Quando gli incendi Eaton e Palisades devastavano Los Angeles nel gennaio 2025, lo facevano su dimensioni senza precedenti per la città. Certo il fuoco non è cosa nuova a Los Angeles. Si tratta invece di una specie di carattere costitutivo dell’ecologia regionale. Ciò che distingue quegli eventi però è la loro scala. Nei casi di Eaton e Palisades gli incendi hanno costretto ad andarsene più persone di qualunque evento analogo in California in oltre un secolo, anche calcolando i recente e peggiore di tutti quanto a vittime, il Camp Fire del 2018. In ventiquattro giorni circa 150.000 abitanti sono stati obbligati ad abbandonare casa. Più di 16.000 edifici — di cui 13.000 ad abitazione — distrutti. Due interi quartieri obliterati. Migliaia di pompieri arrivati da altre regioni man mano l’incendio superava le capacità di gestione locale. Da ogni punto di vista i Great Los Angeles Fires hanno segnato un punto di svolta.
Un anno più tardi, possiamo elencare vari resoconti e bilanci di quegli eventi. Il giornalista Jacob Soboroff col suo recente Firestorm: The Great Los Angeles Fires and America’s New Age of Disaster, ad esempio, ci offre una narrazione esaustiva delle prime giornate, in un ritmo da reportage di guerra. Soboroff registra ciò che accade mentre sta accadendo anche nei minimi dettagli, comunicando le dimensioni della crisi forse impercettibili a chi osserva da lontano. Ma l’immediatezza della cronaca di Soboroff lascia poco spazio alla considerazione delle forze strutturali che determinano gli effetti di lungo periodo dell’incendio: vicende parallele di speculazione fondiaria, proprietà predatrice, opportunismo assicurativo-finanziario, con ripercussioni ancora visibili nella Los Angeles di oggi. Il giorno dopo l’inizio degli incendi, i proprietari, le piattaforme di affitto, le assicurazioni, già dettavano le regole per rimanere o meno in città ai residenti. Anziché guardare a un futuro di sostituzione e/o stabilizzazione, l’idea del dopo disastro si delineava da subito su meccanismi di mercato per trarne il massimo profitto: Great Los Angeles Fires = disaster capitalism.
La seconda settimana di incendi, mentre l’attenzione collettiva si concentrava sulla mancanza di acqua per gli idranti o un sindaco introvabile, iniziavano ad emergere segnali di speculazioni sugli affitti. A Santa Monica, otto chilometri dall’incendio, due stanze su Montana Avenue proposte il 7 gennaio a 3.595 dollari balzavano il poche ore a 4.495. E il 9 gennaio raggiungevano 5.995 dollari. Aumenti del genere si vedevano anche in zone assai più lontane dagli incendi. A Westlake, un’area piuttosto popolare della città, un alloggio offerto a 2.400 dollari saltava a 3.300 in pochi giorni. Tendenza non semplicemente rilevata, ma sistematicamente documentata in una raccolta dati su 1.500 liste Zillow, da cui emerge l’illegale anomalia. Incrementi del genere violano le norme statali sui prezzi deliberate il 7 gennaio, ma ignorate dalla proprietà immobiliare.
Nelle settimane e mesi successivi, man mano gli affitti salivano, gli abitanti sgombrati faticavano a trovare casa a qualunque prezzo. Le ricerche anche molto lontano dalle zone di provenienza andavano spesso a vuoto. In molti casi i proprietari chiedevano affitti più cari delle rate di mutuo per le case bruciate. Molti erano costretti a stare in albergo, o ad affitto breve, o ad abbandonare la città.
Una situazione certo non inevitabile. Le amministrazioni pubbliche ai vari livelli avrebbero potuto gestire il mercato degli affitti brevi accorpandolo ai prezzi più controllati, offrire a prezzi politici alloggio agli sgombrati, convenzionarsi con gli alberghi. Invece pare che la risposta politica sia andata nella direzione opposta, favorendo invece di contrastare certe dinamiche. Airbnb si è proposto come intermediario benevolo, offrendo vouchers — poi secondo gli abitanti intervistati dal Los Angeles Times rivelatisi inutilizzabili — spingendo contemporaneamente per la deregolamentazione, necessaria a loro parere ad evitare una serrata delle proprietà timorose di un blocco pubblico dei fitti. E il Governatore Gavin Newsom ha effettivamente allentato le regole, con ordine esecutivo del 27 gennaio, specificando che gli sgombrati residenti in alloggi ad affitto breve non ricadevano nella tipologia degli inquilini veri e propri.
Anche lo sfratto vuol dire sgombero. Un effetto economico che si allarga a chi consente di vivere e abitare a Pacific Palisades e Altadena, giardinieri, badanti, manovali, artigiani, spazzini, piccoli esercenti a cui l’incendio ha sconvolto l’esistenza quotidiana. Altri sono stati sfrattati con la probabile scusa delle ragioni personali, danni imprevisti, emergenza abitativa di parenti del proprietario. Con circa 200.000 persone improvvisamente scaraventate dentro un mercato della casa già difficile, appare ovvia l’occasione di speculare sugli affitti. Secondo il Washington Post nella regione sono aumentati del 20% in tre settimane.
Le risposte della pubblica amministrazione sono totalmente inadeguate alla dimensione della crisi. Le associazioni degli inquilini chiedono tutela dagli sfratti facili, ma le dichiarazioni politiche di deciso intervento non trovano alcun portato pratico. Respinte sia dal fronte della proprietà che dallo schieramento conservatore che le giudica «tattiche», anche di fronte all’evidenza del tatticismo speculativo opposto, delle piattaforme di affitto breve e della proprietà speculatrice, della finanza, delle assicurazioni. Il carico economico è tutto sugli abitanti, obbligati a navigare nell’inospitale e sconvolto mercato dell’abitazione. Anche chi è abbastanza fortunato da avere copertura assicurativa – nonostante le politiche di non-rinnovo delle polizze praticate per esempio da compagnie come State Farm a Pacific Palisades nei mesi precedenti gli incendi – si trova di fronte a lunghe procedure.
L’attenzione politica si concentra su alcune forme di speculazione più facili da condannare. Uno degli obiettivi è l’impennarsi illegale degli affitti in stato di emergenza, che gli stessi cittadini di Los Angeles hanno pubblicamente denunciato. Ma la copertura mediatica — dal Los Angeles Times a testate nazionali e internazionali — isola la questione come dettaglio deviante anziché particolare di un certo più generale funzionamento del mercato. Una prospettiva fatta propria dalla politica, come quando in una conferenza stampa del 15 gennaio, il Los Angeles County District Attorney, Nathan Hochman, chiede agli speculatori di smetterla e restituire il maltolto agli inquilini; o due giorni più tardi il California Attorney General, Rob Bonta, che descrive il comportamento delle proprietà come «impensabile» quando per gli abitanti ci vorrebbe attenzione e non sfruttamento.
Atteggiamento che si rivela però retorico, e i cui limiti emergono immediatamente: non solo nessuno mette in campo alcuna riforma strutturale, ma neppure si applicano in modo deciso le leggi esistenti. Sei settimane dopo l’inizio degli incendi, si contano solo sei interventi legali: una causa civile e cinque penali. A distanza di quattro mesi sono solo nove le proprietà condannate. L’ufficio della procura generale annuncia di aver emesso 750 lettere di notifica a sospetti speculatori sull’affitto illegale, ma Hochman non ha perseguito nessuno nonostante le affermazioni pubbliche. Alla fine l’azione pubblica si riduce a notifiche comunicazioni e poco più di avvertimenti. Un fatto che rispecchia atteggiamenti istituzionali assai compiacenti verso certe speculazioni, considerate in fondo deviazioni minori anziché veri e propri reati quali sono. Così la pubblica amministrazione comunica agli interessanti che in fondo rischiano poco. La legge renderebbe gli aumenti illegali degli affitti punibili con multe e fino all’arresto, ma di fatto ai proprietari non succede.
Un recente rapporto di Rent Brigade (associazione co-fondata da una delle Autrici, Chelsea, dopo gli incendi) rileva come, a un anno di distanza, si continua con questa speculazione sugli affitti anche dopo la fine dell’emergenza. Nel gennaio 2026, il procuratore generale non ha ancora istruito alcuna causa; né il Department of Consumer and Business Affairs dato nessun a multa; nessun inquilino ha concluso con la condanna una causa contro la proprietà; e non si è approvata alcuna nuova norma per provare a limitare la speculazione: un disegno di legge approvato da entrambe le camere è stato bloccato dal veto del governatore Newsom. Lo studio di Rent Brigade calcola in 18.000 questi casi di aumenti illegali. Mentre risultano sessanta le persone arrestate la prima settimana di incendi per sospetti di saccheggio delle case abbandonate o violazione del coprifuoco. La condanna morale di chi si approfitta dell’emergenza ha prodotto davvero poco.
Nelle polemiche sulla ricostruzione a Altadena emerge il ruolo del mercato speculativo nella scia del disastro. Quasi immediatamente dopo la circoscrizione e spegnimento, i proprietari dicono di ricevere offerte di acquisto al ribasso degli immobili danneggiati. Cercando di arginare questa speculazione gli abitanti si organizzano in Altadena Not for Sale, formano un community land trust e si coordinano anche per una proprietà condivisa. Si cerca consapevolmente di non replicare ciò che è già avvenuto con la recessione del 2008, quando la finanziaria Blackstone acquisiva grandi quantità di immobili pignorati a Los Angeles, cambiando definitivamente la struttura del mercato locale della casa. Dopo gli incendi è stata promessa una rapida ricostruzione di cui si sono viste però poche tracce, mentre avanzava invece l’acquisizione speculativa.
A giugno, metà di tutti gli scambi immobiliari di Altadena riguardavano grandi entità compratrici. Anche le acquisizioni non necessariamente speculative seguono una dinamica simile. Edwin Castro, abitante di Altadena e vincitore di 2,04 miliardi alla lotteria Powerball nel 2022, ha speso circa dieci milioni di dollari in quindici immobili dell’area, con l’intenzione di ricostruire e rivendere a prezzi di mercato a chi è intenzionato a tornare e ristabilirsi. La centralità finanziario-assicurativa nell’economia della casa nel paese, ne fa il decisore inappellabile sui modi di ricostruzione e ripresa.
I resoconti degli incendi che non mettono in conto l’influenza di questi fattori considerano l’emergenza chiusa anziché processo tuttora in corso. Mentre appare chiaro che se gli incendi hanno certamente fatto precipitare la crisi, col cambiamento climatico indotto dalle attività umane a fare da precondizione, il sistema del mercato immobiliare funge da ostacolo assai attivo alla ripresa, negando accesso degli abitanti ad alloggi decorosi e poco facendo per la riduzione del rischio in futuro. Con tutta la potenza distruttiva del fuoco, sarà comunque quella di costruttori, proprietari, finanza, assicurazioni e piattaforme di affitto breve, la forza determinante che decide quale città uscirà dalla crisi, se e quando gli abitanti potranno tornare nelle proprie case, o andarsene via per sempre dalla loro città.
Molto resta in sospeso. The Guardian riferiva nel febbraio 2026 come la ripresa tardasse. Erano stati tecnicamente approvati migliaia di progetti di ricostruzione, ma era solo una piccola parte degli abitanti sgombrati ad aver cominciato i lavori. Sette su dieci cittadini evacuati di Altadena e Pacific Palisades ancora non sono tornati, parecchi ancora abitano in sistemazioni provvisorie altrove: altre città, altri Stati, addirittura altri Paesi. Non ci vuole nessuna immaginazione per affermare che saranno molte le aree metropolitane che come quella di Los Angeles dovranno sempre più spesso confrontarsi col fuoco. Il cambiamento climatico accelera, gli eventi estremi come incendi, alluvioni, nubifragi, stanno diventando la nuova normalità urbana.
La questione è il metabolismo della città quando la crisi è normale anziché eccezionale. Se vogliamo sopravvivere, se gli abitanti vogliono restare stabilmente tali, è necessaria una decisa azione pubblica. Storicamente i momenti di crisi hanno spalancato le porte a politiche innovative. Negli anni ’30, quando la Grande Depressione rendeva impossibile affermare che il problema della casa si affrontava col libero mercato, gli Stati Uniti svilupparono un primo sistema di abitazioni pubbliche. Negli anni ’60, dopo i ripetuti rifiuti del sistema assicurativo di indennizzare i danni delle alluvioni, il governo federale istituiva il National Flood Insurance Program per gli abitanti delle zone colpite dai disastri.
Gli incendi di Los Angeles rappresentano con chiarezza uno di questi punti di svolta. Nella scia di quanto avvenuto la politica ha avuto modo di constatare l’incapacità del mercato a trovare soluzioni alla crisi. Si sarebbero potuti decidere molti interventi, sugli immobili, gli affitti, le aree evacuate. Ma ha vinto il mercato privato, approfondendo la crisi per trasformarla in una occasione speculativa: le cose non devono per forza concludersi così. Le proposte per soluzioni di case sociali abbordabili green, climaticamente resilienti, in uno schema di assicurazioni pubbliche che coprano gli eventi estremi, indicano un possibile percorso diverso. I grandi eventi distruttivi come gli incendi di Los Angeles dimostrano la profondità dell’intreccio delle nostre esistenze con l’ambiente naturale, specie se il cambiamento climatico accelera frequenza e gravità di questi eventi. Di fronte e questo rischio è nostra responsabilità collettiva – non individuale – realizzare interventi pubblici in grado di prevenire i danni peggiori e garantire le condizioni per un’esistenza dignitosa.
da: Dissent, luglio 2026; Titolo originale: Fire Sale – Traduzione di Fabrizio Bottini



