Il graduale ingresso dell’amministrazione federale nella realizzazione di case a basso costo richiede di riassumerne meglio i principi politici, i criteri organizzativi e di attuazione. In sintesi la casa pubblica è, o almeno dovrebbe essere investimento in cittadinanza. Finché esisterà il tugurio continueremo a riprodurre il tipo di cittadino del tugurio. E non val la pena stare a discutere se sia nato prima l’uno o l’altro, l’abitare degradato o il tipo di degradata esistenza che si crea nel tugurio. Il fatto, semplice, è che l’ambiente dello slum costituisce un grave, pressoché insuperabile, ostacolo verso un’esistenza decorosa, una cittadinanza piena e leale. Pochi
certamente non riconoscono come il tugurio costituisca l’ambiente meno adeguato ad allevare le future generazioni di cittadini, quelle che probabilmente costituiranno un quarto o anche un terzo della popolazione totale.
E ciò che vale per lo slum vale forse solo un po’ meno per le abitazioni di quella grande parte della popolazione che vive in quartieri appena appena migliori. Qualunque allevatore conosce benissimo gli svantaggi di far crescere i propri animali in spazi malsani. Le testimonianze dei biologi, dei genetisti, degli psicologi, o la vicenda di Kamala, il bambino-lupo (riprese in altro capitolo di questo libro) dovrebbero convincere chiunque dubiti delle profonda influenza dell’ambiente. Nell’epoca critica che stiamo oggi attraversando, dovrebbe apparire evidente a tutti l’importanza della qualità di ciascun cittadino. Salute fisica, mentale, equilibrio, efficienza, lealtà, sono tutte patrimoni nazionali in grado di mettere in secondo piano qualunque altro aspetto. Dunque non è solo per motivi umanitari, di consapevolezza e identità urbana o nazionale, ma per ragioni di sicurezza e conservazione, che pare giusto sostituire, al posto delle influenze degeneranti dello slum, quella benefica e rigenerante della casa salubre. L’ambiente del quartiere e dell’abitazione è riconosciuto, per la nostra generazione, tanto influente sui cittadini quanto quello della scuola. Basta a questo proposito leggere i resoconti dei responsabili di alcune scuole londinesi, su quanto cambino gli studenti dopo lo spostamento dal tugurio in abitazioni salubri.
Mettere a disposizione una casa di qualità, un quartiere di qualità, a tutta la popolazione che oggi abita in situazioni assai peggiori, pare uno strumento per alzare il livello generale della nostra civiltà, specie negli Stati Uniti,e a parere di chi scrive uno strumento altrettanto se non più efficace della scuola pubblica, ma necessario anche per l’efficacia piena di quel sistema. La civiltà non è qualcosa che appaia uniformemente nelle nazioni. Nel mondo, e all’interno dei singoli paesi, coesistono molti livelli. Tra le verifiche del grado di civilizzazione di un paese spicca la capacità di eliminare le disparità tra questi livelli, di rendere disponibili anche a chi sta più in basso le medesime occasioni e privilegi di chi sta in alto. In genere la civiltà sembra avanzare a brevi goffe falcate, come in una giungla; più raramente a balzi audaci come attraversando una radura: è avvenuto nei periodi di crescita delle scienze moderne. Nel campo dell’abitazione pubblica, in Gran Bretagna o in Nord Europa, mi sembra di scorgere uno di quei grandi passi nel progresso della civiltà. Stiamo progredendo anche nel nostro paese verso il medesimo obiettivo?
Responsabilità nazionali e locali
La quantità e livello di degrado delle abitazioni inadeguate del nostro paese variano a seconda delle sue varie parti, ma certo la situazione sfortunata particolare non può essere ignorata dagli altri. Uno sciopero nella metallurgia a Pittsburgh può innescare un incremento nei prezzi dell’acciaio, che interessa poi direttamente o indirettamente tutta l’industria del paese; un altro a Detroit interessa immediatamente la vendita di automobili ovunque. Un’alluvione nel bacino dell’Ohio o del Mississippi, un incendio a San Francisco o Baltimora, un uragano in Florida, suscitano simpatia e solidarietà da parte di tutti i cittadini. A tutte queste emergenze ovunque si verifichino possiamo rispondere attraverso la Croce Rossa Americana, organizzazione simbolo dell’interesse nazionale per i problemi locali nei momenti critici,una voce del popolo e del paese che parla all’unisono. Se queste questioni contingenti meritano considerazione nazionale, ancora di più problemi e lacune croniche dovrebbero farlo, già per soli motivi umanitari. Un problema diffuso è indice di debolezza, carenza di intervento politico, che la pubblica amministrazione deve correggere.
Per affrontare nuove o modificate situazioni, servono nuove prospettive, nuove leggi. Nel corso dell’ultimo secolo, per promuovere la diffusione dell’educazione superiore, il governo federale donava terreni a sostegno dei college statali: sussidio federale all’istruzione locale. Si sosteneva che l’istruzione del cittadino è una responsabilità nazionale. In modo analogo, terreni erano messi a disposizione (sussidi diretti) alle ferrovie private transcontinentali, per il bene della nazione. Se ci sono stati degli abusi in queste elargizioni di sussidi, è la dimostrazione che occorrono salvaguardie, non che il principio non sia valido. Nel 1937 il Congresso deliberava che un alloggio decoroso è fondamentale per il benessere, la salute, la morale, la sicurezza del paese, che rappresenta una componente di un sano illuminato e organico sviluppo, e in quanto tale è argomento di interesse federale. La stessa premessa alla Costituzione ribadisce la necessità di promuovere il benessere generale. Ciascuno Stato dell’Unione, usando il proprio cosiddetto potere di polizia, deve salvaguardare sicurezza, salute, morale e benessere del popolo.
Nessuno mette in discussione la proprietà e gestione pubblica di parchi e altri ambiti per il tempo libero. Nessuno dubita del ruolo nel mantenimento di un sistema di istruzione pubblica, dagli asili alle elementari, medie e fino a college, istituti tecnici e università, compresa la formazione permanente per adulti, le biblioteche o i musei; né la proprietà di cliniche pubbliche, ospedali, sanatori rivolti ai portatori di varie disabilità; ma si tratta quasi sempre di istituzioni abbastanza moderne. Dai tempi coloniali, abbiamo iniziato a usare fondi pubblici per anziani indigenti, o chiunque altro risultasse troppo povero o incapace di mantenersi da solo. Ma in ciascuna e tutte queste iniziative, incluse le scuole pubbliche, di necessità abbiamo sostenuto in massima parte coloro che fruiscono di questi svariati privilegi che altrimenti gli sarebbero negati. E ce ne vantiamo come di una grande dimostrazione di democrazia.
Ma se guardiamo ancora più indietro, alla tradizione da cui discendevano i nostri fondatori Coloni, arriviamo a «noblesse oblige», quando la nobiltà si sentiva obbligata alla cura di chi da essa dipendeva. Se esistono singoli «nobili» che occupano una posizione di privilegio, coerentemente dovranno prendersi la responsabilità di rimediare i torti di chi privilegiato non è. Nei sussidi alle abitazioni pubbliche non si introduce alcun principio innovativo. Questo paese è nato per correggere gli abusi di privilegi diseguali. Nessuno può negare che il tugurio sia indesiderabile. Da un solo punto di vista economico l’effetto di depressione dei valori immobiliari confinanti viene considerato una grave minaccia all’economia urbana, sia per gli interessi di chi vede un calo del gettito fiscale dovuto alla diffusione dello slum o «quartieri degradati», sia indirettamente se guardiamo agli interessi privati delle proprietà confinanti.
Riconosce questa situazione e ne sottolinea la gravità, NAREB (National Association of Real Estate Boards) dello Urban Land Institute, a cui appartengono, oltre ad esponenti del mondo immobiliare, anche compagnie assicurative, banche, operatori finanziari, amministratori pubblici, studiosi di economia, urbanisti e costruttori. È ciò di cui si occupano ad apparire particolarmente grave e significativo, specificamente: (a) sostegni federali per rendere possibile la svalutazione degli immobili nei quartieri degradati dove interviene il capitale privato con progetti di riqualificazione; (b) acquisizione municipale (se necessario attraverso esproprio) dei terreni da riqualificare in prospettiva di uno sviluppo urbano, col diritto di cedere al privato quanto acquisito.
È importante questo riferimento, perché mostra un nuovo modo di ragionare di un settore tradizionalmente molto conservatore – si tratta delle grandi istituzioni finanziarie del paese – che hanno sempre sostenuto: «Teniamo fuori la pubblica amministrazione». Dal punto di vista sociale, se tutti in genere approvano l’eliminazione dello slum, poi sono assai diverse le opinioni su come farlo. Soprattutto la procedura di slum clearance e il trovare una nuova abitazione per le famiglie sloggiate, sinora si basa su considerazioni qualificabili come responsabilità dell’amministrazione locale, specificamente l’assistenza ai singoli nuclei familiari poveri, umanitaria, oltre al fatto economico che quartieri malsani, delinquenza giovanile e reati in genere, sempre molto presenti nell’ambiente del tugurio, gravano poi in qualche misura sulle casse municipali.
Esistono però ben altre considerazioni che riguardano il paese tutto, e molto più dell’ambiente locale: è l’importanza della popolazione dello slum in quanto cittadini, ovvero la materia che compone la nazione, e responsabilità fondamentale del Governo Federale. È opinione di chi scrive che questa sia la motivazione principale perché il livello federale partecipi al processo di sostituzione generalizzata di un contesto salubre e organico a quello dello slum. Dunque dal punto di vista federale si considera slum clearance e realizzazione di abitazioni migliori come fattore di primaria importanza politica, in aggiunta alle motivazioni economico-sociali di tipo locale, che però viste le dimensioni e la distribuzione diventano pure esse federali.
Qualunque politica di miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti del tugurio, ovviamente, deve essere intrapresa unitamente a livello di amministrazione locale e federale. Entrambi i livelli hanno in gioco problemi che affondano le proprie radici nella vita economica sociale e politica delle comunità, e del paese. Se uno dei due non fa la propria parte non si raggiungono i risultati auspicati. E si tratta proprio dell’aspetto da tenere nel massimo conto quando si valutano i vari progetti riguardanti lo housing. Nel 1943 a gran maggioranza, NAREB, ULI, e la National Association of Home Builders (NAHB), si opposero fermamente alle politiche di abitazioni pubbliche, con NAREB che arrivava a definirle una «minaccia economica e sociale». Ma certo non ogni operatore del settore condivideva questa posizione, come conferma Roland R. Randall, di Philadelphia, personaggio di spicco anche a livello nazionale:
«… Non solo considero il problema dello housing nel suo insieme come responsabilità di governo, ma ritengo che i sussidi all’abitazione pubblici costituiscano una inevitabile necessità, strumento per fissare una testa di ponte da cui lanciare il contrattacco verso il morbo del tugurio, la devastazione del degrado urbano che minaccia la salute fisica e il benessere, oltre che gli equilibri economici e fiscali delle città che ne sono infestate […] necessario a costruire una base per il ripristino dei valori umani insieme a quelli immobiliari. […] Forma il nucleo attorno al quale l’iniziativa privata può iniziare a riqualificare i quartieri in crisi, e operare perché si ricostruiscano le condizioni abitative migliori.
Le abitazioni pubbliche sono necessarie a invertire la tendenza al degrado dei quartieri […] a prevenire l’esodo generalizzato delle famiglie più agiate dalle zone storiche verso nuove zone residenziali alla periferia della città o oltre i suoi limiti. Costituisce una barriera alla diffusione del degrado. […] So per esperienza personale che, come del resto confermato dai progetti della Philadelphia Housing Authority, e molti enti simili, che abitazioni pubbliche significa qualcosa più che non semplice edilizia, e soprattutto rappresenta un metodo educativo per i cittadini verso standard di vita più elevati e comportamento sociale».
Sul rapporto tra pubblica amministrazione e casa, Mr. Randall afferma:
«Scopo di qualunque governo democratico è creare e preservare abitazioni dove qualunque cittadino si possa sentire padrone e sovrano, e sviluppando al massimo il concetto potremmo concludere la riuscita o meno di una politica si valuti sull’adeguatezza e qualità delle case dei cittadini. E potremmo allargarci ancora, affermando che case sicure, decorose e sane rappresentano la base della civiltà. Se così stanno le cose, certamente il Governo ha pieno diritto di intervenire nel campo dello housing, sia pubblico che privato, facendo tutto il possibile dentro l’ambito delle leggi e del sistema economico, a sostegno di una migliore offerta di abitazioni.
Non possiamo, accecati e ostinatamente tali, riporre fede eterna in un sistema economico che produce e riproduce la crescita del tugurio e ne tollera l’esistenza. Dovremmo rinonoscere chiaramente quanto cattive abitazioni e quartieri siano un atto di accusa contro la nostra indifferenza, stupidità, insincerità di intenti o egoista assenza di prospettiva, nella gestione di tale sistema economico e politico, e far qualcosa di propositivo, agire direttamente, correggere dove necessario. Lo slum è un peso morto da un punto di vista economico, sintomo di inefficienza, spreco, caduta dei valori immobiliari, simbolo della nostra apatia, letargia, egoismo, ignoranza e stupidità, e da solo dileggia tutto il nostro vantare un alto livello di vita, la capacità industriale, il sistema della libera impresa.
Va riconosciuto all’abitazione pubblica il merito di indicarci la strada di una nuova possibilità, di vivere in quartieri organici; di sperimentare ambiti nuovi da parte di architetti e costruttori; con nuove tecniche di gestione, di affrontare problemi sociali, grazie a informazioni aggiornate e orientamenti, che contribuiscono allo sviluppo culturale e sociale dei meno fortunati migliorandone gli stili di vita. L’abitazione pubblica per le masse offre il primo gradino della scala di progresso sociale e concezione di vita. Case che costituiscono le fondamenta di un’esistenza migliore per chi ne ha più bisogno, di quegli alloggi e di quei quartieri, i costruttori e operatori privati del settore devono capire quanto il tetto della casa pubblica in realtà costituisca il pavimento della privata intrapresa.
Randall prosegue: Quanto alla collocazione del problema casa nel contesto nazionale, possiamo solo sperare che la guerra in corso, coi suoi tragici e terribili sacrifici, possa rafforzare l’idea di rendere ancora più desiderabili le nostre città, le nostre abitazioni, dove viviamo e lavoriamo. Ciascuno di noi potrà vincere o perdere la propria guerra, riuscendo o meno a costruire entro il raggio della propria influenza individuale un’esistenza migliore per tutti, nella vita quotidiana. Ciò che vale per l’interesse comune è anche la cosa migliore per tutti e tutte le attività, e per entrare nel nostro specifico campo, l’abitazione pubblica è un bene per il mondo immobiliare a cui appartengo. Il valore di tutto questo lavoro, sia pubblico che privato, indirizzato a vantaggi o profitti, sta comunque a servizio del bene comune».
[«A Private Realtor’s View of Public Housing» di Roland R. Randall, già Presidente del Philadelphia Real Estate Board, Presidente Philadelphia Housing Authority; relazione al Citizens’ Housing Council di New York, al Cosmopolitan Club, 23 maggio 1944]
Chi deve prendere l’iniziativa?
Una responsabilità comune che ci porta alla questione di chi debba prendere l’iniziativa per le politiche di abitazione pubblica. Chi e come dovrebbe iniziare? In questo paese, così come nelle democrazie avanzate del nord Europa, tra cui spicca la Gran Bretagna per i progressi nelle case pubbliche, le iniziative ufficiali sono del governo centrale. Membri del parlamento, in rappresentanza di aree locali in cui il problema viene avvertito come grave, stimolano una azione nazionale: come ha fatto il Senatore Wagner per New York. Ma l’impulso iniziale è stato di gruppi di cittadini con spirito pubblico, che hanno studiato la situazione locale e raccolto informazioni decisive. In nessun caso si è trattato di qualcosa imposto dall’alto. È un ottimo esempio di modello di sviluppo democratico: illuminati interessi che cercano l’interesse pubblico. Proviamo ad osservare meglio questo processo nel caso della questione delle abitazioni.
Gli abitanti dello slum di per sé in gran parte non hanno voce. Impegnati in lavori dequalificati, che a differenza degli altri sono mal pagati e disorganizzati. Gran parte delle persone sopravvivono chiuse in sé stesse e nei propri bisogni elementari, prive di capacità e comprensione dei bisogni collettivi. Alcuni individui comunque spiccano in questo gruppo, e sulla base delle memorie del proprio vissuto diventano attivi nei gruppi di riforma dello housing. Inoltre, anche i sindacati dei lavoratori negli ultimi anni hanno cominciato a sostenere con decisione nuove leggi per la casa; senza questo sostegno dei lavoratori probabilmente non avremmo alcuna legge sullo housing, dato che se il lavoro qualificato e organizzato non si trova nei quartieri del tugurio, confina per così dire con essi.
Rivalità tra interessi economici
In un recente articolo dove auspicava «la bonifica sociale di metà della nostra popolazione usando tutti i metodi scientifici e politici a disposizione», il Professor Ernest A. Hooton della Harvard supponeva che «la principale opposizione ad avere una popolazione meglio selezionata [nell’accezione genetica, cresciuta, intelligente, credo derivi da chi è determinato ad esercitare un potere assoluto sulle masse» [«Morons in what?», Woman’s Home Companion, agosto 1943]. Tra le conoscenze che vanto, sparse per tutto il paese, non so di nessuno che apertamente si schiera contro un progresso delle masse del tipo indicato dal Professor Hooton; ne rammento però parecchi le cui idee e azioni rendono abbastanza esplicito il convincimento sull’efficacia del dominio di un piccolo gruppo, forse sulla base del fatto che, se la nostra civiltà vuol mantenere un certo livello, chi ha una cultura e formazione superiore deve comandare.
Una posizione, evidentemente divergente dalle nostre tradizioni democratiche, che potrebbe anche avere qualche fondamento se chi la mettesse in pratica lo facesse sulla base di una fiducia espressa da tutti. Una forma di potere forse efficiente, ma col rischio di collocare al vertice una classe già considerata a rischio quando fu fondata la nostra nazione, un rischio che oggi potrebbe essere anche maggiore. L’alternativa politica, per il progresso della nostra civiltà, è quella di alzare il livello di istruzione e standard culturale delle masse, come ci invita a fare il Professor Hooton «usando tutti i modi possibili». E se uno di quei modi è, o potrebbe essere, l’abitazione pubblica, non sarebbe del tutto logico allargarne il campo fino al punto in cui tutti coloro che popolano la demoralizzazione dello slum possano invece vivere in salubri e stimolanti quartieri messi a disposizione dai progetti di case pubbliche? Dentro questo processo esiste certamente ampio spazio di partecipazione e cooperazione da parte di chi appartiene alle fasce superiori più informate, ma non certo per dominare.
La questione dei possibili conflitti di classe, sollevata dal Professor Hooton, merita certamente onesta considerazione. Per prima cosa dovremmo chiederci: fin dove si può arrivare in questo modo? Naturalmente se esiste un gruppo A, impegnato a mantenere la propria posizione di potere, dovremo prevedere l’opposizione di un gruppo B, che gli è sottoposto. Gruppo A sta a significare in sostanza coloro il cui reddito consente un determinato livello di istruzione e cultura, probabilmente si tratta di persone con una posizione sicura, anche indipendentemente dallo stipendio. Ipotizziamo fasce di redditi superiori ai 5.000 dollari, che definiscono il gruppo A come il 2,1% sul totale della popolazione, e se saliamo ai redditi oltre i 10.000 dollari la percentuale scende a 1,3%. Quantità minime. Cifre e percentuali si riferiscono a prima della guerra, ma non sembra possano essere intervenute variazioni troppo importanti. La forza, il potere del gruppo A, non sta in queste quantità ma saldamente ancorata ad una posizione che difende.
L’unico caso abbastanza vistoso di scontro di classe, economico o culturale, è quello tra il lavoro organizzato e la gestione di impresa, avendo il primo dalla propria parte le quantità, la seconda la posizione di potere. Il management mette iniziativa, progetto, capitale, crea posti di lavoro, e nel periodo formativo dello sviluppo industriale è stato in grado di dettare i termini dentro cui quel lavoro operava. Per rispondere alla concorrenza estera, le imprese hanno attirato immigrazione da paesi dove livelli di vita e reddito erano piuttosto bassi, e per quegli immigrati si riuscivano a mantenere anche qui salari bassi. In generale sono proprio quegli immigrati e i loro discendenti a formare una grande quota della popolazione dei nostri slum urbani, anche se vanno anche calcolati altri cittadini e immigrati dalle nostre campagne. Ma lo standard di reddito e livello di vita viene fissato dalle imprese su quello degli immigrati dall’estero.
Dato che la maggior parte degli immigrati è poco istruita, non conosce la lingua e ha tradizioni diverse da quelle nazionali, essi vengono considerati inferiori. In generale è sicuro che gli immigrati non fossero migliori o peggiori del resto della popolazione del paese di origine, con prospettive o addirittura promesse di miglioramento. All’epoca quel tipo di considerazione poteva anche essere giustificabile nel quadro di una politica nazionale di espansione industriale. Ma oggi, in una prospettiva storica, appare chiaro che si fece un errore fondamentale nel non rispondere davvero alla promessa di nuove occasioni di progresso per quegli immigrati, almeno di vivere come le popolazioni locali, o a prendere il posto di altri più informati e responsabili cittadini.
L’assenza di occasioni del genere, o quella di reddito sufficiente per per comprarsele, è la base per ogni scontento e protesta dei lavoratori, di qualunque conflitto di classe. Da un punto di vista più generale, nazionale, esistono ampi strati della popolazione con una cultura così lontana da quanto comunemente accettato come media nazionale, da apparire poco sani e integrati. Una situazione che deve essere corretta «Con tutti i mezzi disponibili», e le abitazioni pubbliche rappresentano proprio uno di quei mezzi. Qui transtulit sustinet (chi ha trapiantato ci sostiene), recita il motto [di origine biblica n.d.t.] nello stemma dello Stato del Connecticut. Pare conseguente a questo punto notare quanto sia l’assenza di redditi adeguati a determinare il problema della casa. Se chi abita nello slum potesse avere un sostanziale incremento del reddito annuale, senza aumento delle ore di lavoro, potremmo fare a meno di qualunque sussidio; ma finché si arriva a quel punto, un sostegno pare indispensabile.
Nel campo dello housing esiste una certa rivalità, sostanzialmente economica e sociale. C’è un gruppo che sostiene di più l’importanza dell’abitazione pubblica, un altro più propenso all’intervento del privato. Qualunque ne sia lo status nella società, sostengono i favorevoli all’intervento pubblico, ci si rivolge a chi non ha alcun vantaggio economico o sociale, e ha assoluto bisogno di sostegno finanziario di qualche tipo al reddito insufficiente, per poter godere dei vantaggi di un ambiente sano, nella certezza di poter così migliorare la propria condizione di cittadini. I favorevoli all’intrapresa privata considerano invece l’eradicamento del tugurio e l’eliminazione del tipo di quartieri come campo di investimento e speculazione, speculazione controproducente che un intervento pubblico nelle abitazioni potrebbe favorire. Ma la maggior parte di chi considera il problema riconosce la necessità dell’operatore privano nello slum clearance, e anche molti tra i più favorevoli al privato non sono contrari ad una partecipazione pubblica. Però rispetto e cooperazione in generale sono minori di quanto potrebbe essere.
Competizione contro cooperazione
Molte delle questioni che abbiamo esposto hanno la propria origine nelle rivalità di interessi; nei conflitti che si verificano tra lo spirito della concorrenza e quello della cooperazione; nella mancata comprensione, individuale o collettiva, di quanto sia in gioco in termini di bene comune. La nostra civiltà, quella per cui abbiamo anche combattuto una guerra mondiale, è stata conquistata anche tenendo conto ragionevolmente di un certo equilibrio tra competizione e cooperazione. La prima funge da stimolo e motivazione, spingendo gli individui ad agire; la seconda ha un ruolo di guida e discrezione, perché ciascuno e tutti si mantenga la giusta posizione, evitando scontri e conflitti. Conflitti e scontri che non sempre è stato possibile evitare, soprattutto a causa di «pirati della strada» che porta al progresso, privi di senso della cooperazione e della responsabilità da cittadini.
Dunque non c’è stata cooperazione volontaria a sufficienza; sono state necessarie regole di comportamento là dove non esisteva lo spirito della cooperazione. Ma si tratta dell’esperienza universale della civiltà. Rallentare «episodicamente» ha dimostrato quanto fosse indispensabile farlo costantemente, correre meno e collaborare di più. Il principio vale per ogni epoca, per ogni attività economica, sociale, politica. In materia di salari e profitti, la mancata valutazione da parte delle imprese dell’importanza di partecipare al benessere generale, alla ricchezza generale, ha indotto molti a sovrastimare l’importanza della competizione, troppi a ignorare il diritto dei lavoratori a redditi che consentissero di godere un’esistenza piena, e coerente con quella che è la complessiva ricchezza della nazione. Come ha affermato Eric A. Johnston, Presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti:
«Un altro grande progresso a cui non vorremmo rinunciare è lo spostamento dalla centralità del profitto concentrato in poche mani ed entità, a quella di una maggiore diffusione almeno di unità locali che può corrispondere a maggiori volumi di affari. Chi riflette da protagonista sul campo di questi problemi, ha imparato come non si tratti semplicemente di un modo assai più socialmente accettabile di fare impresa, ma anche della cosa più intelligente e lungimirante per promuovere il proprio interesse. Il mondo degli affari coglie l’importanza dell’incremento generale e diffuso del reddito e dei salari, quando si basa su una elevata produzione. Che profitti riusciremo mai ad avere producendo beni che poi il lavoratore mal retribuito non può acquistare? E un lavoratore bene pagato sarà anche più sereno e produttivo. Accettare questi concetti significa riconoscere il senso della concorrenza per tutti i settori economici. Solo quindici anni fa alcuni importantissimi esponenti del mondo economico ritenevano essenziale per il proprio successo un’organizzazione monopolistica. Oggi abbiamo capito quanto debole e infantile possa essere questo modo di concepire gli affari. Chi deve mantenere un ombrello protettivo monopolistico sopra la propria testa è una persona terrorizzata, che forse si troverebbe meglio all’ombra di un governo autoritario come nella Germania dominata dai cartelli».
[«An End to Reaction — A Charter for Business», New York Times Magazine, 22 agosto 1943]
Ma contro lo spirito della cooperazione esiste anche quello della militanza. Che ha bisogno di un nemico. Per sconfiggere il nemico occorre l’odio, come nelle guerriglie interne nei Balcani. Si trova della militanza oggi non solo nei conflitti tra impresa e lavoratori, ma anche in quelli tra gruppi di «riformatori» contro gli «interessi consolidati». La militanza guarda solo alle divergenze, ciascun gruppo militante pretende senza compromessi di imporre il proprio punto di vista, senza tollerare nessuna differenza. La militanza promuove la diffidenza. Ogni militante vede il proprio obiettivo circonfuso in un alone di santità, e sé stesso come il suo profeta con la corona del martire, mentre sulla fronte dell’avversario scorge inequivocabili spuntare le corna di Mefistofele. Ma non esiste nessuno – individuo o gruppo – che possa affermare di possedere la verità. Siamo umani e sta nella nostra natura mescolare il bene e il male.
Ciò di cui abbiamo bisogno sono meno discussioni attorno ad opinioni rigide, e più dibattito aperto disposto alla comprensione e all’accordo. Quando il conflitto tra gruppi diversi avviene in questo spirito, scompare l’odio, diminuisce la diffidenza, e compare invece la possibilità di trovare un terreno comune di cooperazione. Tutto ciò non per sostenere che non si debbano vigorosamente contestare verità distorte gettate alla rinfusa nell’arena della discussione; ma che quando lo si fa avvenga su basi fattuali anziché emotive. Almeno se si cerca una convergenza di menti e un progresso. Un principio valido sia per la vita privata che per quella pubblica. Come diceva Eric Johnston: «La costruzione della parola Pace inizia nelle famiglie e nei quartieri. Se vogliamo che la nostra democrazia sopravviva – come certamente avverrà – non ci può essere cinismo nella vita pubblica. La solidità morale della nazione non è quel che si vorrebbe. La crisi nella morale ci induce a coltivare tolleranza: per tutto tranne che per l’intolleranza. Abbiamo bisogno di livelli più elevati di comportamento nella vita pubblica. Lo Statista deve sostituirsi al Politico». [Relazione al Council of Social Agencies, Washington, riportata dal New York Times, 26 marzo 1944]
da: Housing and Citizenship: a study of low-cost housing, Reinhold Publishing Corporation, New York 1946; Sec. II, Publico housing policy: a stride in the march of civilization; Estratti e traduzione di Fabrizio Bottini


