Tra le notizie di guerra possibilmente anche nucleare rilanciata in Medio Oriente passa subito in secondo piano come curiosità folkloristica quella sorridente posa del Sindaco di New York, Zohran Mamdani, che nello Studio Ovale accanto al Presidente USA, Donald Trump, ostenta una prima pagina finta del Daily News in cui si vanta «il più copioso investimento federale in case economiche per la città dal 1973». Mentre sull’altro lato della scrivania la spalla comica per necessità, Trump, regge l’originale senza cui non si capirebbe il fake, ovvero la prima pagina Daily News del 1975 in cui l’allora Presidente, Gerald Ford (quello che dà il nome alla portaerei schierata contro l’Iran) minacciava New York intimandole di «stare zitta e a cuccia» invece di chiedere soldi per le case. Riassunti così gli aspetti Totò & Peppino della faccenda, che servono ad entrambi gli attori per cercare consenso qualsivoglia, forse è meglio però soffermarsi su altri dettagli, storici e meno storici.
Tutto inizia con quella che nella efficace sintesi di William H. Whyte viene chiamata The Exploding Metropolis, con la raccolta di saggi che oltre a quelli sullo sprawl suburbano comprendono significativamente l’esordio ufficiale di Jane Jacobs in difesa del ceto medio urbano e del suo diritto di partecipazione alle decisioni. La suburbanizzazione automobilistica newyorchese del secondo dopoguerra si sovrappone in parte anche al movimento per i diritti civili dei neri, delineando sia mediaticamente che concretamente alla politica un quadro davvero esplosivo. Dove alla tradizionale divisione tra destra e sinistra, conservatori e progressisti, bianchi e neri, ricchi e poveri, si aggiungono adesso divisioni ancora più nette di tipo territoriale e circoscrizionale. Da un lato una città centrale percorsa da minacciosi cortei di neri che rivendicano diritti, dall’altro le grandi arterie su cui si accodano le auto dei bianchi pendolari dalle bianche villette con steccato del suburbio ai fortini dei grattacieli rimasti a presidiare la produzione capitalistica di ricchezza. Perché mai una Presidenza Federale Repubblicana dovrebbe dar soldi a una Amministrazione Locale Democratica, e per giunta Povera e Nera, per finanziare case e servizi? Da qui quello «state zitti e a cuccia». È la crisi finanziaria.
Senza soldi non si pagano le case ma neppure la nettezza urbana, la sanità, la scuola, la Polizia. Polizia che deve essere quindi resa più efficiente spendendo meno, concentrandola dove serve di più. È qui che nasce la famosa divaricazione tra disagio percepito (che si possono risolvere anche da soli gli abitanti) e contrasto ai reati (che richiede l’intervento delle forze dell’ordine). Quando le analisi anni ’60 psico-comportamentali sulla violenza urbana di Philip Zimbardo, filtrate nel 1981 dagli psicologi della Polizia Kelling & Wilson e poi distorte dal Sindaco Repubblicano di New York, Rudy Giuliani, producono le cosiddette «teorie della finestra rotta» dove il disordine chiama il disordine e l’ordine può essere ristabilito solo con la «tolleranza zero». Specie se si è poveri, neri, e si abita in un quartiere abbandonato e degradato di case economiche. Guarda caso una volta chiarite queste belle teorie e politiche in città tornano soldi, riqualificazione edilizia, «rinascita urbana», abitanti di ceto medio che hanno lasciato la penombra mortificante del suburbio per le mille luci stimolanti. Non si stigmatizza ancora come gentrification ma il processo di espulsione e sostituzione sociale è chiarissimo, e con un ruolo di primissimo piano degli speculatori edilizi come Donald Trump.
L’edilizia sovvenzionata detestata dagli speculatori di destra è l’unico argine alla nuova crisi urbana, innescata stavolta non dalla fuga di capitale finanziario e umano verso il suburbio, ma dall’impossibilità materiale di definire in qualche modo «città» un grumo monoclasse più simile a un albergo o studentato dotato di servizi minimali che quell’intreccio complesso che chiamiamo città. Neppure nell’accezione meccanica cara al modernismo pragmatico del «Live Work Shop». Non si vive né si lavora né si consuma dove manca la base minima sociale interclassista per farlo, quando tutti i non turisti per caso sono stati cacciati via in malo modo sfrattandoli da casa per far posto a più solventi manager che però si ritrovano senza nessuno a cui comandare, capi della Polizia senza agenti a cui dare ordini se non per telefono a lunga distanza, pompieri che vittime del Drive Till You Qualify non arriveranno in tempo per scongiurare il disastro totale dell’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre del 2001. Quando sotto gli inusitati colpi dell’assalto alieno terroristico globalizzato finisce quell’abbaglio anni ’70 della città albergo. E la città vera ricomincia ad evidenziarsi.
Prima col capitalismo tecnocratico riformista di Michael Bloomberg e delle sue giannizzere urbaniste-trasportiste, con l’importazione di espedienti socio-ambientali che si chiamano mixed-use, o mobilità dolce, o microappartamenti economici di mercato semplicemente calcolando i prezzi al metro. O con operazioni di maquillage come High Line dove diventando multifunzionale anche la gentrification si farebbe un po’ più socialmente riformista. Ma ovviamente il problema è pur sempre quello dei soldi e della loro redistribuzione sociale anziché concentrazioni nelle mani di pochissimi nababbi, vuoi in forma di stipendi che nell’altra di servizi, case, sanità, sicurezza. E la vecchia-nuova città interclassista e del capitale-lavoro torna attraverso le varie amministrazioni riformiste o centriste che si susseguono fino all’elezione del Socialista Zohran Mamdani, che dichiaratamente prova a riportare un po’ indietro le lancette dell’orologio, anche se il suo interlocutore Donald Trump parrebbe averle riportate indietro molto di più.
E lo trascina in quella gag delle prime pagine dei giornali scimmiottando forse consapevolmente Robert Moses, lo zar dei lavori pubblici che si scontrava con Washington presidiata all’epoca dal newyorchese Franklin Delano Roosevelt, chiedendo soldi per i grandi progetti di modernizzazione. Adesso la modernizzazione indispensabile sta nella «casa per tutti». Almeno così si dice in linguaggio socialista. Magari i padroni ragionano in modo completamente diverso ma vedremo come si evolvono le cose. Prima negli USA e poi anche dalle nostre parti, dove per esempio quando si parla di riforma urbanistica in pochi pensano all’assenza della variabile casa economica, almeno nella idea di città dei nostri piani regolatori, entrata solo lateralmente ai tempi della Legge 167 non a caso concessa come contentino al ministro Sullo silurato sulla riforma urbanistica. Vedremo, appunto, se passerà la linea ottusa di chi considera chissà perché esaurito il ciclo dell’espansione e «quindi va sostituita all’urbanistica la rigenerazione». Una sciocchezza come un’altra da cui dovremmo liberarci. Ma è sempre così. Basta considerasi sempre dei pagliacci recitanti, come fanno i due politici in conflitto alla Totò & Peppino.



