Il 25 marzo 2026 il Senatore Bernie Sanders e la Deputata Alexandria Ocasio-Cortez hanno presentato lo «AI Data Center Moratorium Act», disegno di legge che propone una pausa per tutte le grandi realizzazioni di data center collegati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, finché il Congresso non approverà adeguate norme relative a sicurezza, tutela dei lavoratori, criteri ambientali. La proposta corrisponde a un drastico cambio di atteggiamento nazionale sul tema. Solo cinque anni fa i data center erano considerati segnale indiscutibile di progresso. Oggi, sono oltre 100 le circoscrizioni amministrative che hanno approvato moratorie riguardanti il proprio territorio, 300 i disegni di legge relativi statali, e parecchie amministrazioni un tempo in concorrenza per assicurarsi quegli insediamenti offrendo incentivi fiscali — dalla Virginia, alla Georgia, all’Oklahoma — stanno riesaminando i propri programmi.
Una svolta per nulla difficile da capire. I data center consumano enormi quantità di energia elettrica e di acqua. Nella grande rete regionale di distribuzione che comprende 13 Stati e il Distretto della Capitale, e serve 65 milioni di persone, i costi di fornitura dell’energia sono balzati da 2,2 miliardi di dollari a 14,7 miliardi in un solo anno, e i data center pesano per circa due terzi su questo incremento. Le bollette elettriche a uso residenziale sono cresciute del 32% tra luglio 2020 e luglio 2025. Chi abita vicino a questi insediamenti, esistenti o progettati, subisce o teme rumori, sovraccarico delle reti, consumo di suolo agricolo, tutti costi immediati e tangibili.
Cosa ne guadagnamo
Gli operatori rispondono che i data center portano lavoro qualificato e ben retribuito, attività di costruzione, gettito fiscale. Un enorme campus di questo tipo, come quelli costruiti da Amazon, Google, and Microsoft, si colloca tra i principali contribuenti fiscali del paese. Ancora i favorevoli sostengono che gli Stati Uniti non possono certo cedere l arete di sostegno all’Intelligenza Artificiale ad altri concorrenti, prendersi una pausa delle costruzioni significa cedere il posto di avanguardia tecnologica. Ma i critici replicano come i vantaggi siano sopravvalutati, specie per quanto riguarda l’occupazione: i data center sono una delle componenti meno labor-intensive dell’economia. Ad esempio, anche i progetti più grandi offrono da poche decine e poche centinaia di posti qualificati, mentre gli altri sono solo precari e riguardano l’edilizia della costruzione. Costosi anche gli incentivi fiscali: in Virginia, le esenzioni per i data center hanno fatto perdere 1,6 miliardi di dollari solo nel 2025. Per favorire qualcosa che sarebbe avvenuto comunque anche senza quegli incentivi.
I dati sui posti di lavoro
Ciò che manca nel dibattito sono conoscenze sistematiche sugli effetti economici prodotti effettivamente dai data center. A questo scopo, abbiamo raccolto informazioni incrociate da circa 1.500 data center a livello nazionale e da 52 progetti presentati e poi ritirati, collegandoli ai dati occupazionali e di reddito a scala di circoscrizione di contea del Bureau of Labor Statistics (2003-2024). Consideriamo che l’impatto dei data center sull’occupazione, comparando i mercati del lavoro dove se ne costruiscono con quelli dove vengono proposti ma poi non realizzati, tenendo conto del fatto che le localizzazioni vengono scelte in base ad alcune caratteristiche (disponibilità di terreni a basso costo, energia, sviluppo economico recente). I luoghi dove non sono stati realizzati sono importanti perché prima dell’arrivo delle strutture quei territori crescevano più di altri. Se semplicisticamente ci si limita a comparare un territorio all’altro – come fanno certi operatori interessati dei data center – a dir poco si esagera l’effetto di creazione posti di lavoro.
Noi rileviamo che questi posti di lavoro locali certamente si creano, ma attenzione. Nei bacini territoriali dove arriva una prima ondata di data center cresce l’occupazione nel settore data processing del 56% nel primo decennio. Le telecomunicazioni, altro comparto chiave, crescono del 43%. Non cambiano i salari, mentre si verifica un lieve aumento nel costo dall’abitazione: 2%-5%. In un territorio tipo, sono 100-200 posti di lavoro, a seconda del genere di insediamento.
Non tutti i data center sono uguali
Una indicazione molto rilevante è quella della variabilità degli effetti sull’occupazione a seconda del tipo di insediamento. Che noi classifichiamo in due filoni principali: iper-scala (realizzato da compagnie che operano in AI e cloud — Amazon, Google, Microsoft, Meta — per gestire la propria attività); o allocazione (realizzato da operatori specializzati di data center — Equinix, Digital Realty, CyrusOne — che poi affittano le strutture ad altri). Questa distinzione, mai fatta prima da altre ricerche o considerata dai regolatori, si rivela fondamentale. Entrambi i tipi inducono una crescita dei posti di lavoro nel data processing. Però, nei territori del tipo di insediamento che abbiamo chiamato iper-scala cresce anche il comparto occupazionale telecomunicazioni, in quelli da allocazione invece no. Ciò accade perché i complessi del primo tipo creano una grande domanda di connessioni in fibra e di rete, mentre quelli del secondo tipo da affittare a terzi da remoto non richiedono necessariamente questi servizi.

Punti da ricordare
Le comunità hanno legittimi timori sui costi energetici, sul consumo idrico, sugli impatti ambientali, e a queste questioni occorre rispondere con dati oggettivi a disposizione. Mentre per quanto riguarda il mercato del lavoro si è sinora discusso in gran parte senza alcun dato, e così inostri rilievi indicano alcuni punti di riflessione per chi decide sull’insediamento dei data center:
- I data center creano posti di lavoro, anche se sono meno di quanto vantato dagli operatori. Sono le comparazioni semplicistiche tra territori di cui si valuta la crescita a indurre sopravvalutazioni.
- Non tutti i data center sono uguali. L’ecosistema delle telecomunicazioni, che è quanto distingue questi complessi da altri contenitori capannone magazzino, sta concentrato solo in quelli realizzati direttamente dai grandi operatori AI-cloud. Altre strutture costruite per essere affittate generano modeste quantità di occupazione.
- I lavoratori non ci guadagnano. Gli stipendi non variano, aumenta lievemente il costo della casa, 2%-5%.
- Attenzione agli incentivi. Complessivamente gli incentivi statali pesano meno degli investimenti privati. Nei territori dove si insedia il tipo iper-scala gli incentivi pesano per il 2% degli investimenti di costruzione. Le decisioni localizzative vengono prese in base alla disponibilità di energia, terreni, infrastrutture a fibra, non certo facilitazioni fiscali. Nei territori dove si insedia il tipo allocazione, spesso gli incentivi statali rappresentano una quota molto più significativa del totale investimenti (62%), il che significa una esatta corrispondenza tra più incentivi e meno effetti sull’occupazione.
Il dibattito sui data center è in continua evoluzione, ma molto più lenti appaiono gli studi basati su dati oggettivi. Che si parli di moratoria federale, di programmi di incentivi statali, di decisioni locali in termini di urbanistica e territorio, la politica e la programmazione hanno bisogno di basi informative rigorose.
da: Brookings Institution, 10 agosto 2026; Titolo originale: New evidence on data center employment effects – Traduzione di Fabrizio Bottini


