Woodrow Wilson e l’America On The Road, 1916

L’11 ottobre 1916 il Presidente Wilson, con la moglie, il Segretario Tumulty, il dottor Grayson, agenti di scorta e giornalisti al seguito, saliva sul treno diretto a Indianapolis, dove avrebbe pronunciato due discorsi a contenuto non strettamente politico. Aveva anche valutato la possibilità di cancellare quel viaggio proseguendo le discussioni sulla situazione tedesca, ma poi aveva deciso di mantenere quelle promesse di intervento. Riferisce il New York Times il giorno successivo, che quando il treno sosta nelle città lungo il percorso, il Presidente Wilson esce sulla piccola piattaforma posteriore anche senza pronunciare alcun discorso. A Philadelphia, per esempio, «Resta all’esterno del vagone quindici minuti stringendo le mani di donne e uomini. Salutato poi dal pubblico quando il treno riparte». In un telegramma dallo stato dell’Indiana dove lo aspettano qualcuno lo sollecita a dare un contenuto più politico ai discorsi, ma preferisce di no. A sentire i giornalisti al seguito «Mr. Wilson lavora fino a tarda sera ai due discorsi che terrà domani» [«Wilson Speeding To Indianapolis», The New York Times, 12 ottobre 1916].

L’occasione della visita è il centenario della costituzione dello Stato dell’Indiana, l’11 dicembre 1816. In una settimana in cui ogni giorno è dedicato a un tema particolare, il 12 ottobre è designato Historical Highway Day. Una fonte del centenario cita il presidente della camera statale Dr. I. S. Harold, che indica «Diamo un nuovo significato alle nostre strade dedicandole agli arditi pionieri, e pensando a una loro ricostruzione per diventare l’eredità che lasceremo alle generazioni future». Il 12 ottobre diventa così «Giornata della Strada Storica» nel Centenario dello Stato. Una data che sembra insolitamente adeguata sommando una festa nazionale, il Columbus Day, il primo secolo dall’istituzione dello Stato dell’Indiana, e la celebrazione della Strada Storica.

Southern Good Roads 1916

Il Presidente Wilson era da sempre entusiasticamente favorevole a un sistema stradale di buona qualità e aveva spinto il Congresso ad approvare delle leggi, fino al finanziamento di 85.000.000 agli Stati per costruire una articolata rete nazionale di cosiddette post roads. Gli fu scritta una lettera da Presidente e Governatore dello Stato, a cui rispose in un primo tempo negativamente, ma dopo lunghe trattative e pressioni si arrivò comunque all’accordo dei due discorsi da tenere quel giorno a Indianapolis [Cfr. Lindley, Harlow (a cura di) The Indiana Centennial 1916 – A Record of the Celebration of the One Hundredth Anniversary of Indiana’s Admission to Statehood, The Indiana Historical Commission, 1919, pp. 300-301]. I due discorsi di Wilson erano rivolti a diversi gruppi. Il primo di cinquemila sostenitori della rete di buone strade riuniti all’auditorium Indiana Fair Grounds. Poi a un consesso di agricoltori a Tomlinson Hall.

Il treno arrivò alla Union Station di Indianapolis alle 11:30 del mattino. C’erano migliaia di persone a salutare l’entrata del convoglio dalla Pennsylvania Railroad. Salirono a bordo il Governatore, la signora Ralston, Carl G. Fisher della Lincoln Highway Association insieme alla moglie, a salutare il Presidente e accompagnarlo poi al Claypool Hotel dove si sarebbe tenuto il pranzo in suo onore.

The Indianapolis News riferisce che: «Fisher guidava il corteo insieme agli agenti di scorta alla polizia a cavallo alla banda che marciavano insieme al Presidente. Il Senatore e la signora Taggart, insieme ad altri membri del comitato di ricevimento seguivano in una lunga fila di automobili». Lungo il percorso una folla di cittadini ad applaudire.

Sempre secondo la cronaca del News si aggiunge che: «È stata riservata una calorosa accoglienza anche alla Signora Wilson, moglie del Presidente, dalle donne di Indianapolis e dell’Indiana …. Dal momento in cui è scesa dal treno a quello in cui ha salutato lasciando la città, è stata al centro dell’attenzione degli sguardi di tutte le donne e uomini. Vestita in un elegante completo di seta nera, guarnito di polsini e colletto in Crêpe Georgette bianchi, cappello e stola di zibellino intonati neri, la signora Wilson era una presenza magnifica che spiccava nel gruppo di accoglienza all’albergo Claypool, insieme a Presidente, Governatore e Signora Ralston, Signor e Signora Fisher. Coi suoi occhi scuri e magnifico incarnato la moglie del Presidente appariva più giovane della sua età. Salutava tutti con una caldo sorriso e una ferma stretta di mano».

Nel corso del pranzo di accoglienza il Presidente Wilson ha parlato solo molto brevemente: «Ecco, quando le persone mi riservano il genere di saluto che ho avuto oggi, non posso fare a meno di sperare che si approvi lo spirito che cerco di esprimere nel governo del paese. Non considero questi saluti un fatto personale, perché non credo si possa sfuggire all’idea chiarissima di essere semplicemente in una posizione di grande responsabilità, ma di non incarnare per questo la Presidenza; il Presidente di questo paese è qualcosa di più di un amministratore. Il suo dovere è di esprimere lo spirito della nazione. E quindi quando vedo tante facce amichevoli per le strade, mi sala dal cuore la speranza di esserci riuscito, ad esprimere quello spirito».

Dopo il pranzo il gruppo del Presidente e degli altri dignitari è tornato alle automobili per una parata attraverso la città verso il luogo del centenario, organizzata da Hoosier Motor Club, Marion County Good Roads Association, e Marion County Centennial Highway Committee. La stampa riferisce che:

«Il Presidente si alzava a salutare il pubblico, si toglieva il cappello, mentre il corteo avanzava dall’albergo Claypool verso la propria meta. Gli uomini della scorta camminavano di fianco all’auto. La gente alle finestre degli edifici applaudiva e acclamava il Presidente. Più tranquillo il tratto tra Washington e Pennsylvania Street, fino all’angolo nord della traversa. Poi il Presidente, rispondendo a un saluto, si levava il cappello evocando alter manifestazioni del pubblico, fino alla svolta delle auto verso Market street. La balconata dell’albergo English era affollatissima di persone fino al limite della capacità. Anche da lì molti saluti e clamori mentre passava l’auto presidenziale. Il corteo fece tutto il giro dello slargo circolare tra migliaia di persone coi clamori che raggiungevano il massimo nel momento in cui il Presidente sceso dall’automobile si avvicinava al palco».

Cartolina postale illustrata

Un colpo di cannone annunciava la partenza del corteo poco dopo l’una. I rappresentanti delle associazioni per le strade dell’Indiana orientale arrivavano da una direzione, quelli della occidentale dall’altra. Insieme al gruppo del Presidente e ai dignitari statali e locali, spiccava la presenza di Fisher, tra Meridian e Washington Street (che è il tracciato dell’antica National Road). Fisher guidava le due linee di veicoli ad assumere una formazione fino a North Meridian Street, verso il monumento ai caduti dell’Indiana nella rotonda dal 1902:

«Il gruppo presidenziale e quello del Governatore attendevano i due cortei paralleli delle associazioni per le strade dello Stato. Uno girava attorno al Monumento a est e l’altro a ovest, ricongiungendosi poi a Meridian street, appena a nord. Si dirigevano poi da Meridian street a nord fino a Sixteenth street, a ovest a Capitol avenue, a nord verso Maple road, fino a raggiungere l’area della fiera. Mai viste a Indianapolis tante automobili tutte insieme! Quando Carl G. Fisher, alla testa del corteo, lo guidava da Meridian a Washington street, non aveva certo idea di che tipo di manifestazione stesse gestendo. Alle sue spalle Behind lungo la Meridian attendeva una piccola folla di suffragette sventolando bandiere. Verso ovest una lunga fila di automobili avanzava creando qualche confusione quando qualche guidatore da fuori città interferiva col gruppo del Presidente, problema prontamente risolto».

«Poi da est giungeva un’altra lunga fila di associazionisti per le strade. Provenienti praticamente da tutte le contee a est della Michigan road, ciascuna auto a sventolare una bandiera della propria zona o città. Mescolate alle file di veicoli anche le bande musicali. I due cortei seguivano Fisher, le suffragette immediatamente dopo, e iniziava la sfilata vera e propria. La polizia riusciva a separare le due file facendole avanzare. Le associazioni per le buone strade, interessate soprattutto al rifacimento della National tra Richmond e Terre Haute, avevano portano centinaia di persone. Forte la presenza anche di quelle dei percorsi ocean-to-ocean, per la strada Dixie e la Hoosier-Dixie. Qualunque gruppo presente in Indiana aveva una propria rappresentanza per confermare al Presidente Wilson il proprio sostegno».

Tutti rimangono fermi fin quando, a un segnale di Mr. Fisher, entrano nelle automobili e vengono convogliati a nord su Meridian street, col piccolo corteo di auto presidenziali al centro tra le lunghissime file della parata. Il movimento riprende alle 2:15 p.m. Il Presidente continua «a inchinarsi e sorridere a frequenti intervalli» [tutte le citazioni non diversamente riferite sono dalla copertura della giornata di The Indianapolis News, 12 ottobre 1916]

L’American Motorist riassume: «Hanno assistito al corteo più di centomila persone, onorando il Capo della Nazione, e contribuendo in un modo o nell’altro a rafforzare la causa delle buone strade. La doppia fila di auto ha impiegato oltre un’ora e mezza a sfilare a basso regime davanti al palco, e al Presidente Wilson, al Governatore Ralston, al Sindaco in carica [Joseph E.] Bell, e quello che l’ha preceduto [Charles A.] Bookwalker, insieme ad altri notabili dell’Indiana. La First Lady osservava con grande interesse lo straordinario inusuale evento, insieme alla moglie del Governatore e ad altri esponenti della società».

Il giornale riferisce anche sulla presenza del Giudice J. M. Lowe, presidente della National Old Trails Highway Association, sul palco:

«Mentre sfilavano i cortei il Presidente riceveva dal Giudice Lowe il “Martelletto cerimoniale Van Buren» ricavato dal legname usato per la National Road, oggi la via principale che attraversa Indianapolis. Il Giudice ha ricordato come Van Buren [ottavo Presidente USA nella prima metà del XIX Secolo n.d.t.] fosse contrario ai finanziamenti federali per le strade, e forzosamente indotto a buttare nel fango un martelletto lungo la Old Trails Road in Indiana. In un’esperienza che lo indusse poi a cambiare idea, approvando una legge che consentiva di chiudere le buche, a partire da quella nel fango, con tavole di quercia. Durante i recenti lavori di ricostruzione della strada sono state ritrovate alcune di quelle tavole, da cui è stato ricavato il martelletto per il Presidente Wilson». [da «Network of Roads Will Release Locked-Up Riches of the Nation, Says the President», American Motorist, novembre 1916, pp. 12-13, 54].

Il Giudice Lowe si è riferito in altre occasioni allo stesso fatto modificando però diversi particolari. Il Presidente Martin Van Buren non era più in carica quando pronunciò il discorso lungo la National Road per Indianapolis nel giugno del 1842 a sostegno di un altro candidato presidenziale. Quando ancora era Presidente, si era opposto al finanziamento dei lavori in Indiana. Ne esistono varie versioni storiche, salvo che la diligenza col Presidente finì con una ruota in una buca della strada verso Plainfield andando a sbattere su un tronco di olmo. Uscendo dal veicolo ribaltato, Van Buren si incamminò nel fango verso la Fisher’s Tavern di Plainfield, Hendricks County. Oggi il luogo «Olmo di Van Buren» è contrassegnato da un cartello di fronte alla Friends Meetinghouse di Plainfield.

Per quanto riguarda l’uso di tavole di quercia nella costruzione delle strade, citato dal medesimo Giudice Lowe, la gran voga di questo metodo inizia a metà anni ’40 del XIX secolo, importata dalla Russia, e durerà al massimo un decennio, fino all’affermarsi definitivo delle ferrovie per le lunghe distanze, e alla rapida constatazione che quel legno marciva, le tavole andavano sostituite, e i costi non potevano essere coperti dai pedaggi. Come riferisce Thomas J. Schlereth nel suo libro sulla Strada U.S. 40 in Indiana, lo Stato garantiva «controllo della National Road attraverso le Contee di Hancock, Marion, Hendricks, e Putnam … fino al 1849 con la Central Plank Road Company, che sistemava le tavole di quercia e gestiva i caselli dei pedaggi » [Thomas J. Schlereth, U.S. 40: A Roadscape of the American Experience, Indiana Historical Society, 1985, p. 76])

Secondo il giornale ad assistere al primo discorso del Coliseum negli spazi fieristici ci sono circa 5.000 persone: «Il Presidente Wilson si trova di fronte a una folla molto composita arrivando al Coliseum per il suo discorso. L’edificio è addobbato di bandiere, ce ne sono novantadue sulla ringhiera dell’affaccio, ciascuna col nome di una Contea dell’Indiana. Le porte sono state aperte un’ora prima dell’arrivo e non c’è ressa particolare. Nessun segno di parte politica dalla folla presente. L’argomento vie e strade migliori in Indiana pare mettere d’accordo tutti».

Al Governatore Ralston il compito di presentare il Presidente Wilson, che così si rivolge ai presenti:

«Governatore Ralston, Cittadini, sono qui come sostenitore della causa di migliori strade, e anche di quella dello Stato dell’Indiana. Oggi la giornata dedicata alle strade coincide anche con l’anno del Centenario. E mi fa ripensare a tanti aspetti della nostra storia nazionale. Le strade collegano le comunità, i quartieri, le città, i territori degli Stati e del Paese, tutta la nazione, e vanno considerate, e gestite come un problema che ci coinvolge tutti. Il paese è nato senza strade, valli e colline popolate di persone molto prima che se ne tracciasse alcuna, solo pionieri che si aprivano un percorso nel territorio selvaggio, magari armati con un fucile, qualcosa da mangiare, in piccoli gruppi. Oggi, che come stato dell’Indiana compite un secolo, pensate alla necessità di collegare tutto il territorio unitariamente, connetterlo al resto del paese, ed avviare, esprimere quello spirito innovativo che pervade il continente, conquistato grazie alla nostra libera iniziativa.

Il tema delle buone strade, dal punto di vista pratico, appare evidente. È vero, oserei dire, che abbiamo dovuto attendere la velocità di spostamento dell’automobile, per allargare a così tante persone l’interesse alle strade, ben oltre gli immediati dintorni, e sono grato a chi possiede una automobile, a chi è attivo nelle associazioni automobilistiche, per essersi tanto spesi a favore della costruzione di strade. Noto peraltro che gli stessi automobilisti si affrettano a consumarle alla medesima velocità con cui vengono realizzate, quelle strade, ma possiamo perdonarli visto che così ci stimolano a impegnarci di più a costruirne, e mantenerle in efficienza. Ma, dopo tutto, una strada non andrebbe concepita, prima di tutto e soprattutto, per i veicoli privati e familiari, il viaggiatore, il turista. Non viene costruita perché un gruppo di persone si diletti magari a percorrere il nostro grande continente coast to coast. Serve invece a rispondere ai bisogni materiali della nostra vita. Ne abbiamo bisogno, prima di tutto e soprattutto, per sfruttare le nostre risorse, perché possano entrare nel mercato, perché ciò che esce dalle miniere o dai campi agricoli possa arrivare alla più vicina stazione ferroviaria.

Southern Good Roads 1916

Non si coglie neppure la dimensione delle risorse di un paese, se questo non è ricoperto da una rete stradale in grado di attivare le ricchezze di ogni angolo del territorio. Esistono piccole nicchie relegate sulle montagne da qualche parte in America, dove crescono prodotti particolari, dove la natura ci offre i suoi doni di terreni fertili, clima adeguato, piogge abbondanti, ma è impossibile per quei prodotti avere sbocco di mercato, e così si sprecano granoturco, o bestiame, si lavora solo per il proprio consumo familiare, senza poter contribuire alla ricchezza del mercato nazionale. Per troppi anni il paese è stato punteggiato da tutte queste sacche segregate, separate, isolate, irraggiungibili d’inverno, quando le ruote sprofondavano nel fango, e le comunità vivevano vite isolate, sviluppavano culture separate. È del tutto ovvia l’aspirazione a possedere una fitta ed efficiente rete di strade in lungo e in largo al continente, per liberare le energie dell’America.

Buone strade sono necessarie per qualunque aspetto pratico della nostra vita: per migliori rapporti coi vicini, per culture e sentimenti comunitari, per costituire arterie di circolazione paragonabili a quelle che alimentano il corpo umano. Ma il sangue della nazione non potrà fluire in concordia armoniosa senza intima empatia. E tutte le ragioni pratiche, i ragionamenti sui mercati e i raccolti, le estrazioni minerarie, scompaiono quasi perdendo di importanza se consideriamo quelle spirituali, delle strade. Esiste quel vecchio detto secondo cui i confini scompaiono quando qualcuno li calpesta. Esiste anche quella frase di un famoso scrittore inglese, che diceva non posso odiare qualcuno che conosco; e credo di poter aggiungere che si tratta di una grande verità riconosciuta da qualunque uomo o donna. Voglio confessarvi, oggi, di aver ammirato alcuni grandi mascalzoni. Certo mi sono anche prodigato perché finissero in prigione, ma gli ho voluto molto bene: è davvero difficile stare vicino a qualcuno, avere dei rapporti, e non trovare qualche ragione di simpatia e pensiero in comune.

Siamo tutti esseri umani; in qualche modo vicini gli uni agli altri; in fondo tanto simili. Stiamo in ambienti anche diversi; siamo cresciuti in modi diversi; formati in modi diversi; ma se togliamo queste differenze, ecco che in fondo scopriamo di essere persone simili. I localismi si basano sul difetto più grave di qualunque nazione, ovvero l’ignoranza. L’unica cosa in grado di trascinare il mondo nelle tenebre è l’ignoranza. L’unica cosa che ci acceca è non sapere di cosa stiamo parlando. L’unica cosa che unisce una nazione è la consapevolezza reciproca di tutte le sue diverse parti. Cari concittadini, credo di non dovervi convincere che non sono venuto qui a parlare di politica, ma almeno non voglio privarmi del privilegio di dire una cosa del tutto coerente. Cioè che chiunque ancora sostenga idee separatiste locali nel paese, non può avere la fiducia della nazione. Si dimostra solo un provinciale; un ignorante delle varie specificità di quello che è il suo paese; una persona che si è rinchiusa mentalmente in un piccolo spazio, convinta di rappresentare da sola una specie di interesse nazionale che nazionale non è affatto. Si tratta di un sentimento anti-patriottico.

Una componente del mio interesse per le strade è il volerle realizzare per quello che ritengo il vantaggio nazionale espresso anche localmente. Penso al mio Stato del New Jersey. Abbiamo costruito tantissime ottime strade, in New Jersey. La maggior parte delle persone conoscono il New Jersey solo fra New York e Trenton. Se osserviamo una mappa dello Stato notiamo che ha una forma simile a un sacco chiuso a metà da una cordicella: si tratta della ferrovia Pennsylvania da New York a Trenton. Il New Jersey non è definito da quella strozzatura, ma è fatto delle colline e laghi e corsi d’acqua del nord, e dalle belle pianure irrigue del sud, dove si trova la maggior parte della popolazione dello Stato. La realizzazione di quelle ottime strade ha fatto scoprire l’esistenza degli abitanti del New Jersey a chi abita in altri Stati. Costruendo strade in New Jersey abbiamo reso possibile far conoscere ovunque il New Jersey. Ovunque mancano strade adeguate si contribuisce a creare una popolazione provinciale e localista. Ovunque quelle strade esistono, si sono collegate le comunità locali al resto della nazione a cui appartengono. Ecco la ragione del mio interesse per le strade, cari concittadini: la nazionalizzazione dell’America.

Siamo diventati un grande popolo. Per lo meno, se posso dire così, abbiamo riunito tutti gli elementi, le parti componenti, i caratteri necessari, le attività, le risorse materiali di una grande nazione. Ma tutto ad un tratto scopriamo di avere il problema di metterle insieme, così come avviene con una macchina, e dopo averle assemblate creare una forza incomparabile, a cui tutto il mondo possa guardare come guida e impulso, per gli ideali, l’esempio nelle pratiche di libertà. L’aspetto che più mi interessa oggi sono le forze che riuniscono spiritualmente l’America. Nella nostra esistenza troviamo molti insidiosi vortici. Talvolta la corrente va in una direzione, talvolta scende più sicura, a volte incontra ostacoli a volte scorre liberamente, ma ecco che un improvviso movimento ci trascina a comporre un mulinello, di cui ogni parte del mondo costituisce una componente. L’umanità è presa dalla confusione. Ci si chiede: «Ma qual è allora il senso della vita? A cosa miriamo? Dove stiamo andando?».

Sino ad oggi, cari concittadini, abbiamo avito il tempo e le occasioni di far ciò che volevamo in America, cose diverse in diverse parti dell’America, ma non appena finirà questa guerra europea, l’America deve proporsi al mondo intero come forza unitaria. Non possiamo mettere in gioco le singole componenti. Combinandole in un modo prima e nell’altro poi. Dobbiamo unirle per uno scopo definito, e poi procedere a tutta forza e con una guida sicura verso una nuova era; mentre continuando a giocare sui singoli elementi, sulle contrapposte simpatie, finché l’una propende per una direzione l’altra per quella opposta, non potremo mai riuscire in nulla, per noi stessi e per il mondo. L’America esiste, cari concittadini, non per mostrare al mondo quello straordinario esempio di accumulazione e uso di ricchezza materiale, ma per mostrare a tutta l’umanità la strada verso la giustizia, l’indipendenza, la libertà. E queste sono le parole che vorrei teneste in mente sostenendo la causa delle buone strade:

Primo, Nazionalizzazione — Fondere in un singolo organismo la sfilacciata matassa del popolo.

Secondo, Mobilitazione — Metterli in stretta relazione reciproca; coordinati, organizzati, uniti e guidati, così da potersi muovere come grande irresistibile forza conquistatrice.

Terzo, Cooperazione — termine chiave per realizzare gli altri obiettivi.

Vorrei che ciascuno di noi si concentrasse sulla differenza tra il modo in cui abbiamo sinora cercato di fare le cose, e quello che avremmo dovuto usare. Abbiamo tentato di unire un potente gruppo contro un altro, settori produttivi o sfere di interesse, escludendone altri col metodo della concorrenza distruttiva. Non è quello il modo di unire una nazione, che sarebbe solo un insieme di componenti in guerra. Invece di queste combinazioni esclusive, vorrei vedere una cooperazione universale. Avverto ottimi segnali nell’aria. Avete notato il modo in cui qualunque settore economico, o professionale, ogni anno tengano un congresso di qualche tipo. Perché mai addirittura il settore pubblicitario, quello che consideriamo il più spietatamente concorrenziale d’America, possiede una associazione nazionale dentro cui si coopera: a quale scopo? Per potersi scavalcare a vicenda? No. Con l’obiettivo di orientarsi vicendevolmente, di fissare criteri; e il criterio principale adottato sta nella parola «VERITÀ»: non ingannare le persone a cui rivolgono il messaggio; dire la verità, prosperare sulla verità.

Vediamo i rappresentanti di settori industriali altamente competitivi tenere le loro convention annuali per scambiarsi i segreti del successo, per migliorare una grande professionalità unita dall’uso di grande efficienza e chiarezza di obiettivi. Ciò vale per qualunque professione, forse un po’ più reticenti per quanto posso vedere quelle legali, ma chiunque preferisce cooperare anziché competere in modo reciprocamente distruttivo. Lo considero un ottimo segnale di buon augurio. Vedo crescere in America questo concetto di solidarietà, di consapevolezza che l’interesse dell’uno è anche l’interesse di tutti, condivisibile con tutti. Esiste un ambito nel quale ci dimostriamo particolarmente scansafatiche su questo punto: intendo le relazioni capitale lavoro. Non c’è nulla che possa essere interesse del capitale senza essere interesse del lavoro, e viceversa nulla di interesse del lavoro che non sia interesse del capitale. Se le persone vogliono arricchirsi, devono stabilire relazioni umane con chi contribuisce al loro arricchirsi. Una consapevolezza che pare esageratamente lenta ad affermarsi, molto più lenta di altre sulla cooperazione in America. Prego Dio perché apra loro gli occhi, così che possano vedere come il futuro del paese dipenda dalla loro cooperazione, aperta, sincera, amichevole, non antagonista, e riescano ad esprimere uno spirito comune sul medesimo obiettivo, così che l’America possa fare un balzo in avanti sinora quasi inconcepibile.

Talvolta è necessario fermare un po’ bruscamente qualcuno per chiedere la sua attenzione: «Hey, presta ascolto», visto che al giorno d’oggi se non si ascolta saranno da sole le grandi forze della società a sistemare le cose. La società funziona come una giuria. Le parti non si accordano; la nazione lo fa, e io rappresento la nazione. Dunque, cari concittadini, vedete come questa pianticella dell’argomento buone strade possa svilupparsi in un albero maestoso, che regge sui rami i frutti della vita. Dobbiamo conoscerci l’uno con l’altro; dobbiamo cooperare; restare uniti; condividere la stessa idea di vita e destino; condividere i medesimi pensieri e scopi. A questo serve la politica. Che quando è pura competizione per il potere diventa condannabile, ma quando unisce persone volenterose per uno scopo che interessa l’intera nazione diventa onorevole. Se non potessi considerarmi dentro un sistema che realizza qualcosa in questo senso, mi dimetterei. Se non fossi convinto che tenere discorsi contribuisca almeno un po’ a un pensiero comune, senza alcuno scopo egoistico, ma invece multiplo, non terrei alcun discorso.

I discorsi non diventano interessanti per via di chi li pronuncia o delle parole usate. Il loro interesse è proporzionale a quanto sono ascoltati e creduti dal pubblico. Ricordo quando una volta, dopo un incontro con tante persone variamente ribelli nei confronti della società, un uomo alto e grosso molto parco di parole venne ad afferrarmi la mano e mi disse «Allora, signore, non sono d’accordo su neppure una sillaba di quel che ha detto, ma sono certo che ci crede». Gli risposi: «Cosa intende? Vuol dire che tutti quelli che sono qui con noi invece non dicono quel che pensano?». Mi rispose «Si, signore, voglio dire esattamente che che parlano tanto per parlare». Certo che parlare tanto per parlare potrebbe considerarsi un settore produttivo ormai fuori tempo. Da disincentivare col silenzio, con le stanze vuote, e ogni persona dovrebbe seguire le ferrea regola “Parla di qualcosa o non parlare affatto”. Personalmente ho adottato la variante “Se non ho niente da dire taccio” [clamori in sala: hai ragione!]

Cartolina illustrata

Comunque alla fine eravamo qui per parlare di strade e siamo un po’ finiti fuori strada. Vorrei lasciarvi almeno con un pensiero importante in mente. L’America sta di fronte ad una rinascita. L’abbiamo costruita a pezzi, un po’ presi uno per uno. Adesso dobbiamo costruirla guardando all’intero, e guardando al mondo; perché, signore e signori, abbiamo davanti un obiettivo per cui dobbiamo essere preparati, calmi ma preparati. Ho già detto, e ancora lo dirò, che quando finirà la guerra in corso, sarà dovere dell’America unirsi alle alte nazioni del mondo formando una sorta di lega per il mantenimento della pace. L’America non è parte in causa di questa guerra, e gli unici termini in cui possa essere ammessa ad una simile lega, i cui altri potenti componenti sono impegnati in infiniti sacrifici che a noi vengono risparmiati, sono quelli che auspichiamo, ovvero che l’America non aggredirà mai alcuna nazione, promuovendo invece tutte le condizioni di base per la pace, la giustizia, la competizione di solo merito, la generosa concorrenza della libertà.

Sta a noi decidere come agire, in un mondo in cui chi ha costruito il Paese vantava e prevedeva saremmo entrati grande nazione tra altre grandi nazioni. Siamo pronti per sostenere sempre la giustizia, l’onestà, la libertà, la pace, e di tutte le altre cose che su pace e giustizia si appoggiano? In questi ultimi due anni siamo stati pazienti; non abbiamo lasciato che la provocazione disturbasse il nostro giudizio. Abbiamo fatto sì che l’America mantenesse una propria linea coerente, quando il resto del mondo pareva averla persa la coerenza. Solo mantenendo questa linea, usando la straordinaria forza che ne deriva, possiamo sperare di giocare quel ruolo benefico nella storia del mondo a cui mi riferivo. Cari concittadini, costruiamo quindi nuove strade, in cui il governo federale assumerà un ruolo fondamentale, nello spirito dell’unità nazionale, della cooperazione, della libertà, così come può riuscire a fare solo un popolo libero».

Southern Good Roads 1916

Mentre il Presidente Wilson scendeva dal palco, la «folla sciamava cercando di stringergli la mano, e solo con molta difficoltà è riuscito a raggiungere l’automobile che lo attendeva per portarlo a Tomlinson Hall, dove doveva tenere un discorso all’assemblea dei coltivatori». [«Wilson Urges Unity of Nation» The New York Times, 13 ottobre 1916]. L’assemblea a Tomlinson Hall era cominciata prima dell’arrivo del Presidente Wilson. La rivista American Motorist sottolineava quanto neppure quella riunione «potesse sfuggire all’atmosfera generale indotta dal tema delle buone strade, anche perché introdotta da una premessa di Luke W. Duffy, ben noto sostenitore della viabilità in Indiana, e da un intervento del Giudice J. M. Lowe». Quest’ultimo stava raccontando la storia della National Road all’arrivo del Presidente Wilson. Il cui discorso trattò il ruolo federale nel sostegno all’agricoltura, le attività del Ministero, come coi sistemi di distribuzione postale «dove anche i prodotti agricoli deperibili possono essere spediti rapidamente pur in quantità limitate». Sono stati anche trattati i temi della Federal Reserve del Prestito Agricolo e della Banca di Credito. Dopo questo secondo e ultimo discorso, il Presidente i suoi accompagnatori hanno raggiunto di nuovo la Union Station e sono saliti sul treno, partito alle 5:45, per tornare a Shadow Lawn.

da: On the Road with President Woodrow Wilson, Federal Highway Administration History (sito web), 2018; Titolo originale del capitolo: The Good Roads Speech in Indianapolis – Estratto e traduzione di Fabrizio Bottini

Per altri spunti sulle idee di sviluppo e società di Woodrow Wilson, centrali nel comporre il ‘900 «Secolo Americano» così come l’abbiamo conosciuto e ancora oggi conosciamo, si veda il tag a piè di pagina

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