Non capita spesso che un Papa si ritrovi invischiato in discussioni teologiche col vicepresidente degli Stati Uniti. Nel gennaio 2025, J.D. Vance, convertito in età adulta al cattolicesimo, discettava sull’antico concetto di ordo amoris per giustificare le politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Secondo Vance, le sacre scritture ci dicono di mettere l’amore per le nostre famiglie prima di quello per i vicini, la comunità, la società e il resto del mondo. È la «estrema sinistra» sosteneva Vance, ad aver «totalmente ribaltato il concetto». Più tardi, durante una visita in Camerun ad aprile, il Papa di Chicago, Leone XIV, proponeva una diversa prospettiva: «Governare significa amare il proprio paese, e anche gli altri paesi; il Comandamento Ama il Prossimo Tuo Come Te Stesso si applica alle relazioni internazionali».
Uno scambio di opinioni che ci rivela una fondamentale divergenza sull’amore che dobbiamo a vicini, colleghi di lavoro, concittadini, e resto del mondo. Ma sia Vance che Leone implicitamente concordano sul fatto che i vicini immediati si meritino almeno un po’ di attenzione. Eppure negli Stati Uniti di oggi, pandemia COVID-19 e le varie crisi che l’hanno seguita hanno portato danni incalcolabili al senso nazionale di prossimità. Man mano il degrado delle istituzioni pubbliche e il dominio dell’algoritmo social peggiorano l’alienazione collettiva, divergenze e discordie si impongono come rito inevitabile. Seguendo la tendenza americana allo schieramento in base alla collocazione geografica, la prospettiva di una politica che trascenda le maggioranze Democratiche o Repubblicane negli Stati, come fortemente auspicava Barack Obama nel 2004 alla Convention Democratica, oggi pare più simile a una battuta che a una possibilità reale (specie dopo la sentenza della Corte Suprema sul caso Louisiana contro Callais, che ha riportato indietro le lancette dell’orologio in materia di tutela dei diritti delle minoranze). Le nette divisioni politiche appaiono evidenti soprattutto nello spazio caratteristico americano: il suburbio.
Ed ecco a voi Neighbors, nuova serie di documentari su HBO Max creata da Dylan Redford e Harrison Fishman, che prova a cogliere la nostra reciproca diffidenza e sfiducia nell’ambito dei quartieri. Il progetto, a cui partecipano come produttori esecutivi Josh Safdie e Ronald Bronstein, è partito nel 2019, quando Redford e Fishman abitavano a Miami in Florida ed erano affascinati da certe clip online sulle dispute tra vicini di casa. Iniziarono così a comporre delle proprie compilation di ciò che Christian Brache definisce «crude operette fatte di scontri di ego e ostilità». Man mano la pandemia esasperava gli animi collettivi, il duo cominciò a gestire quei video come se rappresentassero «finestre affacciate sulla psiche americana». E mettendo insieme un piccolo gruppo di lavoro, alla fine Redford e Fishman uscirono a riprendere gli scontri di quartiere dei propri sogni. Neighbors ci propone alla fonte tutta la nostra zero disponibilità all’incontro, anche su questioni ridicole come la falciatura del prato, gli addobbi per Halloween, i ritmi degli esercizi ginnici. Ma dove va a parare il tutto? Cosa ce ne facciamo della pazzia suburbana?
L’origine del suburbio moderno è nota a tutti: generosi sussidi per i mutui dopo la Seconda Guerra Mondiale, insieme a sostanziose dosi di favoritismi razziali, portarono alla costruzione massiccia di questi quartieri né urbani né rurali. Sin dal principio, il suburbio si caratterizza per l’assoluta piatta omogeneità: abitato da schiere di annoiate casalinghe e «uomini dal vestito grigio». Da metà del secolo scorso critici, film, spettacoli televisivi, ci descrivono quel non-luogo suburbano consumato da violenza latente (basta citare il David Lynch di Velluto Blu, o Marc Cherry con le sue Casalinghe Disperate). «Il sogno di violenza del suburbio – scriveva l’autore di fantascienza britannico J.G. Ballard nel 2006 – chiuso bonariamente dentro i centri commerciali, attende pazientemente di esplodere in un incubo».
Nonostante tutta questa ansietà culturale la maggior parte degli americani è convinta che il suburbio vada di pari passo con la casa in proprietà di massa, base del benessere di un ceto medio in ascesa. Nel 2008, l’arresto dell’economia globale a causa della crisi indotta dal mercato predatorio dei mutui. Nei decenni successivi, un accesso alla proprietà della casa sempre più complicato a causa dei prezzi impossibili per tante famiglie, specie quelle giovani. L’anno scorso, l’età media degli acquirenti di prima casa è arrivata a toccare i 40 anni. La composizione demografica suburbana ne esce trasformata, inquilini in affitto e professionisti che se ne vanno dalle città diventate inaccessibili. Ma anche nel suburbio la crescita del costo della casa porta alle modifiche delle densità edilizie, alimentando ulteriori conflitti. Lo storico Thomas Frank osservava nel 1990 come la dispersione suburbana del dopoguerra significasse «fuga dalla complessità e responsabilità dei quartieri urbani» andandosene in quelle ex campagne «in mezzo a posti coi nomi stravaganti e nessuna qualità». Oggi l’esodo è spinto dalla fuga verso costi della vita meno impossibili. Cambiamento di composizione demografica ha voluto anche dire insediarsi di atteggiamenti più partisan. Che ci si trovi a Marblehead, Scottsdale, Berkeley, o ai Villages, le contrapposizioni per i prati sul fronte o i cartelli, l’inefficienza della pubblica amministrazione, dei consigli scolastici, delle scelte urbanistiche considerate inaccettabili, non mostrano segni di crisi.
Senza cercare di ricostruire uno schema leggibile della contemporaneità, i primi cinque episodi della serie trasmessi da HBO ci mostrano due persone impegnate nel rischio calcolato esistenziale della varia lamentela. Molti critici considerano lo spettacolo come il «racconto dell’ossessione americana per lo spazio privato» come ha scritto Sarah Buder su Dwell, ma in realtà al centro di tutto stanno le sciocchezze tra vicini e quel modo drammatico di gestirle. Ricorda Fishman che «eravamo semplicemente interessati a capire chi fossero, quelle persone, ma anche cosa le avesse portate a scontrarsi, e riprendersi in video reciprocamente. Li si vede probabilmente nei momenti peggiori».
Tra le colline del Montana, Josh e sua moglie si sono costruiti una gabbia di metallo sul pezzo di strada davanti alla proprietà per tener fuori gli invadenti cavalli dei vicini, Seth e Starla. A San Antonio, Alexa ha tirato su un muro di due metri e mezzo per chiudere la sua candida villa, suscitando l’ira di un vicino ex Senatore dello Stato del Texas, che paragona la recinzione a quella del compound di Osama bin Laden in Pakistan. A Nashville, gli ex amici Joanne e Steven litigano per la White Privilege Card di Amazon del valore di 7,99 dollari in regalo, arrivando ad una battaglia legale. Nel suburbio di Philadelphia, una famiglia di afroamericani è terrorizzata da Jean, gattara fissata con l’idea di entrare nell’orbita dell’attore regista Mel Gibson. E avanti di questo passo i casi sono infiniti. Ciascun episodio segue uno schema prefissato: si presenta il conflitto, e si segue il dispiegasi, spesso fino alla violenza almeno verbale. A differenza di quanto accade in realtà i vicini finiscono per arrivare a qualche genere di accordo, che sia grazie all’intervento del comune, degli uffici tecnici, o come in un singolo episodio dalla Giudice Judy.
L’eccezione allo schema prefissato è nell’episodio finale, con Danny, di San Diego, che porta un costume giallo Speedo facendo ginnastica sul vialetto d’ingresso. Dopo aver sollevato l’unanime riprovazione dei vicini per questa abitudine, inizia un eroico viaggio verso un campo di roulotte nudista in Florida. Lì Danny sviluppa quasi subito un’ossessione per la perfida acculturata Amanda, fino a subire un crollo psicologico quando capisce che lei lo considera un bancomat a cui attingere per coltivarsi consumi costosi e carriera musicale rap, anziché compagno di filosofia nudista. A fine episodio, Danny decide di tornarsene a casa per fondare un proprio gruppo nudista con comoda sede nel prato sul retro. Tutta la vicenda ci parla di una sorta di progressiva redenzione, anche se il sentimentalismo televisivo può infastidire lo spettatore, che si vede sfilare davanti un incubo di quartiere dopo l’altro.
Se poi il tipo di storie e composizione sfrutti un po’ troppo certi caratteri, come si chiede la recensione di Hollywood Reporter, è tutta un’altra faccenda. Le stravaganze dei protagonisti sono chiaramente mirate all’ilarità. I nostri eroi suburbani sono straordinari perdenti che suscitano un po’ pena un po’ solidarietà per le situazioni folli in cui si vanno a cacciare. E pur tuttavia Neighbors eccelle nel mettere in luce tante scomode verità sul suburbio americano, prima fra tutte l’abitudine di spiarsi reciprocamente, giustificata a difesa dei valori immobiliari o della «convivenza di quartiere». Nell’emergere di gruppi di auto-vigilanza, tra desegregazione, reati in crescita, l’ascesa della Nuova Destra da fine anni ’60 , sono i nuovi prodotti di consumo di massa come le telecamere Amazon Ring dal 2010, o app come Nextdoor o Citizen, a surriscaldare una ben consolidata cultura di sospetti e diffidenza.
I ricercatori del MIT Media Lab sostengono che le telecamere collegate al campanello d’ingresso sono uno strumento di discriminazione etnica nelle zone bianche della California meridionale, culla storica di movimenti reazionari come la John Birch Society e le rivolte anti tasse immobiliari degli anni ’70. Come osservava Mike Davis nel suo Città di Quarzo, «I movimenti sociali più interessanti della California sono quelli dei ricchi proprietari di case … che rivendicano la difesa dei valori e la segregazione esclusiva dei quartieri». Le stesse dinamiche che pervadono tutta la serie suburbana, specie quando si arriva all epoche occasioni di pratica comune di Neighbors: la difesa dei valori immobiliari. Nel secondo episodio, Darrell e il marito Bruce organizzano una crociata contro il vicino Trevor e il suo improvvisato allevamento dopo aver visto diminuire la valutazione ddi mercato di casa propria, e riusciranno a far vietare e chiudere quella confinante fattoria.
Se latita la pubblica amministrazione è la sorveglianza a diventare strumento di controllo, anche se non di soluzione mediata. Nella battaglia sulle recinzioni anti-cavalli del primo episodio, il vicino di Josh e Brittany, Randall, li minaccia: io vi sparo. Minaccia negata pochi secondi dopo, ma c’è la prova delle riprese. Un livello di sorveglianza del genere significa negare senso condiviso di comunità; significa vedere sorgere muri, recinzioni, barriere che dovrebbero tutelare la privacy, promuovendo invece il rollo della probabilità di essere invitati a qualche picnic o grigliata o di organizzare festicciole per tutti i bambini. Qualunque azione, condivisibile o no, viene sempre considerata con sospetto. Quando la vicina di Josh e Brittany, Starla, restituisce una fune caduta, non si può che pensare «l’ha fatto solo per essere ripresa mentre lo fa» oltre che come scusa per insinuare invasione di proprietà. Nessuna meraviglia se tra chi non è americano la serie abbia suscitato discussioni e perplessità sulla cultura della sorveglianza nel paese.
Preoccupante tanto quanto il tracollo della fiducia sociale è il ruolo della sorveglianza nella politica locale. A San Francisco, ground zero dell’insicurezza conservatrice per i piccoli reati, culla di tante campagne contro il riformismo progressista, il miliardario Chris Larsen ha costruito il proprio impero del controllo — 2.700 telecamere e 93 droni per il San Francisco Police Department — in una evidente manovra di scavalcamento dei progressisti nell’amministrazione. Il registrato dalle riprese che emerge da dispute private alimenta consumi pubblici, erodendo ulteriormente all abase la fiducia reciproca. Nel quarto episodio della serie, il rapporto tra Steven e Joanne di Nashville si guasta irrimediabilmente quando Steven carica su YouTube qualche clip di Joanne che fa la spiritosa col titolo «La mia vicina Karen». Quando Joanne gli chiede di togliere dalla rete quei video imbarazzanti, da cui lui ricava delle entrate, Steven si rifiuta. «Mi tratta come una cavia» confida Joanne alla telecamera.
Nonostante l’enorme lavoro di riprese e lo spontaneo humour che esprime, Neighbors ha una tesi piuttosto convenzionale sullo stato della nostra psiche collettiva. Siamo politicamente polarizzati, probabilmente a un punto di non ritorno, pare dirci. Fishman e Redford hanno ribadito in diverse interviste questa tesi. Anche se riemerge in toni più o meno marcati, l’idea è che questa partigianeria estrema rappresenti l’obiettivo supremo della nostra politica. «La spinta principale – come ha ben riassunto nel 2022 il noto commentatore CNN Fareed Zakaria «è il modo in cui la politica americana degli ultimi decenni abbia sostenuto le ali estreme delle formazioni a spese di un mainstream». Osservatori come l’editorialista del New York Times Ezra Klein attingono da ogni parte, che siano le scienze della politica o la biologia evolutiva, per provare a spiegare la nostra frammentazione. Ma è curioso notare come la tesi stessa della polarizzazione sia un’idea bipartisan sostenuta da Obama e da Vance in modo molto simile.
I polaristas, magari ribadendo un po’ troppo la propria posizione: indicano comunque un fenomeno verificabile, di cui è conferma proprio la serie Neighbors. Ciascun protagonista degli episodi appare totalmente indisponibile a considerare il punto di vista altrui, anzi ne sottolinea l’opposto estremismo a giustificare la propria indignazione. Prendiamo il primo episodio dove si racconta del conflitto tra frequentatori della spiaggia e proprietari di case a Lake Causeway, Santa Rosa Beach, Florida. Sara Day, una residente, organizza i vicini contro la gestione della sponda, dove è proibito sedersi a ridosso dei confini delle proprietà. Day ce l’ha in modo particolare col gestore Brent Fuller, pagato da alcuni proprietari tra cui Eric Wilhelm. Day si incontra a pranzo con Wilhelm pe cercare un accordo. Ma diventa rapidamente chiaro chi ha il coltello dalla parte del manico e lo sa usare meglio a proprio vantaggio: le proprietà. Secondo Day si dovrebbe concedere accesso pubblico alla sponda, mentre Wilhelm considera una minaccia i frequentatori. «La spiaggia è privata, oggi e da sempre, non è mai stata pubblica» sostiene Wilhelm, che sembra il moralista vittoriano Matthew Arnold. «Controllata dai proprietari che la curavano … e sapevano reprimere l’anarchia di certi comportamenti».
Day ribatte che Wilhelm vuole tenersi la spiaggia tutta per sé, e lui la chiama componente della «banda di estremisti» che, come sappiamo dalle sequenze precedenti dell’episodio, sostiene averlo minacciato, di volergli bruciare la casa e linciarlo insieme alla famiglia. Wilhelm cita le proprie «migliaia e migliaia e migliaia di dipendenti» a prova del proprio carattere bonario. «Se non mi lascia parlare in questo modo abbiamo finito di discutere» replica Day; e in effetti è finita davvero: nessun accordo e nessun compromesso possibile. Tutto polarizzato, tutto contrapposto e squilibrato.
La Florida stessa rappresenta un luogo interessante per discutere di polarizzazione. Simbolo delle politiche «anti-woke» enunciate dal governatore Ron DeSantis, lo Stato è un caso evidente di quanto la destra provi a imporre una propria egemonia culturale. Il cosiddetto Stato del Sole —che possiamo meglio definire stato dei grandi proprietari terrieri, capitalisti rentier, ideologi conservatori — è fortissimamente diseguale. Come osserva Aida Hozić in Phenomenal World, nell’ultimo mezzo secolo i settori finanza assicurazioni e immobiliare [l‘acronimo diventa in originale FIRE da Finance, Insurance, Real Estate n.d.t.] (FIRE) hanno rimpiazzato l’economia agricola originaria; secondo l’Economic Policy Institute, l’1% della popolazione concentrava il 77,5% del reddito fra il 2009 e il 2015.
Ma anche in questa Florida sprofondata nel conservatorismo non mancano spinte riformiste interne. Nel 2020, in Florida gli elettori hanno approvato il salario minimo a 15 dollari, mortificando gli oligarchi FIRE che dominano la politica statale. Ancora più simbolico di questa contraddizione il referendum del 2018 in cui con due terzi dei voti si è approvato l’emendamento costituzionale a consentire il voto a chi condannato ha scontato la pena e il periodo di scarcerazione in parole. In altri termini, ciò che apparirebbe come variante sul tema della polarizzazione, spesso si intreccia con l’assai più nota politica di classe e di reazione: nonostante attiri e produca alcuni tra i personaggi più stravaganti del paese, la Florida non sta su un proprio lontano pianeta.
Ma che speranza rimane per quegli angosciati paranoici sterminati suburbi? Progressisti e socialisti ancora non hanno elaborato una propria strategia su misura per quella alienata popolazione, ma ad ispirarla può anche servire ciò che accade nelle grandi città o periferie urbane. L’ascesa della popolarità del Sindaco Zohran Mamdani a New York, l’ampia alleanza anti-ICE che si è definita tra Minneapolis e Los Angeles, dimostra come gli americani di questi contesti densi e multirazziali possano convergere su tematiche collettive ed esprimere prossimità e sostegno ai vicini in pericolo. A livello nazionale, è la maggioranza degli americani a considerare Donald Trump un leader terribile, l’economia che arranca, una politica convenzionale arrivata al capolinea.
Esistono altri segnali da considerare. Da poco più di un lustro una nuova ondata di militanza sindacale dei rappresentanti degli inquilini – spesso diversi per partito etnia e nazionalità – conferma come sia possibile fidarsi gli uni degli altri nello scontro con la proprietà immobiliare. Gli affitti si impennano a livello nazionale, ma i sindacati degli inquilini ci mostrano una via, di socializzazione, solidarietà, che non poggia su tecnologiche paranoie securitarie o sulla diffidenza. Purtroppo le telecamere di Neighbors hanno scelto di inquadrare solo un pezzo di realtà. La polarizzazione non ci spiega completamente la contemporaneità, quelle baruffe messe in scena in Neighbors non ci informano davvero sui problemi profondi che hanno condotto la società suburbana in quella condizione tanto malsana. Lo spettacolo senza dubbio ci intrattiene, e ci ricorda che spesso la realtà è assai più strana della finzione. Ma usare quella serie come strumento per valutare la psicologia collettiva dell’America, pare utile tanto quanto andare a discutere polemicamente col Papa su questioni teologiche.
da: Dissent, 8 giugno 2026; Titolo originale: Subdivided – Traduzione di Fabrizio Bottini




