Sono arrivato in America dall’Irlanda nel 1984, da giovane ingegnere che voleva frequentare una business school. Ho scelto l’università di Stanford, un po’ per il clima e l’ambiente naturale, ma soprattutto per l’elettrizzante spirito imprenditoriale che pervadeva la Silicon Valley. Mi aveva conquistato la pubblicità Apple al Super Bowl 1984: un atleta che sfascia con una mazza lo schermo del Grande Fratello e manda in frantumi il monopolio IBM sui computer. Più che una inserzione pubblicitaria pareva un manifesto politico: con la tecnologia si poteva fare a pezzi il potere. Negli ultimi 40 anni, ho avuto il privilegio di svolgere un ruolo guida in tre start-up, e diventare il primo associato alla venture capital Andreessen Horowitz. Ho osservato internet democratizzare l’informazione, lo iPhone mettere in tutte le tasche un computer, e il cloud scatenare un uragano di nuovi programmi. In ciascun caso si è confermata l’immensa forza positiva della tecnologia, le idee innovative affermarsi per il proprio merito e aprire competizione e discussione, col settore tecnologico ad accoglierle e promuoverle.
Ogi con l’ascesa dell’Intelligenza Artificiale, quell’etica viene minacciata, e la minaccia arriva dall’interno della Silicon Valley. Alcuni tra i più potenti operatori A.I. — tra cui spiccano purtroppo alcuni miei amici ed ex associati — hanno raccolto centinaia di milioni di dollari per impedirlo, un serio e significatovi dibattito sul tema del governo di A.I. Hanno operato a favore di pressioni politiche contro tutti i candidati che vorrebbero regolamentare A.I. e invece sostenere quelli che non si impicciano. Credo che si tratti di un gigantesco errore. L’Intelligenza Artificiale non è semplicemente una nuova tecnologia. Potrebbe spingere la produttività verso nuove dimensioni, automatizzare il lavoro di molti milioni di persone. Potrebbe trovare la cura per il cancro, e al tempo stesso accelerare rischi biologici a cui non siamo preparati. Potrebbe rivoluzionare l’apprendimento dei bambini, ma lasciarli incapaci di distinguere il vero dal falso. Potrebbe concentrare il potere economico in modi che fanno impallidire il peggio della nostra più spietata storia industriale.
L’ascesa del settore A.I. richiede una discussione nazionale sui modi per condividerne i vantaggi rispondendo ai legittimi timori delle persone. Un dibattito che sta iniziando, nel sindacato, tra chi si occupa di diritti dei bambini, di diritti civili, economisti, e anche imprese del settore. Ciò che manca è una guida politica: legislatori abbastanza informati, abbastanza indipendenti, che traducano il dibattito in strategie durature. I principali esponenti del mondo tecnologico dovrebbero spingere la politica a impegnarsi e agire.
Lo svolgimento a cui stiamo assistendo deriva dalle azioni delle aziende crypto, che sono riuscite a neutralizzare qualunque tentativo di regolamentazione spendendo milioni di dollari contro candidati favorevoli alle regole, e a favore dei deregolamentatori nelle elezioni del 2024. Andreessen Horowitz, ha fortemente contribuito alle pressioni politiche organizzate del comitato Fairshake, che si è imposto come modello. L’anno scorso, la stessa azienda ha finanziato e organizzato qualcosa di simile sulla Intelligenza Artificiale, Leading the Future. Tra i contributi principali a Leading the Future compaiono Greg Brockman, co-fondatore e presidente di OpenAI, Joe Lonsdale di Palantir, e Perplexity compagnia di settore. Il comitato ha raccolto 125 milioni di dollari. E perché? A mio parere non per promuovere la propria visione strategica A.I., ma per minacciare quella politica che ritengono troppo invasiva in termini di governo dell’Intelligenza Artificiale.
Il primo bersaglio di Leading the Future è stato Alex Bores, deputato statale di New York che ha partecipato alla definizione di norme e regole sulla A.I. e adesso si presenta candidato alle elezioni nazionali. Si sono investiti 6 milioni di dollari in inserzioni del comitato contro Bores, praticamente senza mai parlare di intelligenza artificiale. In una di queste inserzioni, a gennaio, si affermava che Bores avesse guadagnato molti soldi sviluppando tecnologie per lo U.S. Immigration and Customs Enforcement. Bores dichiara che è tutto falso. Ma il messaggio vale per tutta la politica e appare chiaro: se sfiori la regolamentazione A.I., verremo ad aggredire anche te.
Un altro gruppo pro regolamentazione, Public First Action, sostenuto da dirigenti di Anthropic e altri, costituito al dichiarato scopo di contrastare Leading the Future,è entrato in campo investendo oltre 3 milioni di dollari a sostegno di Bores, che sommati a quelli di altri quattro gruppi arrivano a un totale di 6 milioni. Capisco le intenzioni, ma non condivido il tipo di tattica. L’enorme entità dei finanziamenti alla politica è un veleno per la nostra democrazia. Distorce i meccanismi elettorali, e non aiuterà certo a dare all’America la politica sull’Intelligenza Artificiale che serve. Ma sono convinto anche che i tentativi di infiltrazione politica delle imprese A.I. non riusciranno. Perché non colgono proprio l’atteggiamento dei cittadini. Gli americani sono convinti che il sistema venga manipolato da ricchi e potenti. Sono anche profondamente preoccupati riguardo all’Intelligenza Artificiale: sta crescendo una forte reazione che diventerà ancora più decisa quando gli elettori verranno a sapere che una manciata di miliardari spende cifre astronomiche al solo scopo di impedire qualunque dibattito sulla regolamentazione.
Questo improprio investimento politico del settore A.I. mette i candidati nella posizione di apparire del lobbisti al soldo dell’industria (devo ammettere qui di essere stato avvicinato da qualcuno che vorrebbe denunciare più chiaramente queste pressioni e che probabilmente metterò di persona denaro a loro disposizione). Capisco anche i timori di chi capisce come una cattiva regolamentazione possa distorcere il progresso delle tecnologie. La nostra politica non ha sempre brillato per tentativi in genere disinformati e rozzi. Ma certamente non si arriva a regole intelligenti ed equilibrate impedendo il dibattito, lo si fa coinvolgendo più persone e più interessate competenze. Si possono meglio investire tutte quelle centinaia di milioni buttati in consulenze e annunci distruttivi. Il settore dell’Intelligenza Artificiale potrebbe addirittura finanziare le Università perché attivino corsi integrativi rivolti a politici, associazioni, cittadini: non propaganda, ma rigorosa formazione. Sostenere esperimenti di A.I. nei servizi pubblici, dalla sanità dove non funziona, alle amministrazioni locali e scuole.
Potrebbe anche saltar fuori che l’Intelligenza Artificiale davvero scopre la cura per il cancro. Trova soluzioni ai problemi più annosi: dalla redistribuzione della ricchezza, a nuove diverse prospettive per il lavoro, la sua dignità, la sicurezza dei cittadini che cresce man mano cresce la diffusione delle nuove tecnologie. Occorre promuovere la cooperazione internazionale sui rischi A.I. Resto ancora convinto che l’innovazione tecnologica non possa far altro che bene e l’Intelligenza Artificiale ne sia una conferma. Non sono d’accordo con tanti mie ex amici e colleghi, ma non per ragioni personali di critica. Si tratta di capire ciò che è meglio per il mondo. Abbiamo un’occasione straordinaria per rimodellare l’idea di cittadinanza, di politica, di potere, e farlo in modo tale da avvantaggiare tutti. Non sprechiamola.
Per meglio capire il punto di vista dell’Autore può servire la sua scheda Wikipedia L’op.ed. è da: The New York Times, 13 giugno 2026; Titolo originale: Tech gurus can’t buy democracy – Traduzione di Fabrizio Bottini



