Lavoro manuale fatica fisica imposta e demenza

foto F. Bottini

Il movimento fisico è una delle cose più salubri che si possano fare, per il corpo e per la mente. Ci sono infinite ricerche scientifiche a mostrare quanto anche pochi minuti di attività ogni giorno contribuiscano a diminuire il rischio di demenza invecchiando. Ma tutto dipende dal contesto. Uno studio pubblicato da poche settimane rileva come il lavoro fisicamente impegnativo, lunghe ore passate a sollevare pesi, in piedi, martellare, camminare, svolgere tante attività manuali diverse, può anche significare più rischio di demenza del tipo Alzheimer. Nello studio più lavoro manuale si correla a più rischio di problemi di memoria. Ma contemporaneamente lo stesso studio rileva una diminuzione del rischio di demenza al crescere dell’attività fisica non lavorativa ma per il tempo libero.

«Il contesto in cui si svolge una attività fisica è ciò a cui dobbiamo dedicare particolare attenzione» spiega I-min Lee, epidemologa alla T.H. Chan School of Public Health della Harvard University, impegnata in ricerche sul rapporto tra esercizio e salute che però non ha partecipato alla ricerca. I risultati dello studio indicano l’importanza della ragione per cui svolgiamo quell’attività fisica sui suoi effetti. E si sollevano questioni importanti per tutti: è possibile che muoversi perché ci viene chiesto di farlo sia meno sano che muoversi perché si decide di farlo? Ha forse a vedere con lo stress, o qualcos’altro? E cosa significa questa possibilità si trova di fronte all’impossibilità di scegliere se muoversi o no?

L’attività fisica è sempre la stessa cosa? Gli studiosi per un lungo tempo hanno pensato che un intenso sforzo fisico per lavoro avesse sulla salute i medesimi effetti dell’esercizio nel tempo libero, però al contrario esiste anche l’effetto noto come «paradosso del rapporto tra attività fisica e salute». Qualcosa che appare particolarmente evidente per quanto riguarda longevità e cuore. In un esame della letteratura scientifica pubblicato nel 2018, emergeva come i maschi lavoratori in mansioni molto fisicamente impegnative morivano prematuramente il 18% più di altri a cui veniva imposta meno fatica. Nel 2021 un altro studio su 16.974 maschi e femmine lavoratrici, rilevava come chi fosse impegnato in attività di «continuo sollevamento, spinta, spostamento, piegarsi» o passare molto tempo in piedi e camminando, risultava più propenso alle patologie cardiache, anche al netto dalla considerazione di altri fattori come genere, fumo, istruzione e altri. Queste ricerche però non avevano preso in considerazione la salute del cervello e la propensione alla demenza.

Nel nuovo studio, pubblicato da Lancet Public Health, i ricercatori della University of Southern California di Los Angeles hanno valutato 74 studi disponibili con oltre 4,2 milioni di persone coinvolte, che esaminavano la correlazione tra attività fisica e demenza. Alcuni riguardavano anche il tipo di attività fisica volontario. Altri solo quello di lavoro. In alcuni casi si studiavano le attività domestiche, dalla cucina alle pulizie, o il pendolarismo «attivo», modi vari per accumulare tempi di attività fisica. Ma si trattava di ricerche troppo circoscritte per fornire risultati utili. Le ricerche fornivano informazioni, soprattutto da questionari, su come le persone si muovevano durante lo svolgimento del lavoro a casa e fuori, e su come si era sviluppata poi la tipologia di demenza, Alzheimer per esempio, dieci anni dopo gli studi originali.

Quando gli scienziati incrociano attività fisica e capacità cognitive, rilevano preoccupanti correlazioni. Certo non sorprende che chi dedica molto del proprio tempo e iniziativa a muoversi, decidendo di fare esercizio, abbia il 24% in meno di probabilità di sviluppare demenza rispetto a chi si muove poco o nulla. Ma gli uomini o le donne che la fatica fisica la esercitano sul lavoro sono per il 20% più propensi alla demenza di chi sul lavoro non fa alcuna fatica. Il rischio di demenza diminuisce un po’ nei casi in cui chi è molto fisicamente attivo sul lavoro poi lo resta anche nel tempo libero, ma rimane comunque abbastanza elevato. E nulla cambia quando gli studiosi mettono nel conto le varianti sesso, età, istruzione, fattori socioeconomici. I dati «corrispondono all’idea che l’attività fisica non funzioni sempre e comunque allo stesso modo» spiega David Raichlen, professore di biologia umana e dell’evoluzione all’Università della California Meridionale e coordinatore della ricerca.

I dati non spiegano però come e perché l’attività fisica imposta dal lavoro possa contribuire nel tempo alla demenza. Ma certamente la cosa può riguardare si alo stress che l’assenza di libera scelta, commenta Natan Feter, borsista di post dottorato al laboratorio Raichlen e coautore. Essere obbligati all’esercizio fisico, che lo si sia previsto e deciso o no, può liberare ormoni dello stress o indurre altre reazioni fisiologiche nel corpo tali da diminuire gli effetti benefici dell’attività. Ricerche sulle cavie mostrano come i corpi reagiscano in modo diverso quando corrono costrette dentro la ruota, oppure di propria volontà, continua Feter. Ci sarebbero poi altri fattori secondo Raichlen, come la lunga ripetizione del medesimo sforzo fisico sul lavoro, o la maggiore esposizione a sostanze chimiche dannose. O anche varianti esterne all’attività fisica stessa osserva Lee, dal reddito inferiore, ai servizi sociosanitari «fenomeni associati e non la fatica fisica sul lavoro in sé».

Nessuna di queste informazioni mette in discussione il fatto che muoversi sia comunque qualcosa di positivo per la salute, sottolinea Raichlen, nella maggior parte delle situazioni e per la maggior parte di noi. Se si sta seduti per la maggior parte del tempo di lavoro, alzarsi e camminare quasi certamente fa bene, anche se lo si fa in ufficio. Lo stesso vale quando ci si trascina in palestra un po’ controvoglia o a correre al parco. Sostanzialmente tutti quei movimenti sono sempre libera scelta, quasi sempre fonte di sollievo e piacere. «Tutti abbiamo sperimentato quanto spesso anche fare attività un po’ controvoglia poi faccia decisamente sentire meglio» conclude Raichlen. Ma per chi svolge lavori che comportano frequente sforzo fisico, e possibili rischi per la salute, la situazione è assai diversa.

«L’aspetto della decisione individuale non è ciò su cui focalizzarsi». Meglio analizzare le condizioni specifiche di lavoro, ma non è cosa che possano fare i lavoratori: ««Una questione socio-sanitaria che richiede soluzioni al medesimo livello». La notizia positiva che ci lascia questo studio per il momento è che chi non troppo esausto per lo sforzo fisico sul lavoro o nel tempo libero ed esce a passeggiare o a giocare coi nipotini aiuta a proteggere nel tempo il proprio cervello. «È sempre un’ottima idea cercare di crearsi occasioni di attività nel tempo libero – secondo Feter – quando è una scelta il farlo».

da: The Washington Post, 31 agosto 2026; Titolo originale: Physically demanding jobs tied to dementia – Traduzione di Fabrizio Bottini

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