Spazio pubblico e tavolini all’aperto per la pandemia

Milano, foto F. Bottni

Bandierine americane e filippine sul telo di copertura all’aperto del ristorante a Mount Pleasant dove la titolare distribuisce volantini intitolati ONE LAST TOAST. Su uno dei tavoli la notifica del District Department of Transportation, datata dieci giorni fa. Ed evidenziata col pennarello giallo la frase dove si minacciano sanzioni agli esercizi che non smantelleranno la veranda qualificata abusiva. Patrice Cleary, proprietaria del ristorante filippino Purple Patch, ha di fronte una folla di circa novanta persone venute per l’estremo saluto a quella veranda. Racconta di come l’ha costruito e inserito nel tessuto del quartiere Mount Pleasant. Le persone, di cui si nota molto l’età media non tenerissima, e che spesso hanno organizzato qui a suo tempo il pranzo di nozze, seguono con attenzione. Scoppiano almeno due fragorosi applausi.

Il discorso di Cleary quella sera del 12 luglio suona piuttosto bellicoso, a poco prima in un colloquio la signora ammetteva come gli otto mesi trascorsi da quando aveva provato a convertire in permesso permanente l’autorizzazione provvisoria fossero stati «lunghi» e «difficili». Quella notifica l’aveva presa di sprovvista. Credeva di poter mantenere in attività la veranda durante il periodo della decisione. Ma di fronte ad una possibile multa di 500 dollari, e l’obbligo di pagare il triplo dei costi di smantellamento se effettuato dal comune, non poteva che cedere. Cosa che ha fatto «celebrando» con quella festa d’addio. «Sono stanca, da un punto di vista fisico, psicologico, emotivo» spiega la storica ristoratrice di Mount Pleasant.

La veranda del Purple Patch era uno dei dieci spazi a tavolini sul marciapiede lungo Mount Pleasant Street, corridoio commerciale locale a Northwest Washington. Ad oggi ne rimane solo uno. Soprannominate «streateries» le strutture sono spuntate grazie a una politica cittadina di permessi temporanei del giugno 2020. Che consentiva alle attività di ristorazione di sfruttare lo spazio pubblico — piccole vie traverse, corsie di collegamento e sosta — per servire all’aperto. Sono in molti tra gli esercenti locali a sostenere che sono proprio le streatery ad avergli consentito di restare a galla durante la pandemia. Ma l’anno scorso gli uffici comunali hanno varato nuove regole per quel tipo di spazi e il programma di epoca COVID si è considerato esaurito a fine novembre.

Il sistema di autorizzazioni provvisorie non prevedeva che gli esercizi pagassero per l’uso a streatery. Con le nuove norme le attività pagano invece 160 dollari l’anno per metro quadro occupato, e installazione di barriere di cemento da 90cm a separare dal traffico. Otto esercenti di eatery durante la pandemia, interpellati a proposito, dichiarano che le nuove regole sono piuttosto onerose. Due non intendono chiedere l’autorizzazione perché non si tratta di un investimento conveniente. Al 24 luglio, sono 43 sui 78 esercizi ad aver vista approvata la domanda secondo gli uffici DDOT. In venti hanno rifatto quegli spazi delimitati, e gli uffici hanno chiesto di smantellare le vecchie strutture temporanee entro fine marzo.

Bridget Gill, responsabile per l’organizzazione e le iniziative di Purple Patch, spiega come gli uffici avessero comunicato quella scadenza. Ma in scambi successivi sembrava che la struttura provvisoria potesse restare fino al rilascio dell’autorizzazione permanente richiesta. Secondo gli uffici le notifiche per le demolizioni sono cominciate a giugno e riguardano per ora 18 attività operanti. Secondo un addetto di District Bridges, organizzazione senza scopo di lucro che raccoglie piccoli esercenti, Wonderland Ballroom a Columbia Heights ha ricevuto una di queste notifiche di cessazione attività. La struttura è stata smantellata il 15 luglio, la medesima data fissata per Purple Patch. Il gestore di Wonderland Ballroom non ha risposto alla nostra email per un commento.

Gli uffici DDOT non forniscono altri nominativi di chi ha ricevuto la notifica. Il portavoce German Vigil dichiara che l’ufficio tecnico ha «fatto ogni sforzo» per comunicare le nuove regole per tempo e chiaramente ad ogni esercizio interessato. Tara Smith, titolare a Mount Pleasant della pizzeria Martha Dear, ritiene che compilare la richiesta fosse come «aprire uno studio di nuova attività». Smith è l’unica esercente di Mount Pleasant ad aver ricostruito una streatery con le regole degli spazi permanenti, e ha atteso sette mesi per l’approvazione. Che coinvolge vari uffici e settori, oltre al citato DDOT, il Department of Buildings e l’Alcoholic Beverage and Cannabis Administration. Secondo Smith e Cleary la domanda passa anche dall’approvazione di chi si occupa di verde e conservazione storica.

«Si richiede una interazione e coordinamento tra vari uffici e responsabilità che nel District of Columbia non esiste» commenta Smith. Citando il sistema di autorizzazione comunale online, un urbanista residente a Mount Pleasant elenca i tempi medi di attesa per una streatery a metà luglio su un post di X. Il suo post arriva sul forum cittadino Reddit, dove sono decine i commenti assai critici sulla lunghezza delle attese. «Pare ovvio che questo nuovo programma sulle streatery è concepito apposta per scoraggiare gli esercizi, fingendo di offrire una possibilità» scrive un utente. Risponde ancora su X il DDOT spiegando che quei tempi si devono «alle attese per le richieste revisioni, domande incomplete, nuove documentazioni, non ai tempi interni degli uffici».

Mitra Moin, la responsabile per le zone di Mount Pleasant e Columbia Heights all’associazione District Bridges, spiega di essere in contatto con dieci esercizi che hanno in corso l’approvazione. Ha aiutato a cercare progettisti tecnici e raccolto oltre 18.000 dollari per sostenere i costi delle streatery di Mount Pleasant. Per alcuni degli esercizi nel suo quartiere in difficoltà con le autorizzazioni, Moin ha anche tentato procedure diverse di zona. In una intervsta tre giorni dopo l’evento di chiusura di Purple Patch, la signora Cleary racconta di aver trovato molti volontari a collaborare per la sua pratica di streatery. Non sarebbe stata in grado da sola: «Probabilmente mi sarebbe venuto un attacco di panico».

Otto titolari di esercizio giudicano tutta la procedura molto costosa, dall’affitto delle barriere jersey alle tariffe al metro quadro occupato di spazio pubblico, per non parlare di spese per consulenti progettisti e artigiani. Due proprietari sostengono di aver rinunciato del tutto a far domanda. Jo-jo Valenzuela, contitolare di Tiki nella zona di Adams Morgan, racconta come le entrate siano scese del 60% dopo l’eliminazione dal bar della streatery, obbligando a una riduzione di turni del personale. Altri gestori si dicono penalizzati dalla richiesta di diminuire i posti a sedere delle nuove regole. Nella veranda di Cleary ci stavano 96 persone, con un peso del 30-50% sugli incassi totali di Purple Patch, a seconda della stagione, secondo Gill. Con la streatery delle nuove regole ci stanno 22 persone su sei tavoli.

Lo scorso novembre, in una udienza pubblica Cleary ha dichiarato che senza quello spazio esterno Purple Patch sarà obbligato a rinunciare al 40% di dipendenti e collaboratori. All’evento di chiusura ha aggiunto che stava già discutendo modi e tempi di questo ridimensionamento dopo la notifica di smantellamento degli uffici DDOT. Secondo Cleary le streateries per l’amministrazione inducono più introiti dei parcheggi. Secondo i calcoli di Gill, Purple Patch ha versato in imposte – tra attività e occupazione di spazio – 190.000 dollari nel 2019, prima della realizzazione della veranda, contro i 502.000 del 2025. Ma secondo i critici ridurre gli spazi a sosta comporta altri costi. Bill Duggan, titolare di Madam’s Organ, sostiene che l’eliminazione di piazzole a parcheggio per le streatery temporanee ha dissuaso molta clientela di fuori quartiere a frequentare la sua zona di Adams Morgan. «Non vengono certo qui per caso se poi devono pagarsi 25 dollari solo per parcheggiare».

Le piccole attività che non potevano approfittare degli spazi streatery sono state penalizzate, aggiunge Duggan. I gestori di Revo Nails e Pollo Sabroso, due attività che hanno visto sparire i posti sosta sotto la veranda di Purple Patch, sostengono di essere diventati meno visibili alla clientela. Janeese Lewis George, consigliera eletta nella circoscrizione Council e candidata Democratica a Sindaco, è favorevole alle streatery. In una clip di aprile su Instagram, prometteva di rilanciare gli spazi di ristorazione all’aperto, durante una visita a La Tejana, locale di Mount Pleasant Tex-mex che ha dovuto chiudere il proprio spazio. Sul suo sito web elettorale, Lewis George promette di istituire un metodo di autorizzazione «one-stop shop» per ridurre i passaggi burocratici delle autorizzazioni.

Aparna Raj, candidata Democratica della circoscrizione 1 e consigliera di Distretto, conferma in una intervista la speranza di poter costruire un sistema di autorizzazione centralizzato, un portale e un migliore «coordinamento inter-uffici». Ra è anche un frequentatrice di lunga data di Purple Patch, e ha partecipato all’evento di chiusura. In un post su X, scrive: «Sono pronta a impegnarmi insieme all’ufficio del Sindaco per riportare le streateries». La battaglia ha subito una inattesa svolta per Cleary due giorni dopo l’evento: gli uffici hanno approvato la sua domanda, e chiedono un totale di 6.841 dollari. Che non comprendono le altre migliaia di dollari spesi da Cleary tra architetti e altre competenze, né i 12.000 calcolati da Gill per la demolizione della veranda provvisoria e costruirne una nuova.

Con l’approvazione della domanda lo spazio sembrerebbe salvo, ma Cleary spiega di essere «esausta». Settimana scorsa arrivata tutta la documentazione al ristorante per poter partire, gli artigiani hanno iniziato le demolizioni. Finite quelle si comincia con lo spazio nuovo. Visto che la streatery non può contenere tutti i clienti di quella provvisoria, Cleary ammette che comunque dovrà ridurre il personale «Anche se non si vorrebbe farlo» completa Gill, «ma dovremo pensarci».

da: The Washington Post, 27 luglio 2026; Titolo originale: Outdoor eating spaces became a fixture of D.C. dining. Now they are disappearing – Traduzione di Fabrizio Bottini

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