcolato che negli ultimi 30 anni sarebbero sorti in Russia circa 565 agglomerati urbani aventi carattere più o meno riconducibile allo schema delle nuove città. Da parte sua A. Pierre stima che più di 300 unità urbane siano sorte in URSS tra il 1926 e il 1939.
Durante la seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi sono per esempio nate nuove città come Molotovsk (nel 1946) all’imbocco della Dvina con lo scopo di potenziare gran parte della regione polare occidentale; e Vorkouta (nel 1943) centro artico di estrazione del carbone. Nel 1958 al XX Congresso del PCUS è stata decisa la costruzione di Jange-Er che dovrà assumere il ruolo di centro amministrativo ed economico della Goldnaja Step, lungo il futuro canale che è destinato ad irrigare la steppa. Per la Siberia è stata inoltre preventivata la costruzione di 3 nuove città: Brats, nella taiga, città residenziale legata allo sviluppo industriale di aree più o meno prossime; Taichet, oggi piccolo nodo ferroviario dovrà divenire un centro economico commerciale di grande importanza; Kritovo, che dovrà alloggiare da 50.000 a 60.000 residenti (essendo molto vicina alla foresta dovrà essere costruita con materiali infiammabili). Altre nuove città sono poi state programmate in particolare in aree desertiche del Nord, come le cottà polari di Vorkuts, Durinka e di Jutarj. Nella repubblica dello Azerbajan troviamo la città di Mingecaur; mentre, in connessione con la costruzione dell’officina metallurgica trans-caucasica, nella repubblica della Georgia dovrà svilupparsi la nuova città di Rustavi.
Dobbiamo però aggiungere che i piani di sviluppo di queste città sono nel complesso ben lungi da rispettare quella forma di programmazione urbana, che definiremo «globale», che ha caratterizzato le New Towns britanniche; e che inoltre la costruzione delle stesse è avvenuta senza un preciso piano, a volte per decisione degli organi periferici, oppure per cause contingenti (in particolare sotto la spinta dell’avanzata tedesca). Per cui in sintesi possiamo affermare che gli interventi fin qui condotti in URSS, in questo campo, mettono in luce due precise tendenze: a) in primo luogo l’assoluta assenza di aree fortemente «congestionate» dal punto di vista residenziale ed industriale come premessa a qualsiasi piano di sviluppo di nuove città; in secondo luogo la crescente necessità, da più parti riconosciuta, di potenziare lo sfruttamento di risorse minerarie ed agricole attraverso lo sviluppo o la nascita di comunità urbane di una certa dimensione e con un certo livello di organizzazione sociale al suo interno.
Gli altri paesi dell’Est hanno in diverso modo organizzato la costruzione di nuove città; l’esperienza più interessante, in questa direzione, è quella della Polonia, dove troviamo i due centri di Gdynia e di Nova Huta. Nova Huta, a 10 km da Cracovia, in piena campagna, è destinata ad alloggiare i lavoratori del nuovo centro siderurgico creato a 6 km dalla città. Più che una nuova città con specifici caratteri di «bilanciamento» (specie a livello occupazionale) Nova Huta potrebbe essere definita una Company Town. Aspetto interessante è la sua struttura interna; la città, prevista per 100.000 abitanti, è divisa in quartieri di 400 metri per 400 suddivisi a loro volt ain blocchi di appartamenti. Particolare interesse ha rivestito pure la costruzione della città di Nowe Tychy, pure in Polonia.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti d’America abbiamo due tipi fondamentali di esperienze: quella suburbana delle periferie e delle città satelliti che ha trovato ampia applicazione negli anni attorno alla seconda guerra mondiale (con intervento quasi interamente privato). La seconda esperienza è quella dettata dalle esigenze belliche e ad esse connesse che hanno favorito il sorgere e svilupparsi di vere e proprie New Towns (città militari, città atomiche ecc.) in aree per lo più disabitate e deserte (con intervento quasi unicamente pubblico). L’intervento pubblico ha pure ampiamente operato in questa direzione all’interno di alcune esperienze di sviluppo regionale (in particolare per quanto riguarda la Tennessee Valley Authority). Non sembra però che l’America abbia, fin ad oggi, colto il significato della politica delle New Towns come mezzo per limitare e coordinare lo sviluppo sub-urbano; anzi, sembra evidente la tendenza da parte della ideologia corrente americana a favorire il sorgere e lo svilupparsi delle periferie stesse secondo una logica ed una spinta autonoma.
Tale fenomeno trova il primo evidente riscontro nel fatto che anche i pochi esperimenti che in un primo momento risultavano avere alcuni punti in comune con le New Towns inglesi sono poi venuti via via mostrandosi nelle loro reali prospettive. Park Forest, per esempio, costruito a 30 miglia da Chicago come città autonoma industriale-residenziale, è stata attratta in parte dalla metropoli perdendo la sua caratteristica iniziale ad oggi, non a torto è considerato un quartiere periferico di Chicago. Alcuni accenni ad esperienze comuni bilanciate ed autonome esistono comunque anche in USA; per esempio Peachtree City a 30 miglia da Atlanta, dove dovrebbe trovare alloggio una popolazione di 50.000 ab.; la mancanza di una qualche politica federale in tal senso rende però problematico e difficile ogni ulteriore sviluppo di questa tendenza.
Sempre in America, degna di nota ci sembra invece l’esperienza canadese. Qui, come in altri paesi di recente industrializzazione e fortemente influenzati dalla cultura anglosassone, molte sono state le esperienze discretamente riuscite di New Towns sufficientemente «bilanciate», con carattere di autonomia abbastanza spiccato, e riconducibili, almeno per sommi capi, ad un modello di programmazione economica. Particolarmente importante appare l’spetto relativo allo sfruttamento delle risorse naturali. Oberlander, in un suo scritto su questo argomento, pone in evidenza l’esistenza nel Canada di almeno 3 tipi di New Town: nuove città nate per successivo accumulo di residenze; company town legate al processo di sfruttamento di specifiche risorse locali; città nate aotto la spinta pianificatrice a largo raggio. Secondo altri studiosi negli USA e Canada le nuove città possono essere classificate in:
a) città organizzate sulla base di una o più industrie, Longview (Washington), Kingsport (Tennessee), Kohler (Wisconsin); Oak Ridge (Tennessee); Kauskasing e Terrace Bay (Ontario, Canada).
b) città nate con intendimenti di decentramento residenziale all’interno di aree metropolitane con poli centrali di dimensioni particolarmente consistenti; Radburn (New Jersey); Greenbelt (New York); Park Forest (Chicago);
c) città create allo scopo di favorire la riorganizzazione di un ampio territorio; Norris (Tennessee).
In Europa l’esperienza di nuove città ha interessato soprattutto alcuni stati come Francia, Olanda, Germania e paesi nordici. I problemi da risolvere risultano qui però particolarmente eterogenei e le realizzazioni pertanto non possono essere ricondotte ad un unico modello. In Germania per esempio esiste, accanto al problema di decentramento industriale, anche il problema della sistemazione dei rifugiati; mentre in Olanda si tratta di costruire città di piccole dimensioni ex novo nelle aree prosciugate del nord parallelamente ad una riorganizzazione dei centri agricoli specie nell’est del paese. In Svezia troviamo alcuni interessanti esempi di città satelliti, specie attorno a Stoccolma (Vallingby e Farsta) solo in parte però aventi il carattere di vere e proprie New Towns.
In Francia il problema di fondo rimane quello del decentramento di Parigi e dello sfruttamento, specie nelle aree del sud-est, delle risorse naturali. L’esempio di Saint Dizier-le-Neuf può risultare al riguardo interessante; sebbene edificata in prossimità di un’area urbana già esistente di una certa importanza, questa cittadina, per la sua dimensione e forma (125 ha, 30.000 ab.) può non a torto essere considerata una New Town. Un piano ad hoc prevede lo sviluppo per il 1970 di quell’area al fine di permettervi l’insediamento di 60.000 ab.
Prima di passare all’esame dei paesi di più recente industrializzazione varrebbe la pena brevemente accennare alla esperienza giapponese dove alcune grandi città hanno raggiunto considerevoli dimensioni ed il problema del decentramento è fortemente avvertito. La difficoltà di applicare l’esperienza inglese in quel paese è stata però a più riprese presa in esame. Sembra infatti che in questa particolare situazione il sorgere di «città satelliti» debba considerarsi più favorevole. Un piano per Tokyo comprendente anche alcune città decentrate di medie dimensioni è stato già preparato; se ne attende la realizzazione. Le quattro esperienze più interessanti di applicazione pratica dei principi che stanno alla base delle New Towns in aree di recente industrializzazione sono quelle condotte in Israele, in India, in Cina, e nell’America del Sud. Da parte sua la Giordania, avendo dovuto con scarsi mezzi risolvere il problema dei profughi da Israele ha creato alcune città, anche di grosse dimensioni (in particolare quella presso Betlemme e quella presso Gerico che conta oggi oltre 30.000 abitanti). Più che di vere e proprie New Towns in questo caso però si dovrebbe parlare di «agglomerazioni temporanee».
In Brasile abbiamo l’interessante esperienza di Brasilia e nella Columbia Britannica di Kitimat, città quest’ultima costruita contemporaneamente alla fondazione di una nuova impresa industriale. Nella Repubblica Popolare Cinese nel 1959 è stata annunciata la costruzione di un piano di decentramento per Shanghai imperniato su un certo numero di garden-cities di 100.000 – 150.000 ab. L’esigenza di operare decentramenti di popolazione a più ampio raggio ed in modo organico ha però momentaneamente fatto sospendere la realizzazione di questo piano. In India abbiamo in atto un piano che prevede la costruzione di città secondo modelli riconducibili a 3 tipologie di New Town e precisamente: a) città capitali (Chandigarh, Bhuba Meswar); b) città per rifugiati dal nord; c) piccole città industriali. Non si conoscono però progetti in costruzione di nuove città che si propongano di decentrare popolazione dalle grandi aree urbane.
Israele è oggi uno dei pochi paesi che abbia costruito un piano di decentramento urbano, di sfruttamento delle risorse naturali, e di equilibrio fra regioni, per alcuni aspetti confrontabile con quello britannico. Il piano si impernia sulla costruzione accanto ai tre centri urbani principali oggi esistenti di Haifa, Gerusalemme e Tel Aviv, di 24 centri regionali aventi una popolazione media di 20.000 – 50.000 abitanti ciascuno.
da: Istituto Lombardo per gli Studi Economici e Sociali ILSES, Il decentramento urbano nella programmazione delle regioni metropolitane – L’esperienza delle New Towns – Direttore della ricerca Achille Ardigò, Saggio Bibliografico, Milano luglio 1965
Le immagini inserite nel testo, senza alcuna relazione diretta con esso salvo quella generale della «città nuova» di quel periodo storico, sono da: Pierre Merlin, Les Villes Nouvelles.Urbanisme régional et aménagement, Presses Universitaires De France, Parigi 1969


