Zohran Mamdani si è insediato primo cittadino di New York City. Nel bel mezzo del caos scatenato da Donald Trump nelle prime settimane del 2026, può capitare facilmente di perdere di vista quella che potrebbe essere una svolta rivoluzionaria per la politica. Riassumendo: un oscuro trentaquattrenne deputato statale membro dei Democratic Socialists of America, che solo un anno fa sarebbe malapena riuscito a riempire di pubblico qualche aula di seminario alla New York University, ha scavalcato sia il sindaco in carica Eric Adams e l’ex governatore Andrew Cuomo con un programma progressista senza sconti per nessuno, criticando nello stesso modo ICE e Israele e gli affitti dannatamente troppo alti. Anche India Walton ci era certo andata vicino a un ribaltone del genere a Buffalo quattro anni fa, ma stavolta i socialisti hanno vinto. Nel suo discorso a Capodanno, con a fianco Bernie Sanders e ricordando Fiorello La Guardia, Mamdani ha parlato di ricostruire una città «più grande e più bella per chi ne ha più bisogno». Distribuendo biglietti gratuiti per un festival teatrale qualche settimana fa ha esposto la propria visione per un luogo «dove sarà possibile ai lavoratori vivere con gioia anche l’arte, il tempo libero, l’espressione». Quando mai si era sentito un politico dire cose così?
All’establishment potrebbe suonare forse ingenua poesia giovanile. La concreta amministrazione che è il compito degli adulti, non si fa in versi ma in prosa. Sono molti tra loro ad aspettare un brusco risveglio da quel sogno, con la caduta di Mamdani e la fine del mandato. Le forze della reazione colgono almeno un punto: la scommessa è davvero molto ambiziosa. La sinistra americana ha tanto bisogno di una riuscita del progetto di Mamdani: non tanto per risolvere proprie contraddizioni interne elettorali e non una volta per tutte, ma perché di fronte agli attenti cittadini si deciderà così se una socialdemocrazia può legittimamente trovare posto negli Stati Uniti.
La prova del nove sta nell’amministrare. Su questo punto concordano sia Mamdani che gli assai più mainstream liberali fan della «abbondanza» nel Partito Democratico: una sinistra affidabile e sedimentata deve dimostrarsi capace di governare. Il sindaco di Chicago, Brandon Johnson, offre qui un esempio ammonitore. Come Mamdani, anche Johnson ha vinto una lunga e difficile campagna nel 2023 contro il sindaco in carica e un candidato Repubblicano espressione della protesta. Così come la vittoria di Mamdani, anche quella era resa possibile da una ampia mobilitazione di base dei progressisti. Ma tutto il capitale di consenso accumulato da Johnson crollò quasi immediatamente dopo le elezioni, trascinato da una percezione di clientelismi e incompetenza, e se poi i sondaggi di popolarità un po’ sono migliorati dai minimi del 2024, ancora si naviga in pessime acque.
Mettere in campo un programma davvero di trasformazione per la principale città del paese — che è poi anche il centro della finanza globale — potrebbe ribaltare la narrazione. I beni pubblici, i commons, termini alieni per l’inferno cleptocratico dell’America neoliberale, potrebbero assumere una concretezza e familiarità impensabili. Trotsky respingeva decisamente il concetto di socialismo in un solo paese: e se dicessimo socialismo in una sola città? Le politiche socialdemocratiche possono funzionare benissimo a scala municipale, ma richiedono un ripensamento profondo di decenni di preconcetti in economia politica. Punto di partenza, riconsiderare l’idea corrente della crescita continua come calamita di sviluppo locale. Come argomenta lo storico Daniel Wortel-London nel suo recente lavoro The Menace of Prosperity, troppi decisori di politiche urbane hanno ritenuto per buona parte del XX secolo che lo sviluppo economico segue meccanicamente «attirare e mantenere i ricchi».
Ma non succede sempre così. New York è stata dominata dall’immobiliare, dai servizi, dalla manifattura leggera. Quest’ultimo comparto ha alimentato la mobilità sociale specie dopo la riorganizzazione della forza lavoro, quando l’International Ladies Garment Workers Union diventava una delle organizzazioni sindacali principali del paese tra gli anni ’20 e ’30. Ma quel modello economico, di elevati salari e lavoro organizzato sindacalmente, inizia a crollare verso la metà del XX secolo, quando suburbanizzazione, white flight, e crisi generale della produzione industriale interna svuotano la base fiscale delle città americane. Si comincia così ad attirare e mantenere attività terziarie nel centro. Un approccio che pare funzionare a Chicago con l’amministrazione di Richard J. Daley tra gli anni ’60 e ’70, e che oggi ci lascia in eredità la Sears Tower. Un altro modello è quello del revenue sharing metropolitano dove si mettono in comune le risorse finanziarie della città centrale e della cintura suburbana. Lo si sperimenta a Minneapolis e St. Paul negli anni ’70, creando un Metropolitan Council sostenuto dall’amministrazione statale.
Tutti questi tentativi hanno dei limiti. Insediare tanti uffici a Chicago nel Loop non inverte la tendenza allo spopolamento, né quella alla segregazione razziale. Nel 1966 Martin Luther King Jr. operava all’unisono con Daley e la sua amministrazione, prendendo la parola di fronte a decine di migliaia di persone a Soldier Field: «Non ci accontenteremo finché l’oppressione sociale del ghetto e quella del tugurio infestato dai topi non andranno a finire nella pattumiera della memoria nazionale e neri e bianchi vivranno fianco a fianco in case sane e decorose». Le Twin Cities [Minneapolis e St. Paul] dipendevano da finanziamenti statali e dei nuclei centrali a soverchiante maggioranza bianca. Di fronte alla devastante propria crisi finanziaria degli anni ’70, New York City optava per una strategia ibrida. Imitando Chicago nel mantenere il più possibile uffici dentro la circoscrizione urbana, ma anche corteggiando in qualche modo i più ricchi a rafforzare la base imponibile, e il comparto dei servizi che a queste fasce sociali si rivolgeva.
Ne è derivata la città profondamente diseguale che conosciamo oggi, simbolo nazionale dell’impossibilità di trovare casa. Wortel-London qui non usa troppi giri di parole: l’impennarsi della diseguaglianza, in principio e in pratica, comporta un costo sociale altissimo. Distorce le politiche e orienta tutta la società solo verso la ricchezza. Cambia i termini della politica rendendo la cura degli interessi dei più ricchi il centro dell’amministrazione locale. Una città fatta soprattutto di persone eccezionalmente ricche e di tutto ciò che le circonda, vuol dire una solida base fiscale, ma anche meno domanda di servizi sociali, e poi conseguente richiesta di meno tasse. I redditi più bassi e i loro problemi vengono espulsi e la metropoli assomiglia sempre più e una specie di gated community. Il racconto che fa Dylan Gottlieb sugli yuppies — l’antico neologismo di era reaganiana da Young Urban Professional – chiarisce come non si trattasse semplicemente delle avanguardie truppe d’assalto della gentrification; erano i protagonisti pur di basso rango della nuova politica plasmata sui ricchi.
Ed è una strategia che pare aver funzionato molto mene sedimentandosi. Chi detesta Mamdani e ciò che potrebbe rappresentare chiama il consenso che ne ha determinato l’elezione un coagulo nel «Corridoio Comunista», gruppo di quartieri da Astoria nel Queens a Prospect Park a Brooklyn, abitati principalmente da ceti medi istruiti timorosi di una mobilità sociale che pare puntare solo in basso. Quel nomignolo vorrebbe delegittimare i giovani agiati travestiti da comunista di Carnevale, ma è un dato di fatto la caduta di consenso per il vecchio paradigma politico. Gli yuppie, almeno a New York, fanno parte della base socialista, e la parola d’ordine di oggi è riforme. Sortiranno qualche effetto le minacce di fuga di capitali di investimento da parte di Bill Ackman e altri miliardari speculatori? Mamdani non è certo il primo sindaco socialista a dover affrontare minacce del genere. Non è neppure il primo membro del suo partito DSA a diventare sindaco di New Yorklo era già David Dinkins, eletto nel 1989, anche senza il massiccio supporto organizzativo del gruppo di Mamdani.
Ma è un’altra amministrazione a raccontarci qualcosa di davvero interessante. Prima di imboccare il percorso verso un liberalismo da guerra fredda, Walter Lippmann era membro a pieno titolo del Socialist Party of America, e vice del collega socialista George Lunn, eletto sindaco di Schenectady, stato di New York, nel 1911. Lippmann ricoprì quel ruolo solo pochi mesi, deluso da quelli che riteneva compromessi e opportunismi di Lunn. Ma si tratta di una esperienza che val la pena di rivisitare oggi in grado di suscitare utili riflessioni. In una lettera di due anni dopo a un compagno socialista, Carl D. Thompson, Lippmann critica aspramente Lunn, ma nota anche un ostacolo che lo limita: «Dov’è la connessione tra eletti socialisti ed elettori non socialisti?» si chiede. Lunn rifiutava di aumentare le tasse per finanziare i servizi municipali, nel timore di «alienarsi interessi il cui sostegno poteva decidere le elezioni». Mentre «appare chiaro come il compito di una amministrazione socialista – prosegue Lippmann – appropriarsi di ogni rendita e investire in riforme e servizi sociali». Si tratta, precisamente, della medesima visione di Wortel-London: crescita e sviluppo economico intesi come strumenti per la società non certo finalità in sé e per sé.
Sono gli obiettivi finali – e la visione sociale che li sottende – a contare davvero. «Consideriamo la proprietà municipale e gestione della metropolitana» continuava Lippmann. Sia i riformatori progressisti che i socialisti erano favorevoli alla proprietà pubblica del trasporto collettivo, che invece all’epoca era privata. Ma erano le finalità a divergere. «Tutti i profitti di una rete di trasporto a gestione socialista sono un trasferimento dall’interesse privato a quello collettivo. Mentre secondo i riformisti il trasferimento è dagli azionisti ai contribuenti». In altre parole: c’è una grossa differenza tra un bene comune gestito come bene comune, e un altro che esiste principalmente come vantaggio per i ceti medi. Ed è una differenza che coinvolge anche l’immagine e la leadership morale, osservano molti commentatori. Sul New York Times, David Leonhardt, che non è certo un sostenitore di parte del ticket Sanders-Mamdani, sottolineava i «rischi di un governo invisibile» criticando lo stile di un Obama o di un Biden di perseguire il bene comune nel modo più discreto possibile.
Gestire le politiche con ciò che Cass Sunstein chiama «spintarelle» e Suzanne Mettler stigmatizza «stato sommerso» pare garantire solo disastri. Scopo di una strategia esplicitamente socialista è esercitare il potere in modi e con finalità sinora assenti tra i liberal. Lippmann concludeva la sua lettera in modo ambiguo, rigettando sia le tattiche puramente elettorali – con cui, riteneva, Lunn comprometteva qualunque possibilità di scelte socialiste – ma riaffermando l’importanza di presentare il socialismo come forma di governo affidabile. Secondo Lippmann, era importante costruirsi competenza ed esperienza, superando la fama meritata o meno di utopisti un po’ pasticcioni. «Sono stato testimone di infinite discussioni e scontri per cose senza alcuna importanza o valore» lamentava. Pensando che la soluzione stesse nell’accumulare credibilità e competenza organizzando sindacati e cooperative.
Oggi, nel ventunesimo secolo, quella non pare però un’alternativa praticabile. Uno dei risultati dell’assenza di queste occasioni formative per le pratiche di governo socialiste, come osservava Ned Resnikoff recentemente su Dissent, è per la sinistra il restare sospesa nell’utopismo anarchico alla David Graeber che abbiamo avuto modo di vedere con Occupy Wall Street, decisamente ostile all’agire dentro le istituzioni e nel rapporto con altre istituzioni. Mamdani e i suoi alleati politici, specie Alexandria Ocasio-Cortez, rappresentano un filone molto diverso, che può e vuole investire nell’uso della burocrazia per conseguire obiettivi socialisti democratici. Nel bene e nel male, con Mamdani diventato il socialista più potente del paese, si deve dimostrare di saper gestire un’amministrazione. E pare che per ora le cose stiano andando bene. Lo spettro della fuga dei capitali non si materializza. E Mamdani ha passato la prima settimana in carica firmando ordinanze esecutive riguardanti varie promesse fatte in campagna elettorale.
Ha resuscitato l’Ufficio Speciale del Sindaco per la Tutela degli Inquilini, nominando a capo l’attivista Cea Weaver. Ha coinvolto l’ex presidente della Federal Trade Commission, Lina Khan, nominandola responsabile per la casa abbordabile. In una convergenza abbastanza stupefacente, almeno per chi ricorda le tremende tensioni tra il sindaco Bill de Blasio e il governatore Andrew Cuomo, Mamdani e la governatrice Kathy Hochul hanno presentato insieme il programma di asilo per tutti i bambini di New York dai due ai quattro anni. A dicembre sono state approvate norme attuative del programma di Mamdani per un nuovo Department of Community Safety che opererà per «prevenire la violenza prima che si manifesti perseguendo una sicurezza intesa come benessere pubblico». Significativa l’Ordinanza n. 7 che istituisce un Office of Mass Engagement, sostituendo organismi partecipativi precedenti, a promuovere governance democratica.
Da sinistra si critica sostenendo che paiono tutte mosse per nulla rivoluzionarie. Giusto magari, ma teniamo sempre bene in mente ciò che diceva e pensava Lippmann sui fini separati dai mezzi. Si tratta di condivisibili e buone iniziative, da liberal, da progressisti, finanche da ostinati centristi come la governatrice Hochul. M ala cosa più importante è che vengano poste in atto per raggiungere finalità politiche socialiste democratiche, senza sacrificare alcuna visione internazionalista. Esistono certamente dei limiti a ciò che può fare una amministrazione Mamdani. New York ha un sistema di governo del sindaco forte e consolidato, ma deve anche confrontarsi con un consiglio abbastanza conservatore, e c’è poi la governatrice Hochul, certo più affidabile di un Cuomo, ma che fa pur parte di uno Stato che da Albany protende la sua sinistra ombra sulla città. Resta che il sindaco ha autorità sufficiente per esprimere politica orientata attraverso ordinanze esecutive e decisioni amministrative: Mamdani sinora si è dimostrato deciso a usarle.
Naturalmente, usare efficacemente il proprio potere significa anche superare diffidenze di bassissimo rango. Ma ha funzionato magnificamente come test preliminare, qui, tutto il terrore artatamente sollevato in campagna elettorale contro il Mamdani presunto comunista e integralista islamico. Impossibile dimenticarsi quelle clip prodotte in intelligenza artificiale per la campagna di Cuomo dove si affermava che Mamdani avrebbe liberato dalle galere tutti i più efferati criminali, legalizzato ogni sfruttamento sessuale, diffuso in tutto il mondo l’intifada [mi ricorda molto un’altra clip elettorale italiana una quindicina di anni fa di stampo sarcastico prodotta da Radiopopolare sulle note di Al Bano: Pisapia Canaglia n.d.t.]. Bari Weiss su The Free Press ha passato almeno una decina di articoli da dopo le elezioni, accusando via via Mamdani di antisemitismo, o di voler portare la guerriglia del terzo mondo in stile algerino nel nostro paese. Il blogger liberal Noah Smith insinua che Mamdani rappresenti «il lievitare di un islamismo di sinistra in America».
E tutto pare superare di gran lunga una specie di pur sgangherata faziosa reazione spontanea; pare piuttosto che riconoscendo una forza e capacità generazionale in Mamdani — assai assimilabile a quella di AOC in quanto nuova espressione di un Sanders — provino disperatamente a contenerla. Ma è un metodo che non funziona, e l’impotenza li sta esasperando. Essenzialmente, la vera ragione di tutti questi ridicoli sbotti razzisti è identica a tutte le ipotesi vagamente complottarde contro Barack Obama. Allo stesso modo di Obama, Mamdani è popolarissimo, affascinate, politico telegenico, ha anche un nome esotico e la pelle scura. A differenza di Obama, Mamdani è pure musulmano e poco incline a compromessi al solo fine di allargare un po’ il consenso. Il vero fatto è che non teme affatto il conflitto – ovvero non è affatto di «temperamento moderato» come si è descritto Obama in una nota post-presidenziale – il che rende la sua riuscita politica assai più pericolosa per gli avversari di centrodestra. Quando addirittura Trump, lo stesso che ha chiesto per anni a Obama il certificato di nascita, si godeva di dividere con lui l’Ufficio Ovale durante l’incontro a novembre.
Soprattutto, Mamdani ha un indiscutibile carisma, e Trump sa benissimo che non ci si può spingere troppo oltre contro di lui. Una importante componente della sua base elettorale si compone di persone di origine sud-asiatica, residenti in quartieri che hanno votato per Trump nel 2024. Tutto questo aiuta molto a far superare a Mamdani ogni eccesso di ansia. Ha resistito a tutti gli attacchi piuttosto faziosi dal Times e da chi stava con Eric Adams per non aver nominato un vicesindaco nero, evidente manovra delle correnti del Partito Democratico che usano le componenti etniche del consenso che oggi si potrebbero anche accantonare. Mamdani si è anche rifiutato di mettere un po’ in secondo piano la questione della solidarietà al popolo palestinese, nonostante tutte le pressioni dei Democratici. Come conferma poi la sua chiara condanna di certe manifestazioni pro-Hamas davanti a una sinagoga di Queens, la sua è una strategia assai pragmatica.
Per tornare alle questioni propriamente urbane, il nuovo sindaco si è schierato apertamente con la delegata alla casa Weaver, dopo che il New York Post ne aveva insinuato alcune manifestazioni di odio anti-bianco nel 2010 (Weaver è bianca). Qualunque vagheggiamento durante il massimo delle polemiche woke, sembra suggerire l’amministrazione, non dovrebbe tradursi necessariamente in abiure politiche nel 2026. Weaver è una riconosciuta esperta di settore che vanta uno straordinario curriculum quanto a capacità organizzativa. Scrivendo su Phenomenal World nell’ottobre scorso concludeva che un blocco degli affitti – tra i pilastri portanti del programma Mamdani – era da considerarsi inevitabile perché tanti abitanti l’affitto di mercato non possono permetterselo, ma il provvedimento va integrato con nuove norme, e ancor più con investimenti pubblici in cui l’amministrazione funga da «community land trust». In sostanza, Weaver vorrebbe usare il potere dello stato per cancellare la speculazione immobiliare che impedisce l’accessibilità alla casa in affitto a New York City, e investire in abitazioni pubbliche.
Tutte cose che scalderebbero il cuore al giovane Lippmann socialista. Non si tratta di bloccare gli affitti per trovare consenso – anche se certo si tratta di un vantaggio collaterale – ma di iniziare a reimmaginare un sistema di economia urbana che non sia più basato sulla crescita continua dei valori immobiliari a vantaggio dei proprietari e investitori. Uno dei messaggi di Weaver citato nelle polemiche del Post diceva: «la proprietà privata, specie alcune forme particolari di proprietà della casa, è uno strumento della supremazia bianca che usa anche politiche pubbliche a mascherare accumulazione di ricchezza». Certo non si tratta un gran argomento per vincere una campagna elettorale (come capisce benissimo anche Weaver), specie quando si tratta di cercare o consolidare consenso in quartieri a maggioranza bianca. Ma si tratta di una analisi che contiene un fondo di verità, a cui non si possono certo contrapporre le proprietà di casa nere in altri quartieri.
Per decenni tante amministrazioni hanno dato per scontato che valori immobiliari in crescita fossero incontestabili fattori di sviluppo e incremento del gettito fiscale, da promuovere con le politiche urbane, e per via di questo divario (enorme e in crescita) razziale – tutto il meccanismo della proprietà dei prestiti dei mutui in senso lato – si viene a perpetuare la supremazia bianca. Certo le cose non cambierebbero eliminando i sistemi urbanistico-immobiliari della segregazione, ma il problema resta e peggiora.
Weaver e con lei Mamdani, sfidano un paradigma, e non lo fanno strumentalmente – come pensa qualunque classe dominante di qualunque movimento egualitario – ma nel nome e spirito di un autentico universalismo. È un diverso immaginario politico di cui onestamente si avvertiva la necessità, e il consenso che incontra dimostra la maturazione politica della sinistra americana. Negli ultimi dieci anni siamo passati da articoli su piccole riviste che denunciavano il capitalismo razzista, allo sviluppare approfondite teorie e articolate pratiche in grado di affermarsi, nonostante il crollo da decenni di ogni tentativo dei lavoratori e della sinistra per usare il potere a fini di bene pubblico, oggi ci riprova una inedita coalizione etnico-borghese impoverita. Se funziona a livello locale può essere un modello nazionale.
da: Boston Review, 20 gennaio 2026; Titolo originale: Socialism in One City – Traduzione di Fabrizio Bottini



