Sarà la volta buona

Mapello (Bg) centro commerciale, foto F.Bottini

Dovrebbe essere la volta buona, finalmente la capiremo anche noi: il sogno immerso nel verde a dieci minuti di auto dal centro è una balla colossale. Sarà difficile, come smettere di fumare, ma ce la faremo.

Certo quando si smette di fumare l’intossicazione da smaltire dura magari da qualche lustro, e invece qui la cosa si trascina da un paio di generazioni e passa, tocca insomma disintossicarsi anche degli stravizi dei padri e dei nonni. Certo si faceva meglio a non cominciare neppure, ma chi andava a pensare a tutti quei guai?

Era il dopoguerra, più o meno. Dall’altra parte dell’oceano ci pensava il costruttore privato William Levitt a fare da tramite fra i mutui agevolati per i reduci concessi da governo federale, e le distese di casette con steccato bianco pronto da riverniciare in tanti sabati pomeriggio. “Chi ha una casa con giardino non può essere comunista” tuonava il visionario palazzinaro, e da questa parte del mare gli argomenti erano più o meno gli stessi, esposti con pacatezza democristiana nel Piano per l’incremento dell’occupazione operaia agevolando la costruzione di case per i lavoratori. Diventava di massa, per molti anche se non proprio per tutti, il destino di quella canzonetta dell’epoca fascista, quella che suonava “una casettina, in periferia, una mogliettina, giovane e carina proprio come piace a me …”.

I villaggi italiani all’inizio erano un po’ diversi da quelli del sogno americano. Casette modeste, a volte un po’ simili a quelle di campagna dove avevano abitato i nonni. Ma il convoglio era partito, ora poteva solo prendere velocità. Con le prime Seicento, e le autostrade. Le casette diventavano villette, e i terreni un po’ più ampi, con le fontanelle e i nani da giardino di fianco alla grotta con la madonnina voluta dalla nonna. Tutto bello, pulito, ordinato, di qua dalla siepe della recinzione. Fuori però qualcosa non andava.

Era diventato indispensabile usare la macchina, tutto oltre la siepe era organizzato attorno alle macchine. Solo i nonni avanti e indietro per portare i nipoti da scuola, alla piscina, ai corsi di spagnolo, quindicimila chilometri l’anno. E le altre due macchine di casa, dentro e fuori dal box per andare al lavoro o al centro commerciale per la spesa grossa. Tutti incazzati neri per la coda che non finisce mai, o per i blocchi totali con tre centimetri di neve, non si può andare avanti così.

Abbiamo iniziato ad arrivarci davvero quando l’illusionista del sogno immerso nel verde è atterrato dall’elicottero a l’Aquila devastata dal terremoto e ha ritirato fuori il suo trucco da baraccone: via dalla città tutti in villetta e al supermercato con la macchina! Ed è scattato finalmente il cortocircuito: dovremmo rinunciare alla nostra città in cambio di una patacca pubblicitaria come quella che ci avete rifilato per due generazioni? Ci avete preso per scemi?

Beh, a dire il vero non è andata esattamente così per tutti, ma per molti. E certo diventeranno ancora di più, tanti di più, a svegliarsi da quel sogno e da tutti gli incubi che si porta appresso. Ci sono tanti altri sogni da sognare. Buon anno.

(il pezzo venne pubblicato dalla rubrica fissa di urbanistica sul supplemento settimanale del manifesto, Carta, nel 2011, ma è appunto sempre la volta buona)

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