Le vie di Londra sono un posto difficile in cui muoversi anche per i piloti più accorti. La pianta tradizionale della città offre un denso labirinto intasato di auto, bus, veicoli vari per le consegne, biciclette e pedoni che camminano a caso. Una rotatoria via l’altra. Corsie dedicate del trasporto pubblico che cominciano e finiscono. Sulle strade a senso unico si incrocia chi arriva dalla direzione opposta e occorre in qualche modo intendersi per superare l’ostacolo. Il tasso di bocciatura all’esame per conducenti a Londra è un po’ superiore al 50%. A partire da questa settimana entra nella mischia una piccola quantità di robotaxi, che per la prima volta trasporteranno passeggeri londinesi. Quindici veicoli, gestiti da Uber e dalla start-up britannica Wayve offerti all’utenza dalla piattaforma Uber per un periodo di sperimentazione. C’è un conducente umano a bordo pronto a entrare in azione, e la pubblica amministrazione controlla per eventuali ulteriori sviluppi.
L’arrivo di questa tecnologia in una delle più grandi città del mondo rappresenta un notevole progresso per l’idea di veicolo autonomo. La driverless car è qualcosa di abbastanza normale in città come San Francisco, Pechino o Abu Dhabi, ma in quelle europee fatica ad affermarsi a causa del contesto complicato e delle rigide regole. «È una ulteriore tappa di un lungo viaggio» commenta Alex Kendall, amministratore delegato di Wayve, in una intervista rilasciata a bordo di uno dei suoi veicoli autonomi mentre gira per Londra. Kendall preferisce non fare previsioni sui tempi necessari alla pubblica amministrazione per allargare il campo della sperimentazione londinese, ma secondo gli analisti bisognerà aspettare almeno il 2027 o addirittura il 2028.
Nel frattempo gli operatori si stanno preparando per il mercato londinese del veicolo autonomo che sarebbe uno dei principali del mondo. Lo scontro è tra le tecnologie americane e cinesi. Waymo, servizio erogato da Alphabet, sperimenta a Londra i propri veicoli senza passeggeri. Baidu, gigante tecnologico cinese, conduce prove analoghe col marchio Freenow, divisione europea di Lyft. Prenotare un taxi autonomo a Londra funziona come con un’auto di Uber. Quando uno di quelli sperimentali è disponibile l’app chiede agli utenti se accettano quel robotaxi per la medesima tariffa di quello con conducente. In caso di rifiuto Uber manda l’auto con l’operatore.
Martedì scorso le Ford Mustang Mach-E di Wayve attraversavano Londra, passando davanti all’abbazia di Westminster, al Parlamento e al Big Ben. Ad ogni incrocio o svolta, tra pedoni e cantieri, le mani del conducente di sicurezza restavano in grembo mentre il volante girava da solo. Shihao Fu, analista tecnologico del centro ricerche di mercato IDTechEx, spiega come la pubblica amministrazione sia molto cauta nel rilascio delle autorizzazioni sia a causa dei rischi di sicurezza che per considerazioni politiche. A Londra circolano più di 120.000 taxi e auto private disponibili, ed «esiste un oggettivo problema di cosa significherebbe una automazione su larga scala per tutti quei posti di lavoro. È la politica in definitiva a decidere i tempi di una applicazione tecnologia già pronta».
Uber sta investendo nel veicolo autonomo, tagliando altrove sui propri costi.La compagnia ha recentemente comunicato il licenziamento di 3.300 persone, il 10% del totale, spostando altrove le risorse. Prevede di servire di robotaxi 15 città nel mondo entro fine anno, in concorrenza con Waymo, Tesla e altri. Anche la crescita del settore veicoli autonomi rischia di incontrare la stessa opposizione generalizzata di quella contro l’intelligenza artificiale. A New York, la governatrice Kathy Hochul a febbraio ha bloccato i processi autorizzativi dei servizi di robotaxi nell’area esterna a New York City a causa delle manifestazioni dei tassisti. Anche le associazioni londinesi di categoria hanno una posizione simile.
Phil Farrelly, conducente di un black cab parcheggiato davanti all’abbazia di Westminster, spiega come dopo aver incrociato i veicoli autonomi sulle vie di Londra teme un po’ meno di perdere il lavoro. Per ottenere il patentino da conducente di auto pubblica si deve superare un difficile test chiamato Knowledge, che consiste nel mandare a memoria 260 chilometri quadrati di città e strade. Due settimane fa, prosegue Farrelly, si è ritrovato in un ingorgo dalle parti del Tower Bridge, innescato dall’incrocio tra due veicoli autonomi in una strada a senso unico, che non riuscivano a gestire, finché non ha preso i comandi il conducente umano di emergenza. «Credo che magari possa funzionare in certe grandi città americane, ma non a Londra. Comunque è una novità».
Andy Burnham, il primo ministro britannico, non si è ancora espresso pubblicamente sui taxi autonomi. Con Keir Starmer, il suo predecessore, il governo era favorevole. Heidi Alexander, ministra dei trasporti, definiva l’innovazione «una importante tappa per il futuro della mobilità a Londra». L’ente Transport for London, promette di «seguire con attenzione» i robotaxi, pronta a «intervenire immediatamente se viene meno la sicurezza dei passeggeri». Sarfraz Maredia, responsabile Uber per la mobilità autonoma, considera i robotaxis una componente importante delle reti urbane. Che accettata dai cittadini «si dimostrerà sicura e affidabile».
da: The New York Times, 4 settembre 2026; Titolo originale: Robotaxis next test: London


