La crisi del giornalismo tossico da cellulosa ma anche no

immagine The New York Times

Una mattina Tony Soprano ciabatta giù dal vialetto d’ingresso in pantofole da camera a raccogliere il suo quotidiano; e la mattina dopo o anche prima un titolo da Silicon Valley chiama giornali – e riviste – «roba che sta fuori a prendere l’umido come i rottami di un incidente stradale». Colpito e affondato. Nel suo terzo libro di imperturbabile studio, L’Impero dell’Inchiostro, Alex Wright ci spiega come l’America sia scesa dai 9.000 giornali del 2005 ai 6.000 del 2025 (più di quanto avrei supposto io), con una media di chiusure di due la settimana o più. Starbucks ha smesso di venderli mesi prima della pandemia. Ma sono ancora tanti tra i colleghi giornalisti — anche i più giovani — a tener d’occhio ansiosi la comparsa su stampa dei propri pezzi e a celebrare l’eventuale atterraggio in prima pagina. E ciò nonostante l’affermazione del formato internet, coi suoi click ed eventuale viralità a rappresentare la valutazione di successo, se non di qualità.

Empire of Ink contribuisce a spiegarci perché continuiamo a restare così attaccati all’obsoleta e sempre più marginale filiera della stampa su carta. Il libro è una ricostruzione assai poco sentimentale del giornale americano dai tempi della Guerra Rivoluzionaria all’inizio del XX secolo, e ci rivela tanti tratti comuni fra quella cultura del copia incolla e l’attuale continuo duello a sgomitate coi media online. Wright oltre che studioso del tema è anche digital designer, ha lavorato per Google News, per il New York Times (non ci siamo mai incontrati), e i suoi libri precedenti riguardano l’organizzazione e distribuzione della conoscenza umana. Appartiene anche a una famiglia di newspaper people, tra cui una prozia amica di Margaret Mitchell, che era giornalista di cronaca su The Atlanta Journal prima di slogarsi una caviglia e trovare così il tempo per scrivere Via Col Vento.

Sono molti gli scrittori oltre a Mitchell che hanno collaborato ai giornali, ma Wright si interessa soprattutto a quelli che ci si azzuffano. Charles Dickens, a sua volta ex giornalista di cronaca prima dell’immenso successo dei suoi libri, giudicava i foglietti americani «una cosa così sporca e animalesca che nessun uomo onesto vorrebbe veder girare per casa neppure appesa al chiodo del gabinetto». L’eroe del suo Life and Adventures of Martin Chuzzlewit si confronta con fogli scandalistici quali The New York Sewer o The New York Rowdy Journal. James Fenimore Cooper fu protagonista di ben 14 querele contro vari giornali, tutte vinte, fino a dichiarare che «la stampa americana è la lebbra della società, morte della decenza, perversione della verità, ruffiana del crimine» (chissà cosa direbbe di Threads). Edgar Allan Poe una volta sfidò a duello il direttore di The Richmond Examiner, favorevole allo schiavismo e che aveva scritto a proposito della voce di una tresca tra lo stesso Poe e una vedova. Poi il poeta al duello si presentò troppo ubriaco per combattere, e lo scontro si spostò in una taverna da dove i due uscirono amici per sempre.

La figura letteraria più significativa dell’epoca dei giornali è però Samuel Clemens, più noto col nome d’arte di Mark Twain, partito dalla modesta professione di apprendista tipografo al Missouri Hannibal Courier prima di diventare uno dei pochi arricchiti di questa alluvione di inchiostro. Passando attraverso gli stadi intermedi di «vagabondo tipografo» in giro per il paese insieme al fratello Orion, facendo scherzi e raccogliendo materiali che poi sarebbero confluiti nel memoriale-fiction Roughing It. Scriveva pezzi poi molto popolari in difesa di persone dai capelli rossi maltrattate senza particolari motivi —cosa allora abbastanza frequente — che porta Wright a definirlo «la prima intuizione di diffusione virale». Col suo caratteristico vestito bianco Twain diventava «il primo influencer». Il libro prova, e lo fa molto efficacemente, a ricostruire un collegamento tra i professionisti della produzione e diffusione a stampa di ieri, coi TikTokers di oggi, aggirandosi tra leggende come Horace Greeley, o altri protagonisti molto meno noti.

«Il vecchio direttore-stampatore da cittadina rurale — che magari scambiava abbonamenti con bottiglie di whiskey o forniture di uova; chiedeva a qualcuno poesie, saggi, un po’ di pettegolezzi locali; stava in contatto professionale con altri personaggi e giornali simili in tutto il paese – ragiona Wright – probabilmente è molto più prototipo dell’attuale creatore di notizie di quanto non sia mai stato quel prototipo middle class pensosamente seduto alla macchina da scrivere in una redazione a metà ‘900». Ma non c’è necessariamente il bisogno di tornare a qualche eroica epoca di «si va in stampa» con ansie da finale del campionato; quando il tipografo compositore Jalen Brunson a The Times era tanto rapido da guadagnarsi il soprannome di Velocipede. Twain era un entusiasta delle nuove tecnologie e in qualche modo aveva previsto l’arrivo di microfilm e Siri, ma non h acapito l’errore di investire nell’impresa meccanica Paige Compositor, dal cognome dell’inventore.

Il documento di brevetto su 218 pagine si guadagnò il nomignolo di Balena, ma la macchina, 18.000 parti componenti, si dimostrò una Balena Bianca: doppiata in scioltezza al primo giro dall’agile Linotype, inventata da Ottmar Mergenthaler, e dichiarata «ottava meraviglia del mondo» da Thomas Edison. Il lungo processo di pensionamento della Linotype comincia poi negli anni ’70, con l’arrivo della fotocomposizione e poi dei computer. In sintesi, L’Impero dell’Inchiostro sostiene che la tecnologia trasforma, ma la tendenza umana a condividere e comparare resta identica. C’è ovunque tanta nostalgia per i tempi del Watergate e la sacralità della missione professionale. Wright risale molto di più nel tempo, a un’epoca in cui i fogli stampati erano tanto più simili a tante pagine online o copia incolla impazziti, a circolazione incontrollabile, fortemente sbilanciati e politicizzati, e grazie all’esclusione dal Copyright Act del 1790 ampiamente plagiati senza alcuno scrupolo da operatori detti «maestri del ritaglio», presaghi degli attuali aggregatori o addirittura dell’Intelligenza Artificiale. Il libro non vuole certo costituire una guida per il giornalismo del futuro, ma certamente quando le notizie sulle notizie paiono tanto tristi è un sollievo essere invitati a salire sul treno dell’ottimismo.

Alex Wright, Empire of Ink – The printers rogues and radicals who invented the American Newsaper, Basic Books. Da: The New York Times, 18 giugno 2026; Titolo originale: When the news arrived first on paper – Traduzione di Fabrizio Bottini

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