Nuotare qui nel fiume Lea, come del resto nella maggior parte dei corsi d’acqua della città, è vietato. Ma l’appartamento di Mr. Brown era davvero rovente, e lui non aveva nessuna voglia di una rissa per conquistarsi un agognato angolino in piscina. L’ondata di caldo a Londra si avvicina a un nuovo record, e un amico ha portato Kurtis Brown in un posticino abbastanza nascosto lungo il fiume. Brown si sta godendo l’ombra mentre gruppi di ragazzini si spruzzano nell’acqua e passano alcuni anziani.
«Probabilmente adesso starei a casa se non avessi scoperto questo posto» racconta, aggiungendo che qui è anche uno dei rari angoli dove non c’è una folla inverosimile. Londa è nella appiccicaticcia morsa dell’ondata di caldo da settimana scorsa, e la gente cerca qualunque sollievo. Ma trovare un posto dove buttarsi in acqua a Londra può diventare una sfida infernale. Le piscine coperte piene di bambini vocianti e adulti sguazzanti. Le poche alternative all’aperto già prenotate da quando si erano capite le previsioni del tempo, controllate a vista da addetti alla sicurezza pronti a respingere le masse surriscaldate ma non qualificate.
Il bisogno spinge qualcuno a cercare furtivamente qualche punto dei fiumi, canali, specchi d’acqua cittadini, anche se di solito sono inquinati da scarichi fognari o tutelati come habitat naturali. Sulle sponde del fiume Lea, le giornate torride diventano un richiamo irresistibile per gli abitanti del quartieri orientali, luogo di ritrovo sacro locale, anche se la pubblica amministrazione avverte del pericolo inquinamento fognario. Nel nord londinese qualche nuotatore improvvisato a suscitato indignazione tuffandosi in specchi d’acqua che sarebbero riservati alle specie di uccelli protette di Hampstead Heath, richiamando le pattuglie degli addetti alla sicurezza.
Nuotare secondo le regole ufficiali a Londra vuol dire attraversare una ordalia di calendari di prenotazione e tariffe, ancor più intricata dopo la pandemia e la diffusione del bagno all’aperto. La pubblica amministrazione è stata sollecitata a migliorare l’accessibilità di vari luoghi londinesi: dai bacini artificiali, agli specchi d’acqua e piscine all’aperto realizzate negli anni ‘30 e poi considerate obsolete. Secondo valutazioni del London Museum, i luoghi in cui si può nuotare nella capitale sono diminuiti di tre quarti rispetto a metà ‘900.
Altri però notano una ripresa. Nell’area degli ex moli di Canary Wharf, ha aperto da poco una piscina all’aperto, Sea Lanes, dopo l’ondata di calore. Brulica di pubblico già alle nove di mattina. I nuotatori sguazzano nell’acqua fresca verde tra le torri, tutto esaurito prenotato da settemila bagnanti per una settimana almeno spiegano alla direzione. Harry Smith, direttore di Sea Lanes, spiega che l’iniziativa nasce per offrire un’occasione di nuoto sano e sicuro. Ma certo non ci si aspettava un immediato successo del genere. «In Europa non c’è aria condizionata per tutti e si tratta di una questione di soppravvivenza» pensa Jonah Attalla, 27 anni, visitatore libero professionista che ha cominciato a frequentare la piscina venerdì perché a casa sua si stava come dentro a una serra.
Per oltre un secolo i londinesi hanno potuto affollarsi senza divieti in alcuni luoghi destinati al nuoto come i laghetti di Hampstead Heath, l’ampia zona boscosa a nord del centro città. Ma dopo la pandemia Covid sono state introdotte le prenotazioni obbligatorie a pagamento, coi nuotatori che partecipano alla lotteria per vedersi assegnare un posto disponibile. La gestione, che è di una associazione senza scopo di lucro, dice che così si garantisce sicurezza agli utenti, e le tariffe servono semplicemente alla manutenzione ordinaria e pulizia. D’estate ormai le prenotazioni online si esauriscono appena pubblicate, racconta Elise Tamm, in fila davanti all’ingresso domenica. «La mia passione sarebbe tuffarmi nell’oceano freddo – ma bisogna accontentarsi di quel che si ha a disposizione».
Nelle giornate più calde chi non riesce ad accedere agli spazi regolari prova in quelli vietati, come le riserve naturali. Il mese scorso sui social media circolavano video di nuotatori sguazzanti accanto a nidi di cigno con le uova e pulcini alle prime armi, scatenando le ire dei conservazionisti. «Va sempre peggio» giudica Nicola Greene, che promuove la tutela degli uccelli a Hampstead Heath sul social, pensando a chi ignora i cartelli di divieto d’accesso e balneazione. Veder trattata così una zona di conservazione e tutela «spezza il cuore. Avevamo una rara coppia di oche egiziane che nidificavano qui da due anni e sono scappate».
Reid Allen, studioso al City St. George, Università di Londra, fa ricerche sul nuoto non autorizzato in città, e prova a distinguere i due aspetti dell’abuso con le riserve protette e del sistema di prenotazioni a pagamento. «Ci sono persone esasperate dal caldo, ed esasperate anche dall’essere escluse. Cercano qualunque alternativa». A Londra c’è qualche occasione di nuoto all’aperto, ma certamente molto meno che in altre città europee quando ad accessibilità degli utenti.
E chi ha la vita più dura col nuoto sono le persone a redditi più bassi, o le minoranze etniche, prosegue lo studioso, che già hanno meno occasioni di sfuggire al caldo. Ecco perché nonostante tutti i divieti per l’inquinamento e la sicurezza, tanti si affollano nelle anse del fiume Lea, in ciò che nei quartieri orientali si chiama orgogliosamente la spiaggia. Senza bisogno di prenotazione e app per gestirla, diventa facilissimo passarci mezza giornata, per quanto magari discutibile. Commenta un frequentatore: «C’è questo posto e non ho nessun bisogno di cercarne un altro».
Da: The New York Times, 13 luglio 2026; Titolo originale: Londoners scramble to secure a cooling outdoor dip – Traduzione di Fabrizio Bottini



