L’incubo suburbano al cinema e non solo

Suburbicon, screenshot YouTube

Tutto l’universo suburbano nasce inquinato. Niente pare più vergognoso nella storia americana del National Housing Act 1934. Pensato per favorire mutui e abitazioni in proprietà, si organizza però attorno all’idea di «redlining»: concedere e favorire quei mutui in zone considerate finanziariamente redditizie, negarli altrove. E trattandosi dell’America, quella sottile linea rossa di separazione non poteva essere che razziale. Man mano dopo la fine della guerra quelle nuove costruzioni di case spuntavano disperse su tutto il Paese, erano banche e investitori ad avere licenza di uccidere mutui richiesti da neri, o da chi volesse richiederli in aree abitate da neri. Per gran parte del ventesimo secolo, se volevi i contributi per comprarti la casa americana, non bastava essere bianchi: dovevi stare insieme a tutti altri bianchi e a loro unirti nel grande esodo suburbano. Per gli altri il medesimo steccato bianco fungeva da cartello ammonitore: ALLA LARGA.

Troviamo uno squarcio di quella realtà in Suburbicon, la nuova regia di George Clooney. Ambientato nel 1959, il film oscilla tra la commedia e il dramma, con la partitura aspra tipica del Fratelli Cohen, anche se il tentativo di affrontare il razzismo istituzionale entra in modo assai discontinuo. Clooney pare più sintonizzato sulla versione più nota del «borgo», quella che ci raccolta la storia eterna dell’abisso tra chi abita nelle villette e ciò che accade oltre le tendine del soggiorno sempre chiuse. Dove al minimo c’è sadomasochismo con una racchetta da ping pong in in brodo ristretto di menzogne e violenza. Eh: del resto siamo poi nel suburbio.

Esiste il genere del cinema suburbano, ed è sempre stato caratterizzato da quei giri guidati nelle minacce cul-de-sac. Rilassatevi e cercate di scoprire chi è l’assassino (L’Invasione degli Ultracorpi), o i comportamenti del criminale pizzicato in flagrante (Edward Mani di Forbice), i disastri matrimoniali (Revolutionary Road), l’adulterio senza gioia (Tempesta di Ghiaccio), il nichilismo adolescenziale (Giovani Guerrieri). Solo calcolando le annate 1998 e 1999, i pericoli suburbani coprono il campo dalla noia dell’età adulta (American Beauty) alla pedofilia (Felicità) fino al moralismo estremo virtuale (Pleasantville) o a una intera esistenza chiusa dentro un opprimente reality televisivo (Truman Show). Girate per un po’ nel suburbio, come succede nel piuttosto pedestre adattamento da Stephen King, l’Allievo, e riuscirete ad inciampare in un anziano fuggiasco nazista. Dove altro? L’originale di riferimento resta pur sempre Blue Velvet, con quelle inquadrature iniziali di cieli idilliaci e cespugli di rose. Poi David Lynch ci porta per mano dentro l’anima suburbana, attraverso il prato falciato di erba fresca, e tra i fili d’erba nel primissimo piano di brulicanti insetti. Boom: eccolo qui il vero suburbio, segretamente orrendo, orribilmente pulsante.

Ma il cinema ci vedeva qualcosa di sbagliato da più lunga pezza. Nella Hollywood del tempi che furono, tutta l’America si riassume in sfondi ben precisi, dalla Grande Città, alla Campagna Profonda, al Paesello Tradizionale. Suburbia è però qualcosa di completamente diverso: nuovi perfettamente lindi schieramenti di casette segregate. In cui il cinema è attentissimo a scoprire subito quel che non va. Il grande Nicholas Ray suona l’allarme già nel 1956, con Dietro lo Specchio, in cui James Mason insegnante suburbano viene trascinato in una ossessione maniacale para-fascista da una ricetta medica. Nella medesima epoca i melodrammi di Douglas Sirk ci raccontano sino a che punto possa rivelarsi brutale con una donna, imprigionata in un grembiule da cucina e nelle convenzioni sociali. Dopo Sirk verrà La Fabbrica delle Mogli, eroine anni ’70 misteriosamente sedotte da prendisole stampati e scambi di ricette. Per le donne il suburbio può essere letale. Anche Steven Spielberg, in genere considerato autore suburbano per antonomasia, risulta piuttosto ambivalente, ma la cosa non ci deve sorprendere. Studente delle superiori a Saratoga, California – quello che nella sua biografia definisce «agiato suburbio con famiglie da tre automobili» – l’adolescente Spielberg scopre come il suo essere ebreo evochi di tutto, da umilianti insulti e periodici pestaggi. Ancora tanti anni dopo, mentre E.T. o Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo si affermano come classicissimi film di ambientazione suburbana, emerge anche da quelle storie quanto pesi la voglia di chiedere a gran voce «extraterrestre portami via».

Il cuore di tenebra suburbano diventa un cliché. E guardando oggi Suburbicon, è difficile non cogliere sino a che punto uno dei cineasti più radicali tenti di raccontarci una storia di gente media abbastanza caratteristica che tenta di ritagliarsi un’esistenza decente tra scuole accettabili e convenienti offerte commerciali. Diciamocelo: tutti questi film sul suburbio sono costruiti da chi e per chi non ci vive. Adesso è il turno di Clooney e dei fratelli Coens, decisi a ridicolizzare e stigmatizzare qualche caricatura di ristrettezze mentali che nascondono dio sa cosa in tavernetta. Va bene. Dateci un taglio però. Se tutte quelle casette a schiera le abbiamo storicamente imbottite di una sorta di grottesca ingegneria sociale – lasciando a marcire tutti quelli che restavano imprigionati nelle inner city d’America – il lato buono della medaglia doveva essere che poi da allora il suburbio si modernizzasse, progredisse, si diversificasse. Ma a quanto pare la verifica pratica ci dice di no. Gli studi sull’ascesa di Trump rilevano come, nonostante si parli all’infinito di urlo di rabbia della classe operaia, la spinta propulsiva arrivi proprio dal suburbio, da una base elettorale conservatrice seduta sui grassi redditi bottegai, stipendi fissi o pensioni sicure. È suburbia ad aver consegnato al mondo Trump, e pare ancora sul punto di ripetere l’impresa se glie lo si consente.

In Gran Bretagna è successo qualcosa del genere con la Brexit, trattata come rivolta di classe mentre era una insurrezione provinciale di sottovalutati lettori del Telegraph. Ma lì le cose sono sorprendentemente diverse da come vanno in America. Nella filmografia britannica nonostante il suburbio rappresenti in teoria lo zoccolo duro del pubblico, non è mai inquadrato dalla telecamera, non suscita mai un particolare interesse di sceneggiatori o registi, suggerendo una atmosfera in cui tutti quanti credono di essere capitati a vivere là dentro per caso e temporaneamente. Mentre negli USA quella periferia mantiene salda la sua presa sui film. C’è tutta la storia del National Housing Act nelle misteriose fondamenta, un po’ come il sinistro passato sepolto dello Overlook Hotel in Shining, a far sì che l’orrore non possa aver altro sfondo che non quello suburbano. Viste le esperienze pregresse pare ovvio che l’unico film horror mai fatto da Spielberg, come sceneggiatore e produttore anche se non regista ufficiale, fosse un classicissimo suburbano: Poltergeist, dove la storia ruota attorno alla lottizzazione abusiva realizzata sopra un ex cimitero. Facciamo un ideale avanti veloce attraverso gli anni ’80 e ci ritroviamo catapultati dentro il truce regno di Freddie Krueger Dal profondo della notte. E che la natura orribile del suburbio non abbia alcuna intenzione di cambiare troviamo piena conferma con It Follows.

Poi c’è Scappa, brillantemente sintonizzato sul tema e sfondo della Fabbrica delle Mogli, salvo che il male del suburbio si insinua tra i neri anziché tra le donne. Naturalmente con tutto il terrore evocato dal regista Jordan Peele, agli anziani personaggi bianchi tutto pare la realizzazione di una meravigliosa fantasia. La stessa cosa che accade al ceto medio americano del suburbio: luogo di sogno senza sporco, senza poveri, senza tensioni razziali perché c’è omogeneità, tanta polizia, tutte famiglie regolari. Così nascono dal deserto i bagni multipli e i garage quadrupli. Per quanto irreale appaia il suburbio americano è comunque artificiale quanto i campi da golf di Dubai. Lo si intuisce dalle atmosfere fotografate da Gregory Crewdson nelle sue gigantografie mobili di tramonti e notti suburbane. Nessuno stupore che poi apparisse tanto perfetto Freddie Kruger imperversante nei sogni degli adolescenti: sullo schermo essere suburbani equivale ad essere belli addormentati.

Né che la prospettiva di tanto cinema suburbano sia quella del nebuloso sogno. Soprattutto là dove ci sono ragazzini dentro il bozzolo domestico, come in Donnie Darko oppure Il giardino delle vergini suicide. O anche in It Follows, coi viali alberati che terminano mano mano l’eroina guida in direzione della città e dei primi edifici abbandonati vuoti. Dove la storia deve per forza finire. Qualche anno fa all’epoca del panico per il Picco Petrolifero, si comprese come il suburbio americano – materialmente isolato, costruito apposta per consumare – era malissimo attrezzato per evolversi. Oggi, anche se di petrolio pare ancora ce ne sia, sopravvive la medesima logica: il futuro non serba gran che a pendolari in procinto di perdere il lavoro a causa dell’automazione, che falciano il prato poco prima che si secchi o venga spazzato via dall’alluvione. Col tempo, anche il suburbio, come i campi da golf di Dubai, verrà in qualche modo riassorbito dalla natura. E stavolta non ci sarà nessuna Riga Rossa urbanistico-burocratico-bancaria a salvarlo.

da: The Guardian, 24 novembre 2021 – Titolo originale: Nightmare in suburbia: how cinema found the darkness behind the picket fence – Traduzione di Fabrizio Bottini

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