Data center: urbanizzazione sostenibile?

foto F. Bottini

Si potrebbero realizzare data center senza inutili conflitti locali sul territorio. Ma l’eccessiva urgenza di costruire queste strutture funzionali alla AI si è tradotta in enormi complessi impattanti energivori e inquinanti che ricordano più gli albori della rivoluzione industriale che l’epoca dell’intelligenza artificiale. Potemmo anche costruirci un’epoca d’oro dei data center, in cui le comunità locali accolgono con favore ciò che contribuisce allo sviluppo economico senza nulla pagare in troppo rumore, inquinamento atmosferico, costi energetici. Sono via via disponibili tecnologie alternative a quelle piuttosto obsolete usate sinora per alimentazione e raffreddamento. Ed esistono già in realtà dei data center inseriti nel territorio che non impattano né sprecano risorse, ma non fanno notizia. Succede invece che le comunità si ribellino sia agli impatti che al modo autoritario in cui i complessi vengono imposti in tutto il paese, ed è il momento di scegliere: proporli meglio o affrontare lunghissimi processi di conflitto e rinvio, anche la cancellazione definitiva. Sono almeno 15 gli Stati che stanno considerando una moratoria sulla realizzazione di data center, e almeno 100 le circoscrizioni che ne hanno approvata una, secondo la Brookings. E dopo aver consultato alcuni esperti, molti anche dentro le compagnie che temono di dover rivedere drasticamente i programmi, ecco di seguito una serie di spunti per non far odiare i data center ai cittadini.

Non importa quanto provino gli operatori ad assicurare che invece i loro complessi di server sul territorio sono sicuri, silenziosi, innovativi e green, le vicende più recenti hanno convinto le popolazioni locali a non crederci. Un aspetto molto importante è l’uso corrente del nondisclosure agreement che salta le procedure di approvazione pubblica dei data center. Microsoft ha già accettato di smettere di usare questo metodo. L’inesperienza dei costruttori contribuisce. «Entrano in campo in molti sperando in un profitto facile grazie al boom AI» commenta Caitilín McManus, analista a BloombergNEF che segue gli aspetti di consumo elettrico e idrico dei complessi. John Sutter, responsabile delle politiche nazionali del costruttore Nebius, conferma la medesima impressione: «Non mancano le mele marce nel settore, operatori mordi e fuggi».

Per superare diffidenza e opposizioni locali, le compagnie big tech si impegnano in campagne di informazione e partecipazione, e nel dotarsi di principi rivolti specificamente ai timori manifestati dalle comunità. Microsoft, per esempio, ha un impegno su cinque punti chiamati «community-first AI infrastructure». Per il proprio gigantesco centro in Louisiana, Meta si sta impegnando sull’impatto dei consumi elettrici in bolletta e nella restituzione del prelievo idrico. A Vineland, New Jersey, dove Nebius sta costruendo un nuovo data center per conto di Microsoft, si incontrano i cittadini che temono le turbine a gas. Assicura ancora Sutter che eventuali generatori di quel tipo servono solo nelle fasi di costruzione e non di gestione corrente.

Un portavoce di Microsoft sostiene che la compagnia dà indicazioni ai propri fornitori di servizi perché seguano scrupolosamente leggi e norme. OpenAI prevede di investire 80 milioni in progetti locali nella Effingham County, Georgia,per riuscire a realizzare un grosso data center da 3,2 gigawatt. Ci vorranno decenni agli operatori energetici e di rete per realizzare le infrastrutture per alimentare tutti i data center che si prevedono. Le compagnie affermano di volerne sostenere i costi, e l’amministrazione Trump sta esercitando pressioni perché così avvenga, ma resta da vedere come andrà davvero a finire. La questione è così controversa che alcuni politici la stanno usando come strumento vincente di campagna elettorale, come il governatore del New Jersey Mikie Sherrill.

Un metodo con cui i data center possono aggirare il problema dell’alimentazione elettrica è quello di realizzarsi proprie centrali. In gran parte le nuove infrastrutture sono alimentate dal gas naturale. Storicamente, Google, Amazon, Microsoft e Meta, quattro tra i più grandi costruttori di data center, sono i principali acquirenti e anche operatori del mondo di energie rinnovabili. Oltre a parchi eolici e pannelli solari le compagnie pensano al geotermico e al nucleare, ma tutte queste opzioni restano comunque più costose del gas naturale. Brandon Oyer è responsabile energia e acqua per Amazon Web Services. Precisa immediatamente l’impegno a rifornirsi da fonti rinnovabili. Gli ricordo che Amazon sta anche finanziando la costruzione del più importante impianto a gas naturale della storia americana, nella Pecos County, Texas, e risponde che si tratta di una decisione obbligatoria vista la domanda energetica del cloud-computing.

«Passo intere giornate a riflettere sulle nostre responsabilità rispetto ai territori all’energia all’acqua» racconta Oyer. «In particolare ci concentriamo sull’efficienza – come e quanto usare l’acqua e l’energia – e credo che in questo occupiamo una posizione di avanguardia». Alcune compagnie hanno optato per centinaia di piccoli generatori a gas naturale che poi fanno convergere l’energia prodotta su un solo insediamento. Altre acquistano turbine piuttosto inefficienti e inquinanti, o addirittura sfruttano motori a reazione modificati di aerei. Il complesso di supercomputer Colossus di SpaceX insieme alle sue centrali nell’area di Memphis, Tennessee, ha causato allarme e proteste. Qualche giorno fa SpaceXAI ha postato su X di aver spento 11 delle turbine, e di avere in corso un programma di sostituzione con una centrale a gas «secondo le norme del Clean Air Act».

Oracle, altro gigante dei data center, affronta l’ostilità dei territori per il proprio complesso Jupiter in New Mexico. Si è passati dalle turbine a gas naturale a più accettabili fuel cell di Bloom Energy, con 2,45 giga-watt. «Ogni insediamento ha le proprie priorità rispetto a territorio, fonti energetiche, leggi e norme locali» spiega una portavoce di Oracle. Complessivamente la compagni afferma di essere impegnata a sfruttare le fonti energetiche sia a vantaggio proprio che degli altri utenti, oltre che a contenere i consumi d’acqua, emissioni e rumori. Le celle a combustibile di Bloom convertono il gas naturale in elettricità, emettono anche anidride carbonica ma meno dei motori a gas.

Nella piccola cittadina di Hamina, in Finlandia, Google sta allargando il proprio complesso di data center in modo così ambientalmente sensibile da essere citata come esempio. Raffreddato con l’acqua del mare, l’insediamento smaltisce gli eccessi di calore anche riscaldando le case. L’uso dell’acqua, collegato com’è ai consumi energetici, è una variabile locale importante. Il molti casi si vanta un raffreddamento a circuito chiuso che riduce i consumi idrici, però aumenta quelli elettrici. Quindi le scelte sono specifiche a seconda dei territori: in un’area con problemi di acqua ma abbondanza di energie rinnovabili il circuito chiuso è ottimale. Ma in un’altra zona dove abbonda l’acqua ma si deve attingere da una rete energetica approvvigionata coi combustibili fossili, meglio aumentare i consumi d’acqua.

Le grandi compagnie tecnologiche hanno a lungo vantato il proprio impegno per la carbon neutrality. Ma oggi rinviano i progressi in quel senso o ridimensionano alcuni obiettivi. Nel Texas Panhandle, dove abbondano e comandano petrolio e gas, sono in corso di costruzione enormi complessi di data center. Agli abitanti non interessa molto la questione dei combustibili fossili, ma molto di più i consumi idrici e la qualità dell’aria. E lo Stato per questo motivo ha imposto una moratoria sulla costruzione dei complessi. Le compagni potrebbero risolvere molti problemi rallentando la realizzazione delle infrastrutture a servizio di AI e migliorando la qualità dei centri, più innovativi e meno impattanti. E non si tratta di semplici auspici: è proprio il modo in cui per parecchi anni sono stati concepiti e realizzati i data center. Solo con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale che ha indotto feroce concorrenza e accelerato tutto, si è cambiata direzione. «Quando tutti corrono per costruire più in fretta – conclude McManus – non si deve per questo non considerare gli effetti negativi di quella velocità».

da: The Wall Street Journal, 5 settembre 2026; Titolo originale: Big Tech Can Build Data Centers People Won’t Hate – Traduzione di Fabrizio Bottini

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