Philip G. Zimbardo, la Teoria del Finestrino dell’Auto Rotto. Quella vera (1969)

Vandalismo

La quantità e accanimento delle distruzioni senza alcuna ragione apparente di oggetti e manufatti, con l’impegno profuso da parte dei vandali nel farlo, emergono dall’osservazione di alcuni casi e dalle statistiche rilevate. Dopo i festeggiamenti di Halloween (31 ottobre 1967) un gruppetto di adolescenti iniziò a rimuovere lapidi nel Cimitero Montefiore a Queens, New York, scagliandole contro le auto di passaggio. Alla Scuola Pubblica n. 26 a Brooklyn ci furono 15 diverse irruzioni con 700 lastre di vetro rotte in un arco di due mesi (da aprile a giugno 1968). La presidenza riferisce che i vandali rovesciavano per terra i libri della Biblioteca e le schede del Catalogo ricoprendo poi di colla. Il medesimo problema del vandalismo si è riproposto poco tempo fa all’Esposizione Mondiale di New York. Le auto della Ford, usate per trasportare i visitatori in una esperienza «passato-futuro» allestita dalla Disney, rappresentavano anche la realtà di oggi. Il responsabile della mostra racconta che i vandali «Sfasciano tutto. Strappano le imbottiture interne e i dispositivi dal cruscotto. Da una Thunderbird erano stati totalmente tolti i fili dei contatti elettrici».

Dio è Morto potrebbe essere una riflessione di provocatorio dibattito intellettuale e teologico, ma per i ragazzi del Sud Bronx (il mio quartiere natio) si tratta di riflessione piuttosto concreta; su un arco di sei mesi sono state vandalizzate 47 chiese cristiane e 20 sinagoghe. Una di queste ultime era la Netzach Israel Synagogue, dove sono stati distrutti i rotoli della Torah, strappati tendaggi e libri di preghiera, insozzate le pareti con vernice, lanciate pietre a rompere le vetrate artistiche, demolita la Stella di Davide sul tetto. Antisemitismo? Presumerebbe almeno qualche ragione. Il rettore della prestigiosa San Marco alla Bowery Episcopalian Church ha minacciato di chiudere la chiesa se non cessano furti e vandalismi. Nell’ultimo anno ci sono state almeno una decina di irruzioni e scempio di tombe nel cimitero annesso.

Nelle grandi città l’ambiente pare stimolarlo, questo fenomeno del vandalismo, ma in realtà non pare si tratti di un fenomeno esclusivamente urbano. A Union Township, New Jersey, sono state vandalizzate da sconosciuti per le vie 250 automobili parcheggiate, colpendo carrozzerie e sfondando finestrini. A Richmond, California, piccolo centro vicino a San Francisco, ci sono state irruzioni in sei diverse scuole in un solo fine settimana (febbraio 1969) con danni stimati in trentamila dollari. Arredi e attrezzature devastate, finestre sfondate, cibo sparso sui pavimenti e pareti o libri della Biblioteca imbrattati di inchiostro. I vandali hanno colpito anche un boschetto di preziosi alberi del Golden Gate Park a San Francisco, lasciando attonito chi non riesce a capire perché si facciano cose senza senso del genere.

Quanto incida il vandalismo possiamo valutarlo dalle statistiche che seguono, messe a disposizione da una sola città come New York:

Scuole – Nel 1967 sono state rotte 202.712 lastre di vetro (per le sostituzioni si sono spesi un milione di dollari); 2.359 irruzioni (787.000 dollari di danni); 199 incendi (distruzioni per 154.000 dollari senza contare quella totale di una scuola la Public School n. 5 a Queens). Il numero gennaio 1968 del bollettino Board of Education’s Division Maintenance, sottolineando come nelle cifre non siano compresi banchi, muri, serramenti ecc. conclude che «Pare impossibile calcolare i costi che ammontano comunque a somme gigantesche». Anche senza un resoconto completo di questa devastazione del sistema educativo di New York, lo stesso bollettino nota come i circa 2 milioni di costi di riparazioni sostenuti nel 1967 siano superiori del 21% rispetto a quelli del 1966, e per il 1969 si prevede un vandalismo ancora in aumento.

Trasporti pubblici – Nel 1967 si sono spesi ben oltre 100.000 dollari per riparare i danni dei vandalismi su autobus e metropolitane.

Parchi – I danni per 650.000 dollari rilevati nel 1967 su panchine, servizi igienici, illuminazione, alberi, recinzioni, sono superiori di oltre l’11% rispetto all’anno precedente, e in continuo incremento. Solo a Brooklyn, gli incendi in edifici nei parchi sono stati 35, principalmente nei servizi igienici.

Cabine telefoniche – La comodità offerta dagli oltre centomila telefoni pubblici della città è rapidamente compromessa da orde di vandali che ne sfasciano in media 35.000 ogni mese. Almeno il 25% delle postazioni sui marciapiedi risulta costantemente fuori servizio, ed è sempre più raro trovare un telefono funzionante nelle stazioni della metropolitana. Poco tempo fa ho sperimentato quindici cabine nella stazione di Times Square prima di trovarne una senza cavi recisi dentro la scatola di metallo, selettore divelto, cornetta strappata, contenitore dei gettoni intasato o pure divelto. La New York Telephone Company stima che solo l’anno scorso si è perduto un milione di dollari in monetine, oltre a 4 milioni di costi per riparare telefoni vandalizzati.

Automobili – Il Sanitation Department riferisce che dalle vie di New York sono state rimosse l’anno scorso 31.500 auto abbandonate (5.000 in più rispetto all’anno precedente). Tutte automobili rubate oppure lasciate dai proprietari perché non erano più in condizione di circolare. La cosa più interessante è che la maggior parte era stata privata delle parti riutilizzabili e poi ridotta a una carcassa irriconoscibile. Per parecchi anni ho osservato sistematicamente questo nuovo fenomeno della distruzione rituale delle automobili: simbolo della ricchezza americana, di tecnologia, di mobilità, e simbolo dello status del proprietario, della sua indipendenza e (secondo le ricerche motivazionali) delle sue fantasie sessuali. In un solo giorno sul percorso di una trentina di km dalla mia casa a Brooklyn fino al campus della New York University nel Bronx mi è capitato di calcolare 218 auto vandalizzate.

Osservazioni ripetute sulle trasformazioni subite da questi veicoli mi portano a concludere che esistano sei diversi stadi. Il primo è quello in cui l’auto fornisce lo stimolo ad agire senza particolari inibizioni: può essere l’assenza della targa, capote o bagagliaio aperti, una ruota mancante. Ma ne esistono anche di meno vistosi, come una gomma a terra che resta lì tale per un giorno o due, o semplicemente un parcheggio che non cambia per parecchio tempo. In una città sempre in movimento, qualunque elemento statico indica morte, e tutti capiscono che nessuno reclama il cadavere.

Le fasce di età adulte o tardo adolescenti sono attirate dai pezzi di ricambio riutilizzabili, e così vengono rimosse le parti di qualche valore. Nella fase avanzata o finale di questo stadio (dipende dalle convenzioni sociali del quartiere) i ragazzini cominciano a rompere i vetri dei finestrini. Poi si attaccano tutte le parti più deboli o facili da maneggiare. Segue un assalto più pesante con pietre, mazze, spranghe. A volte si appicca un incendio, e si asporta anche qualche parte metallica. L’ultima e più ignobile fase di tutta la metamorfosi è quando gli abitanti (a volte addirittura gli addetti comunali alla pulizia) usano il relitto come un grosso cestino dell’immondizia buttandoci dentro di tutto.

Un esperimento pratico su auto parcheggiate

Per una osservazione più sistematica di chi siano i vandali e in quali situazioni agiscano, insieme a Scott Fraser abbiamo acquistato un’automobile per parcheggiarla in una via non lontana dal campus New York University nel Bronx, dove è stata monitorata continuamente per 64 ore. Abbiamo ripetuto la medesima procedura a Palo Alto, in California, in una strada vicino alla Stanford University. Le targhe di entrambi i veicoli erano state rimosse per lanciare il segnale iniziale che disinibisce i primi vandali. Quanto accaduto a New York ha davvero dell’incredibile! Nel giro di dieci minuti la Oldsmobile modello 1959 ha attirato i primi auto-strippers: padre, madre, figlio di otto anni. La mamma faceva da palo, mentre il bambino aiutava papà a frugare nel baule, nel cruscotto, nel motore. Il piccolo porgeva come un garzone gli attrezzi eventualmente necessari a smontare batteria o radiatore. Tempo totale del contatto distruttivo: sette minuti.

«Alla fine delle prime 26 ore di monitoraggio, una sfilata continua di vandali rimuoveva batteria, radiatore, filtro dell’aria, antenna radio, tergicristalli, parti cromate sul lato destro, coprimozzo, cavi di collegamento per la batteria, una tanica, una latta di cera da carrozzeria, la gomma posteriore sinistra (le altre parevano troppo consunte per essere ritenute interessanti). Nove ore più tardi, è iniziata la fase di distruzione più casuale, con due adolescenti che ridevano strappando lo specchietto retrovisore e lanciandolo contro i fari e il parabrezza. Poi cinque bambini sugli otto anni hanno dichiarato il rottame dell’auto proprio campo giochi personale, sgattonando dentro e fuori e continuando a sfasciare finestrini. Uno degli ultimi vandali era un elegante signore di mezza età in cappotto cammello e cappello in tinta, che spingeva un passeggino col nipote. Si è fermato, ha frugato nel bagagliaio tirando fuori qualcosa di non meglio identificabile, l’ha messo nel passeggino e se ne è andato» (Diary of a Vandalized Car, Time, 28 febbraio 1969).

Complessità della riflessione vs schematicità dell’interpretazione faziosa

In meno di tre giorni era rimasta una informe contorta massa di metallo, risultato di 23 diversi assalti distruttivi. I vandalismi sono stati osservati quasi sempre da uno o più passanti, che occasionalmente si fermavano a chiacchierare coi saccheggiatori. Gran parte delle distruzioni avveniva di giorno non di notte (come avevamo previsto), e i furti degli adulti venivano evidentemente prima dei finestrini rotti e gomme tagliate dei più giovani. Questi adulti erano tutti ben vestiti, pettinati, bianchi che in qualunque altra circostanza avremmo considerato cittadini responsabili che chiedono legge e ordine. La nota ottimistica che emerge dallo studio è la quantità di persone passate davanti all’auto che non ha distrutto o rubato nulla: doppia rispetto agli effettivi vandali. Contrasta con questi risultati ciò che è successo nel caso di Palo Alto, dove non solo l’automobile parcheggiata è rimasta intatta, ma essendo cominciato a piovere un passante ha chiuso il cofano spalancato per non far bagnare il motore!

Il vandalismo in agguato di Stanford

L’auto parcheggiata al campus della Stanford University è rimasta intatta senza alcun incidente per oltre una settimana. Appariva ovvio che gli espedienti per eliminare i freni inibitori erano sufficienti a New York, ma inadeguati lì. Immaginavo che il vandalismo avesse bisogno di qualche stimolo in più là dove non si manifestava con frequenza «naturale». Insieme a due miei studenti – Mike Bond e Ebbe Ebbesen – abbiamo deciso di sperimentare un metodo diverso iniziando noi stessi a prendere a mazzate l’auto per vedere se qualcuno ci imitava. Ci sono parecchie cose degne di nota. Prima di tutto, la considerevole riluttanza a colpire per primi, sfasciare un finestrino e iniziare la distruzione di un oggetto. Ma dopo quel primo colpo il secondo arriva molto più facilmente, dà ancora più soddisfazione e motivazione. Anche se tutti erano consapevoli di essere filmati, gli studenti invitati ne erano coinvolti. Quando qualcuno comincia a colpire con una mazza, diventa difficile fermarlo e passare il colpo a qualcun altro. L’attacco collettivo è stato simultaneo. Uno studente saltava sul tetto sfondandolo, altri due strappavano le portiere dai cardini, un altro ancora martellava cofano e motore, l’ultimo sfasciava ogni vetro si trovasse davanti.

Più tardi ci hanno raccontato come fosse gradevole la sensazione del metallo e del vetro che si rompevano sotto la forza dei colpi. Gli osservatori dell’azione, che incitavano a colpire e sfasciare più forte, si sono poi aggiunti al gruppo rovesciando l’auto e colpendo il fondo. Restava però ancora poca speranza di vedere vandalismi spontanei sull’auto, dopo averla ridotta così. Ma poco dopo mezzanotte tre giovani armati di spranghe e leve hanno iniziato a battere sulla carcassa tanto forte da provocare proteste dal dormitorio degli studenti (che sta a distanza di un isolato). Da questi esperimenti preliminari possiamo concludere che per iniziare il vandalismo distruttivo gli ingredienti necessari siano una sensazione di anonimato, caratteristica della vita di città come a New York, oltre a un minimo allentamento di freni inibitori. Là dove l’anonimato sociale non è un «dato» corrente, risulta necessario qualche spunto in più per iniziare il processo, il percorso di aggressione e distruzione, oltre all’anonimato garantito dalla folla o dal buio della notte.

Per innescare l’azione vera e propria serve in qualche modo stimolarla. Per mantenerla e ulteriormente intensificarla, la situazione ideale è quando il gesto comporta un importante dispiegamento di energia, producendo un notevole feedback. Perché è gradevole agire così spontaneamente fisicamente e sensualmente, che si tratti di amore o di odio. Concludiamo questa parte dello studio citando due ulteriori casi. Il primo è quello di un carro armato da un convoglio dell’esercito che attraversava il Bronx, guasto e lasciato sulla strada in attesa del meccanico. Che quando è arrivato dopo qualche ora l’ha trovato totalmente privo di qualunque parte smontabile (si è meritato addirittura il Dubious Prize 1968 di Esquire). Il secondo è quello di un automobilista che ha accostato su una strada di Queens, New York, per via di una ruota sgonfia. L’ha sollevata col crick e mentre allentava i dadi ha visto uno sconosciuto che gli stava smontando la batteria. E che gli ha detto come a titolo di rassicurazione: «Tranquillo amico, a me interessa solo la batteria, tu puoi tenerti tutte le ruote!».

Non si sta semplicemente smantellando un’automobile, ma l’intero edificio delle norme sociali che dovrebbero regolare la nostra vita in comune. L’orribile sequenza del film Zorba il Greco in cui le anziane del paese iniziano a saccheggiare e distruggere la casa della moribonda Bubbalina prima che sia morta, viene quotidianamente replicata infinite volte nelle nostre città come New York, dove giovani o vecchi, ricchi o poveri, rubano, sfasciano, vandalizzano auto, scuole, chiese, tutti i simboli dell’ordine sociale. Sta poi alla sociologia stabilire dove si trovino le specifiche radici di questo anonimato indotto, ma Hall ritiene che i tipi di comportamento che abbiano rilevato possano essere la conseguenza ella concentrazione di essere umani in spazi troppo ristretti che riducono la distanza personale (studio prossemico): «Gli studi sugli animali ci insegnano che affollarsi in sé non fa né bene né male, piuttosto che gli stimoli sopra una certa soglia, la perturbazione delle relazioni sociali, causati dalla sovrapposizione degli ambiti-distanze personali, portano a un collasso della popolazione» (E.T. Hall, Hidden Dimensions, Doubleday, New York 1966, p. 175)

da: The Human Choice: Individuation, Reason and Order versus Deindividuation, Impulse and Chaos, Nebraska Symposium On Motivation, 1970 – Estratto e traduzione di Fabrizio Bottini
Ovviamente il principale riferimento critico di questo estratto è l’uso del tutto strumentale che ne verrà fatto molti anni più tardi dai due psicologi della Polizia, Kelling e Wilson per nulla interessati a formulare o riprendere una teoria, ma solo a sostenere con qualche appoggio scientifico il proprio programma gestionale delle pattuglie di ronda nei quartieri. «Rubando» poi il dettaglio del
finestrino rotto dal bambino di otto anni che diventerà oggetto della Fake Theory. 

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