È un diritto umano rinfrescarsi con l’aria condizionata?

Foto F. Bottini

In una caldissima serata di agosto due anni fa, ventuno inquilini in affitto di Los Angeles si riunivano negli uffici di una associazione locale per discutere le temperature estreme. «Qui sto bene al fresco» diceva Natalia Cordero (usiamo uno pseudonimo, come per tutti gli altri inquilini) indicando l’impianto di condizionamento dell’aria .«Ma quando vado a casa le cose cambiano». Natalia soffre di asma. Nei giorni più caldi fa fatica a respirare. Essendo senza aria condizionata nell’alloggio, copriva le finestre di pellicola d’alluminio per riflettere il sole e accendeva un ventilatore. Soffriva di mali di testa, vertigini, spossatezza, insonnia, evitava di cucinare, faceva qualunque movimento molto lentamente per evitare di scaldarsi. Alla domanda se fosse mai andata in un cooling center per sfuggire al caldo rispose di non conoscerne.

Il caso di Natalia non è certo isolato. Tutti in quella sala quella sera parlavano di case inabitabili d’estate. Mattine passate a preparare in fretta da mangiare per la giornata prima che iniziassero le temperature insopportabili del primo pomeriggio. «Anche l’ora di andare a dormire è un incubo» aggiungeva una donna. Arrangiandosi, quegli inquilini dormivano avvolti in asciugamani bagnati, o immergevano gli abiti in acqua fredda prima di indossarli, comperavano borse di ghiaccio, facevano docce fredde multiple, mettevano fogli di alluminio sulle finestre, o andavano al mare, in palestra, al fast food, al centro commerciale. Sommati, i costi di tutte queste varie attività arrivano in certi casi fino a 100 dollari al giorno. Quando il reddito della maggior parte di quegli inquilini era inferiore ai 15.000 dollari l’anno.

La zona in cui abitano è una delle più calde e colpite dal cambiamento climatico della città. South Los Angeles è un esempio classico da ondata di calore urbana: un paesaggio di cemento e asfalto con pochissimi alberi che fanno ombra. In alcune parti la copertura arborea è del 5-7% contro una media cittadina di circa il 21%. La zona può anche vantare una specie di record dell’inquinamento nella California meridionale. Un abitante su quattro vive sotto la soglia della povertà, i tassi di asma, problemi circolatori, diabete, e altre malattie croniche sono sproporzionalmente elevati, rendendo grosse fette della popolazione particolarmente vulnerabili alle temperature estreme. Durante le ondate di calore, South Los Angeles vive praticamente in emergenza visite mediche e ambulanze più di qualunque altra parte del paese.

Il caldo estremo uccide. Si prende più vite ogni anno negli Stati Uniti di uragani, alluvioni, tornado, e altri disastri naturali. Quando la temperatura corporea sale sopra i 40 gradi centigradi, può verificarsi un colpo di caldo con danni agli organi, fino alla morte se non preso per tempo. E sono davvero poche le misure efficaci anti caldo per proteggere la gente da caldo estremo più utili dell’aria condizionata. Il rinfrescamento passivo come coi tetti riflettenti può abbassare le temperature interne di qualche grado, e secondo ricerche recenti la copertura arborea aiuta un po’ anche per il caldo negli alloggi quando fuori è veramente forte, ma è l’aria condizionata – vuoi con impianti tradizionali vuoi coi sistemi energeticamente efficienti a pompe di calore – ad essere assai più incisiva aumentando parecchio la differenza di calore tra esterno e interno.

Natalia, però, come tanti altri inquilini, ha un proprietario che non consente l’aria condizionata. «Abbiamo un ventilatore a soffitto» racconta Carmen Fuentes, «ma non serve gran che, e in un pomeriggio caldo soffia aria bollente non certo fresca». Fuentes, senza saperlo, descrive l’effetto forno a convenzione, in cui la ventilazione cessa di rinfrescare, quando le temperature ambientali salgono sopra i 32 gradi circa, rendendo le condizioni ancora più pericolose. Quando pensiamo al caldo estremo, l’immagine è quella di persone all’esterno, al sole. Ma la realtà è invece per molti il pericolo di stare al chiuso. Circa metà dei decessi per caldo negli ultimi vent’anni si sono verificati dentro casa. Come confermato dall’ondata di calore del 1995 a Chicago, quando tanti dei 739 morti sono stati anziani che abitavano senza aria condizionata. Le ricerche rilevano che la semplice installazione di un impianto qualunque funzionante riduce il rischio di morire dell’80%. Uno studio mostra che la diffusione dell’aria condizionata negli Stati Uniti ha fatto crollare la mortalità connessa al caldo del 75%.

La situazione pericolosa degli appartamenti di Los Angeles ha condotto gli inquilini a organizzarsi per il diritto al rinfrescamento, politica adottata dal LA County Board of Supervisors in agosto. Con una ordinanza (si applica al territorio della contea esterno alla città di Los Angeles) dove si fissa una temperatura massima degli interni da non superare a 28 gradi centigradi. Ciò significa che i proprietari devono attrezzare gli appartamenti mettendoli in grado di rispettare quella soglia, e gli inquilini possono eventualmente installare propri dispositivi portatili. Uno standard che entrerà in vigore nel gennaio 2027, rendendo la contea una delle pochissime circoscrizioni amministrative degli USA dove vige una norma del genere. Le associazioni degli inquilini ora sono impegnate per ottenere il medesimo diritto anche nell’area urbana comunale di Los Angeles, con una popolazione molto maggiore e ben 2,5 milioni di inquilini.

A parecchie migliaia di chilometri di distanza, in Francia, ci sono politici eletti che si oppongono a norme del genere. Nonostante la recente ondata di calore in Europa, dove sono morte a livello continentale 25.000 persone, il Sindaco di Parigi, Emmanuel Grégoire definisce comunque l’aria condizionata da appartamento «un flagello». La pensa anche peggio di lui la vicesindaca Audrey Pulvar, convinta che la diffusione universale dell’aria condizionata in America sia una delle principali cause del riscaldamento globale che oggi colpisce l’Europa. «Come seconda fonte di emissioni di gas serra, ha una notevole responsabilità nel riscaldamento globale, e delle sue conseguenze che anche qui in Francia stiamo sperimentando» scrive in risposta ai conservatori americani che hanno cominciato una campagna sui social per spingere gli europei a installare più impianti di aria condizionata.

A differenza che negli USA, dove il 90% delle case è dotato di aria condizionata, le famiglie francesi la adottano solo nel 24%, come del resto in gran parte d’Europa. Una differenza che ha ragioni sia architettoniche che storiche, ma anche culturali. I francesi sono da più tempo consapevoli delle conseguenze ambientali del condizionamento. E anche se la questione del consumo elettrico appare un po’ diversa nel paese, con le centrali nucleari che ne fanno una delle reti più «pulite» del mondo, l’idea resiste. E di aria condizionata non si parla non solo nelle case ma anche in parecchi autobus o vagoni della metropolitana o latri ambiti pubblici.

Parigi lavora da decenni alla mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Dai primissimi anni duemila, e ufficialmente dal primo Piano di Azione Climatica del 2007, la città ha fissato criteri di riduzione dei consumi energetici e combustibili fossili, allargando il trasporto pubblico e gli spazi verdi, molto più di quanto non si accaduto in qualunque città americana. Secondo molti parigini, l’aria condizionata diventa il simbolo della propria alternativa al fallimentare modello consumista americano, di elettricità a basso costo e sviluppo urbano disperso, senza alcuna responsabilità per il pianeta e le future generazioni che dovranno abitarlo.

L’Europa si sta comunque riscaldando. A partire dagli anni ’80, il continente ha aumentato le proprie temperature a ritmi doppi rispetto alla media mondiale. Quest’estate le ondate di calore hanno superato abbondantemente i 40 gradi centigradi, spingendo oltre metà delle grandi metropoli a nuovi record negativi di temperature e stress. I ciclisti pedalano lungo il Tour de France dal 1903, il 7 luglio lungo la tappa di 180 km da Carcassonne a Foix, con una temperatura di 40 gradi. I corridori oggi indossano tute rinfrescanti. La risposta di Parigi all’ondata di calore di giugno è stata quella di promuovere «flessibilità» e anche «soluzioni su misura» come l’apertura anticipata al nuoto del Canale di Saint-Martin, o i parchi accessibili 24 ore al giorno. Ma i francesi contemporaneamente facevano la fila anche sette ore fuori dai negozi Lidl per approfittare dell’offerta di dispositivi ad aria condizionata.

Il condizionamento è una delle contraddizioni più crudeli del cambiamento climatico. Al tempo stesso il più immediato efficace rimedio al caldo estremo, ma la stessa crescita della sua domanda indica quanto si sia fallito l’obiettivo della riduzione delle emissioni. Sulle origini del fallimento gli amministratori di Parigi hanno ragione. Gli Stati Uniti hanno una enorme responsabilità storica di emissioni clima alteranti, mentre la Francia nonostante non sia certo perfetta, si è dotata di una rete elettrica decarbonizzata, promuovendo anche stili di vita con minori consumi e sensibilità ambientale. Ma il cambiamento climatico ignora i confini politici, e i francesi non traggono alcun beneficio immediato per il loro impegno. Qualunque cosa si faccia il caldo aumenta. Le ondate di calore quintuplicheranno verso il 2050.

Ci sono enormi perplessità ambientali contro il condizionamento dell’aria. Che non smaltisce certamente il calore ma lo preleva dentro gli edifici per scaricarlo fuori nelle vie già bollenti. Un caldo aggiunto che può intensificare di qualche grado le ondate termiche urbane. I condizionatori consumano anche enormi quantità di energia elettrica, quando la rete di distribuzione è già stressata accrescendo le missioni di gas serra. Un mondo che reagisce al clima sempre più caldo installando milioni di impianti ad aria condizionata che funziona consumando combustibili fossili non pare molto intelligente.

Val la pena essere più espliciti su come siamo arrivati al punto in cui del condizionamento non possono fare a meno milioni di persone per sopravvivere. Per lunghi decenni, le compagnie petrolifere e del gas hanno estratto e distribuito i carburanti che determinano il cambiamento climatico, mentre cresceva una sofisticata comprensione di quel sarebbe successo continuando a bruciarli. Anziché accelerare la rinuncia progressiva a quei carburanti, i grandi interessi si sono impegnati nel finanziare campagne contro la scienza del clima, e le politiche che rallentavano o bloccavano scelte per le energie rinnovabili, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili. I governi continuano a sostenere produzione e distribuzione di carburanti fossili, e consentono nuove estrazioni, sviluppando modelli socioeconomico-produttivi basati sulla disponibilità a basso prezzo di petrolio e gas.

Non intendiamo con questo discutere l’atteggiamento critico della Francia nei confronti degli Stati Uniti, ma guardare solo ad alcuni atteggiamenti e comportamenti dei consumatori potrebbe deviare l’attenzione da decisioni più a monte che condizionano gli stili di vita. Ma esistono anche altre possibilità. Un condizionatore alimentato da una rete che consuma combustibili fossili dal punto di vista climatico globale è assai diverso da una efficiente pompa di calore che funziona su una rete da fonti sostenibili. Un condizionamento meno impattante è possibile decarbonizzando le reti, elettrificando gli edifici, rendendo più efficienti i dispositivi, isolando le case. Coperture arboree, tetti e coperture rinfrescanti, materiali edilizi studiati ad hoc, possono abbassare ulteriormente le temperature interne. Ma il problema resta: come facciamo?

Natalia non è in grado di decarbonizzare la rete di distribuzione elettrica della California. Daniela non può sostituire gli impianti a gas del suo edificio. Carmen non può piantare alberi su un terreno che non è suo. Maribel non può decidere sulla installazione di una pompa di calore, sull’isolamento dell’edificio, sui pannelli solari. Sono tutte decisioni di pertinenza dei gestori di rete, dei governi e amministrazioni, della proprietà immobiliare, ma si tratta anche di decisioni fortissimamente condizionate dalle lobby e dalle loro politiche commerciali e di consumo. Le condizioni di base perché rinfrescare possa diventare sostenibile ed economicamente accessibili non sono un problema dei singoli, sono fuori dalla loro portata. E le conseguenze di tutto questo le sopportiamo tutti, Natalia e i suoi vicini, tutti i quartieri già tanto vulnerabili e colpiti dalle temperature estreme.

A Los Angeles, affrontare seriamente la questione emissioni e cambiamento climatico parte dagli edifici, che sono la singola fonte principale di gas serra della città, al 43%. A livello statale persano per il 25%, soprattutto da fornelli, forni e caldaie. Decarbonizzare gli edifici vuol dire rendere sostenibile la rete di distribuzione elettrica e sostituire i dispositivi domestici. Un’idea condivisa da esperti e associazioni ambientaliste, che chiedono riforme da anni.

Riforme sabotate dai gestori della distribuzione e da una rete fitta di interessi proprietari immobiliari, poco propensi – senza incentivi finanziari – a intervenire su edifici in cui non abitano, neppure dalle proprie organizzazioni di categoria. L’anno scorso, il California South Coast Air Quality Management District ha proposto alcune azioni per accelerare la sostituzione di impianti e scaldabagno a gas con alternative elettriche. Con tassazione elevata per impianti a gas e obiettivi di consumo per elettrici, su un panorama di dieci milioni di disponitivi nella regione.

Ma si è levata una enorme opposizione da SoCalGas, California Apartment Association, e Apartment Association of Greater Los Angeles, fino a far ritirare la proposta, con sette voti contro cinque, dal consiglio di amministrazione. La California Apartment Association, rappresentante degli affittuari, si è anche fatta capofila di un consorzio contrario alla promozione di dispositivi a gas con equivalenti elettrici. Il ricorso contro la norma e gli incentivi si basa sui medesimi argomenti che a suo tempo nel 2019 avevano bloccato il divieto di impianti a gas in tutti i nuovi edifici. Con una decisione che ha bloccato grandi città come Los Angeles a rivedere le proprie norme edilizie e rallentato ulteriormente qualunque politica di decarbonizzazione.

Oltre a spendere milioni di dollari in pressioni e ricorsi contro azioni climatiche, questi interessi sollevano ragioni ambientali per impedire ai propri inquilini di rinfrescarsi. In una lettera contro il diritto al fresco della città di Los Angeles, la Apartment Association of Greater Los Angeles sostiene che «esistono molte altre tecnologie diverse dai condizionatori d’aria e meno impattanti» e promuove invece «coperture arboree, proiezioni artificiali di ombra, verande», anche ammettendo che nessuna di queste soluzioni «è in grado di garantire i medesimi effetti rinfrescanti delle tecnologie di condizionamento, specie nei casi di caldo estremo come la San Fernando Valley».

Per un inquilino, adattamento climatico e mitigazione climatica dipendono pur sempre dalla stessa persona: il proprietario. Il che ci riporta alla finestra di Natalia. La proprietà non vuole che installi un condizionatore. Neanche il proprietario di Beatriz, per ragioni secondo lui estetiche. E neppure quello di Daniela, dalle cui finestre il dispositivo finirebbe per sporgere dall’edificio, cosa vietata. Mentre nel caso di Maribel sulle finestre non si può proprio mettere niente. Ciò che considerato da Parigi pare uno sbilanciamento dei consumi individuali, sembra molto diverso se lo guardiamo da dentro questi appartamenti. Queste inquiline non stanno scegliendo da un dispositivo inefficiente come un condizionatore tradizionale e uno più sostenibile come una pompa di calore, o tra energia elettrica da fonte fossile e da fonti rinnovabili, o tra appartamenti ben isolati e altri esposti al caldo. Non hanno alcuna possibilità di scelta.

Parigi e Los Angeles in realtà non stanno decidendo tra due futuri alternativi, uno ambientalmente responsabile e uno fatto di condizionatori d’aria. La vera scelta è tra il rinfrescarsi universale sostenibile e il condizionamento ingiusto e a forte impatto climatico. Che è l’unica possibilità se lasciamo fare alle forze del libero mercato. L’altra possibilità sarebbe che la pubblica amministrazione intervenisse prima sulla rete di distribuzione, poi su dispositivi, tecnologie, edifici, standard climatici degli alloggi. L’ostacolo non sta certo nella mancanza di conoscenze e idee o tecnologie per subire meno il caldo senza alterare il clima globale. Sta nella dipendenza di tutto da una proprietà privata che privilegia i propri profitti e interessi immediati e particolari, contro quelli sociali e del pianeta.

da: Dissent, 18 agosto 2026; Titolo originale: The right to cooling – Traduzione di Fabrizio Bottini

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