Alloggi pubblici nel sistema del welfare (1959)

C. Bauer, Housing, 1936

Fino a quindici o vent’anni fa, le poche persone che in Canada si associavano per discutere delle questioni della casa e delle questioni urbanistiche, definivano in modo relativamente semplice i propri obiettivi: demolizione dei tuguri, spostamento degli inquilini di quegli alloggi degradati fuori da quei quartieri. Non pareva difficile trovare una convergenza per le azioni sociali necessarie, dato che il problema appariva piuttosto evidente. Gli slum erano le zone dove risultavano del tutto assenti o gravemente carenti sole, aerazione, spazi aperti; dove le strutture, residenziali o di servizio apparivano vecchie, degradate, o necessitanti di radicali interventi di manutenzione; dove mancavano impianti sufficienti e adeguati di riscaldamento, dell’acqua, per cucinare; dove singoli e famiglie stavano sovraffollati e costretti a vivere relazioni fisiche e sociali inaccettabili.

Riusciva anche abbastanza facile individuare l’abitante tipo dello slum. Nessuno, si riteneva, mai sceglierebbe volontariamente di abitare in un alloggio o quartiere degradato del genere. Singoli e famiglie residenti dunque dovevano essere in situazione di grande povertà: anziani o meno anziani a redditi molto bassi, lavoratori con magri stipendi, persone che non potevano lavorare per ragioni di malattia, cronica o no, nuclei composti da una donna sola con figli piccoli, famiglie col padre in carcere, e simili. Si sapeva anche che esisteva una presenza di qualche criminale, deviante, persona segregata, ma erano le eccezioni che confermavano la regola. In sintesi l’abitante tipo dello slum era un «povero», la cui povertà condizionava la scelta di abitare in quelle condizioni, di alloggio inadeguato, in quartieri inadeguati quasi sempre nei centri città.

Nonostante ci fossero infondatezze in queste premesse, come il fatto (peraltro noto a qualunque ente di gestione o associazione volontaria di settore) che molti abitanti di tuguri pagano affitti elevati rispetto al reddito, o che alcune famiglie non possono o vogliono essere spostate se non ad alcune condizioni, o che alcune sistemazioni pur dentro lo slum paiono abbastanza decorose e ben mantenute, tutte queste apparenti incongruenze non intaccano la convinzione generale secondo cui la causa è la povertà, il risultato il tugurio, e la sua demolizione e trasferimento altrove rappresentano la risposta più ovvia.

I primi sommari studi sulle aree di possibile demolizione-ricostruzione, in città quali Toronto o Vancouver, confermavano questa supposizione. Una analisi del 1946 sugli abitanti di Regent Park (Nord) a Toronto mostrava come mediamente pagassero un affitto da 25 dollari al mese calcolando un reddito medio mensile di 125 dollari. I compensi settimanali dell’industria a Toronto, all’epoca, erano di 33 dollari, cioè 142 al mese. Appariva chiaro come gli abitanti fossero un gruppo svantaggiato, e per una serie di motivi, così a fronte della condizione degli edifici e dei quartieri, la pratica dello slum clearance e trasferimento delle famiglie apparisse chiara e semplice.

Una decina di anni più tardi è stupefacente rilevare quanto sia diventata più complessa quell’immagine rispetto al passato. Non è tanto limpidamente chiaro che la maggioranza degli abitanti dei tuguri risieda in quegli alloggi, fisicamente e socialmente inadeguati, non avendo altra scelta. Non appare nemmeno tanto chiaro che lo slum sia popolato da «poveri» o «persone in condizione di povertà». Non è più ovvio che la questione della casa per i «poveri» sia relativamente semplice e non ponga gravi questioni sociali. Né che, rese disponibili abitazioni pubbliche adeguate, le autorità responsabili sceglieranno come occupanti famiglie rilevatamente povere e bisognose e in assoluto bisogno di alloggi adeguati.

Dal 1950 al 1958 un programma congiunto dei governi federale e provinciale canadesi ha varato 71 progetti di abitazioni 37 municipalità di sette Province. Sono stati nominati 37 enti locali di amministrazione e gestione dei progetti, che una volta portati a termine riguarderanno complessivamente 8.266 alloggi. Circa il 58% dovrà essere concesso in affitto convenzionato; il resto secondo il criterio «a riscatto». In una ricerca in corso per conto della pubblica amministrazione federale-provinciale, a cui partecipa chi scrive, si rileva come solo l’8% degli alloggi in affitto convenzionato sia stato occupato al 1958 da persone pubblicamente assistite attraverso vari programmi di welfare.

Non stupisce quindi che le esperienze dell’ultimo decennio vengano considerate con qualche legittimo sospetto da cittadini benpensanti e volontari, che tanto impegno avevano profuso nel convincere la pubblica amministrazione sulla necessità di intervenire localmente sulle abitazioni economiche, e anche degli studiosi e operatori sociali, oltre che naturalmente nei funzionari pubblici responsabili per i progetti le realizzazioni e l’amministrazione dei quartieri. La franca ammissione di un membro della housing authority dell’Ontario alla Sesta Conferenza Annuale sulle Abitazioni del 1958, secondo cui «nelle nostre case non ci sono famiglie povere» è stata scioccante, non solo come constatazione di un fatto, ma anche perché nessuno alla Conferenza pareva davvero preoccuparsene. Cos’è accaduto? Perché tutti gli Enti per le case economiche del Canada si impegnano su progetti modello di case «sane e belle», da cui pare necessario escludere le stesse persone per cui appariva ovvio intervenire pochi anni fa, e per cui qualche sistemazione appare ancora assolutamente indispensabile in tutto il paese? Le nostre esperienze sono pervase per un verso da una grande confusione, e per l’altro da una surreale ma tangibile separazione di responsabilità. La confusione deriva da un grossolano equivoco nella risposta a domande quali: chi sono i poveri? e a quali singoli a famiglie rivolgere il welfare?; ma confusione esiste anche nei concetti di «famiglie povere», o «famiglie difficili» o ancora «famiglie problematiche». La surreale separazione di responsabilità è tra chi gestisce i programmi di edilizia pubblica, e chi quelli di welfare. La tendenza è di considerare questi due filoni della pubblica amministrazione come se fossero privi di correlazione, mondi a sé stanti.

POVERTÀ E POVERI IN CANADA

L’idea comunemente condivisa sulle cause della povertà nella nostra società industriale si deve al ben noto rapporto di Sir William Beveridge del 1942. Val la pena riprodurre questa classificazione per spiegare la natura della povertà e cosa debba significare per chi prende decisioni politiche in materia di abitazioni e quartieri. Beveridge affermava l’esistenza di otto principali cause:

  • Disoccupazione: ovvero, l’impossibilità di trovare lavoro da parte di una persona che sarebbe materialmente in grado di farlo e ne dipende per il reddito
  • Disabilità: ovvero, incapacità di una persona di lavorare per malattia o incidente, provvedendo così alla necessità di reddito
  • Perdita di Mezzi di Sostentamento: ovvero, riguardante chi non dipende da un lavoro retribuito.. .
  • Pensionamento: ovvero, persona che – oggi retribuita o non retribuita – non lavora più per ragioni di età…
  • Stato di Donna Sposata: categoria che si articola in — (1) Matrimonio; (2) Maternità; (3) Discontinuità o cessazione del reddito del coniuge per disoccupazione, disabilità, pensionamento; (4) Vedovanza; (5) Separazione, ovvero, fine del sostegno economico del coniuge per separazione legale o comunque abbandono; (6) Incapacità di gestione domestica.
  • Spese Funebri: ovvero, sia per sé stessi che per altri di cui si è responsabili . . .
  • Bambini: ovvero, le spese di mantenimento e istruzione dei minori, oppure, dal punto di vista del minore lasciato a sé, l’essere trascurato o la condizione di «orfano»
  • Malattia o Incapacità: propria o di chi da noi risulta dipendente …

All’elenco andrebbe almeno aggiunto il ritardo mentale, cioè un rilevato livello di intelligenza sotto la media per cui l’individuo non può guadagnare a sufficienza per mantenere secondo criteri minimi prestabiliti sé stesso o la propria famiglia.

C. Bauer, Housing, 1936

Appare più chiaro allora il dubbio: chi sono, i poveri? Non esiste una risposta semplice. Osservata da un altro punto di vista, la risposta semplice in genere deriva da un altrettanto semplificato pregiudizio. Come quello ad esempio secondo cui il «povero» viene spesso considerato un pigro, instabile, inaffidabile personaggio, senza volontà di guadagnare o guadagnare a sufficienza, o privo di intelligenza sufficiente per capire di non sprecare i propri guadagni e destinarli a vantaggio della famiglia, Il fatto è che al giorno d’oggi paiono esserci assai poche persone così nella nostra società, corrispondenti a quella descrizione di deficienza emotiva, individuabili forse nell’alcolizzato, nel drogato e simili.

La povertà in Canada oggi riguarda soprattutto le persone, e le famiglie, che subiscono quegli svantaggi elencati da Beveridge. Per maggiore chiarezza possiamo provare a calcolarli meglio, ma prima di farlo vorrei esplicitare uno degli aspetti principali della nostra riflessione. La povertà di breve respiro, la condizione di «trovarsi in ristrettezze» non ci interessa qui in modo particolare. Chi può trovarsi disoccupato d’inverno ma troverà molto probabilmente occupazione in primavera, chi ottiene il sostegno di disoccupazione o anche l’integrazione assicurativa dalla municipalità di residenza o da un ente privato di assistenza, non rappresenta un problema specifico di interesse per noi. Chi si trova malato e deve affrontare le importanti spese a costo di considerabili sacrifici quando tornerà a lavorare, per mesi o anni dopo la convalescenza, non rappresenta un problema specifico di interesse per noi (naturalmente se qualcuno di questi soggetti già abita in un alloggio pubblico, potranno risultare necessari anche importanti adeguamenti all’affitto o eventuale perdita di diritti). È la responsabilità di provvedere un alloggio a persone e famiglie che soffrono di povertà cronica, di lungo periodo, lo specifico interesse delle nostre riflessioni.

I «poveri», qui, sono quei singoli o famiglie che sperimentano grave stato di povertà sul lungo periodo e da cui non esistono prospettive di uscita. Una povertà che discende da condizioni di svantaggio in genere oltre le possibilità di controllo del singolo e del nucleo familiare. Senza pretesa di esaurire l’elenco delle possibilità, proponiamo i seguenti gruppi:

  • Inabili al lavoro: chi riceve personalmente sussidi o sostegni di disoccupazione; limitatamente alla circoscrizione Ontario, al 1953-1956, rispettivamente lo 0,43%, 0,45%, 0,50%, e 0,48% della popolazione riceveva questi sostegni. Al 1956 i casi in totale erano 11.106 di cui 14.697 dipendenti su 25.803 persone assistite.
  • Disabili: chi percepiva la «Disabled Persons’ Allowance» al 31 marzo 1957, 31.835 in Canada.
  • Vedove o Donne con figli minori abbandonate dal padre: percepivano il sussidio «Mothers’ Allowance» da parte di vari governi provinciali al 31 marzo 1956, 40.575 famiglie con 109.618 figli minori.
  • Donne sole con figli minori: queste persone possono percepire o meno una forma di assistenza pubblica, o privata. I figli illegittimi in Canada rappresentano circa il 4% del totale nascite, nel 1956 17.510 bambini. In Ontario tra il 1954 e il 1955, 6.142 nuovi casi di genitori non sposati che chiedono assistenza finanziaria o di servizi.
  • Bambini sostenuti da Enti o Associazioni: in Ontario al 31 dicembre 1955, ricevevano sostegni dalle Children’s Aid ‘Societies 15.376 bambini, di cui 10.259 in forma stabile. Non sono disponibili i dati nazionali.
  • Famiglie di detenuti: nuclei familiari di persone in carcere o riformatorio. A 31 marzo 1955, c’erano 5.500 presenze nei penitenziari federal. Le loro famiglie ricevono spesso il citato sostegno «Mothers’ Allowance» in varie province.
  • Persone non vedenti: chi percepisce la «Blind Persons’ Allowance» si calcola al 31 marzo 1957 in 8.256 persone.
  • Persone con disabilità mentali: in questo caso le persone che dipendono dall’assistenza pubblica ricadono in gran parte nelle categorie già citate.
  • Anziani: chi ha raggiunto un’età in cui non si riesce più a lavorare e guadagnare. Cosa che può succedere a 45, 55, o 63 anni, mai in Canada, il sostegno finanziario riguarda principalmente la fascia 65-69 anni, sulla base di una «verifica dei mezzi di sostentamento» e chi ha superato i 70 ai sensi della universale «Old Age Security Allowance». Al 31 marzo 1957, la quantità di persone recipienti la Old Age Assistance nella fascia 69-69 anni era di 89.907; una percentuale sul totale della popolazione 65-69 lievemente inferiore al 20%. Alla stessa data, 797.486 canadesi con più di 70 anni percepivano la Old Age Security. Indipendentemente dalla loro dipendenza o meno dalla Allowance. Si presume fondatamente che il 40-50% non abbia altri redditi.

Da questa breve analisi si possono dedurre alcune cose. I «poveri» di cui trattiamo in questo studio potrebbero essere in Canada 900.000 o 1.000.000 di persone-famiglie. Ovvero chi è sostenuto totalmente o in gran parte da welfare sociale pubblico o privato. Sono quelli che chiamiamo «casi welfare». Se si tratti di una proporzione ampia significativa o meno del totale della popolazione, dipende dal giudizio e aspettative sulla nostra società industriale. In secondo luogo, appare chiaro come la definizione non comprenda i cosiddetti bassi redditi, singoli o famiglie escluse dalla «assistenza pubblica» ma le cui entrate non appaiono sufficienti a garantire un minimo standard di esistenza, tra cui l’accesso a un alloggio adeguato. Il motivo dell’esclusione di questi nuclei familiari dallo studio, è semplicemente che in Canada non si vorrebbe assumersi la responsabilità di mettere a loro disposizione alloggi pubblici, sia in forma di affitto che di riscatto agevolato. Dato che una volta ammessi al diritto alla casa pubblica potrebbero anche trovarsi un uno stato di povertà cronica, essendo già dei «poveri potenziali».

FAMIGLIE POVERE, FAMIGLIE DIFFICILI, FAMIGLIE PROBLEMATICHE

È difficile accettare il fatto, innegabile, che esiste grande confusione nell’ambito del dibattito sulla casa, e più in generale nella società, sui tre concetti di famiglie povere, difficili, problematiche. Di quelle qualificate povere abbiamo già trattato. Possono anche non essere considerate difficili, oltre i propri problemi di ordine finanziario, almeno nel senso del termine difficile come lo chiariremo tra poco. E probabilmente non sono neppure problematiche. Ad ogni modo, appare chiaro che le tre classificazioni povero, difficile, problematico (o altre di significato analogo) si possono usare insieme o imprecisamente, specie se chi le usa non sa di cosa sta parlando.

Il senso di questa confusione si riassume semplicemente nel fatto che chi prende le decisioni politiche in tema di casa e programmazione urbana non vuole ancora accettare la responsabilità di mettere a disposizione alloggi per i «casi welfare». Non si accetta, questa responsabilità, per mancata comprensione di chi possa essere il «povero» nella nostra società industriale moderna, e così si mischiano e confondono i tre concetti. Non c’è alcun dubbio che tanti nostri connazionali, consapevolmente o meno, possano stigmatizzare il fatto stesso di essere poveri. Prima capiranno e cambieranno atteggiamento, prima potremmo cogliere i benefici sociali di una valutazione realistica de problema della casa per chi è in stato di povertà. In uno studio, Problem Families in Public Housing pubblicato dalla Housing Authority di Baltimora nel 1956, si spiega bene questa assunzione di responsabilità:

  • «Le famiglie difficili, problematiche, turbate fanno parte di qualsiasi comunità, compresa quella di chi ha diritto a un alloggio pubblico. Un problema che non si può eludere rifiutando di includerle: finirebbe per spostarsi altrove nella società dove probabilmente ancora meno si bada al benessere di questi nuclei. L’ente per la casa di Baltimora riconosce la propria responsabilità nel fornire alloggi a una determinata fascia di famiglie con redditi e “situazioni-comportamenti” in grado di essere gestite e amministrate».

Il termine «difficile» si riferisce ovviamente ai nuclei che sperimentano uno o più disagi sociali. Problemi che in genere riguardano le relazioni interne alla famiglia – quelle coniugali, coi figli, emotive di adeguamento tra individui — oppure quelle tra singoli e famiglie col vicinato e il quartiere. Tutti noi, certamente, nella nostra esistenza personale o familiare, abbiamo sperimentato queste difficoltà o problemi. Tra coniugi dobbiamo adattarci ai rispettivi ruoli di padre e madre, o come genitori rispetto ai figli, dall’infanzia alla scuola all’adolescenza, mentre cresciamo verso la condizione anziana. Certo la maggior parte di noi, fortunatamente, come componenti di una famiglia o gruppo, siamo anche in grado di gestire tutti gli adeguamenti senza grado eccessivo di difficoltà, dolore, soddisfazioni.

La famiglia «difficile», per definizione, è quella in cui non sono risolte le relazioni interpersonali, gli adattamenti sono così imperfetti da far pendere il bilancio più verso il dolore che la soddisfazione, in breve una famiglia in cui le necessità dei membri non trovano una risposta dentro il nucleo stesso, e si accumulano questioni irrisolte. E anche quando ai bisogni di relazione si riesce a rispondere in qualche modo, pur minimo, all’interno, la famiglia non riesce poi a rapportarsi ai vicini e al quartiere. Spesso, anche se certo non sempre, le grandi lacune relazionali si presentano sia dentro che fuori il nucleo familiare, possiamo dire dentro l’alloggio e fuori nel resto della città. Si tratta delle famiglie cosiddette «problema sociale» oppure «problema multiplo». Resta naturalmente il rapporto con la povertà, visto che moltissime di queste famiglie sono anche «povere», sia nell’accezione esposta sopra che nel senso di basso reddito.

La famiglia «difficile» può essere anche una famiglia «problematica», oppure no. Cosa si intende col secondo termine? Problematica per chi? Presumibilmente la famiglia problematica è quella in le relazioni intra-nucleo sono tanto maladattate da diventare un problema anche per le altre famiglie con cui è in contatto. Esistono in qualsiasi nostra città quel tipo di vicini diffidenti che non amano conversare normalmente né rapportarsi con altri. A volte ignorano e non si curano di sapere chi è e come si chiama chi gli sta accanto. Non si tratta di persone necessariamente «problematiche» ma rappresentano comunque un aspetto della società urbana o suburbana poco conforme. Certamente di loro e della loro situazione non si può interessare la nostra disamina.

La famiglia problematica è invece quella in cui il deterioramento delle relazioni diventa grave al punto da impedire una convivenza priva di acuti conflitti, gravi contrasti, conseguente disfacimento. La problematicità può estendersi a vicini e quartiere, a tutta la società. I singoli membri possono praticare attività antisociali, reati, delinquenza, prostituzione, commercio illegale, risse, violenza e simili. È ovvio che tali persone e le loro famiglie debbano essere considerate «problematiche» anche dall’amministrazione responsabile del progetto di case pubbliche. E ancora, queste famiglie possono anche non essere «povere».

I DILEMMI DELLA PROGRAMMAZIONE E GESTIONE DI UNA POLITICA DELLA CASA

I dubbi di chi è responsabile delle politiche urbane e della casa si fanno gravi. Le principali questioni — pensando di dover mettere un alloggio a disposizione dei «poveri» come li stiamo definendo — sarebbero:

  • Come è possibile trovare un equilibrio dentro un complesso di case pubbliche, tra famiglie con diverse situazioni sociali ed economiche? Ciò apre altre due sotto-questioni: (a) Qual è la proporzione più adeguata di inquilini in stato di povertà, dipendenti dall’assistenza pubblica, se vogliamo «casi welfare»? — (b) Come distribuire adeguatamente gli inquilini in vare categorie sociali ed economiche?
  • Quali sono le responsabilità degli enti per le case pubbliche nel decidere e sostenere socialmente quelle famiglie «difficili» e bisognose di sostegno esterno? Più in particolare: (a) Quali sono le responsabilità degli enti per le case pubbliche nel facilitare l’adattamento delle famiglie inquiline, indipendentemente dalla loro situazione economica e sociale, al nuovo ambiente? (b) Quali tecniche si possono utilizzare nella gestione per aiutare le famiglie in tale adattamento? Non si riesce ad andare oltre qualche manuale operativo? Che politiche dovrebbe adottare l’ente rispetto alle famiglie «problematiche» una volta ammesse agli alloggi pubblici? Riusciamo a concepire qualcosa che non sia semplicemente la minaccia di sfratto?

C. Bauer, Housing, 1936

Tutte queste domande si pongono in modo schematico dato che si tratta di grandi questioni nella politica nazionale per la casa che non hanno trovato risposta. È ovvio che non si vogliano complessi di alloggi pubblici o interi quartieri destinati a diventare il «ghetto dei poveri». È egualmente chiaro che queste concentrazioni siano da evitare non tanto perché stigmatizzano la condizione di povertà, ma perché siamo convinti sia profondamente anomalo e malsano far crescere dei figli, coltivare una famiglia serena, vivere attivamente un quartiere a cui si appartiene, quando così tante tra quelle famiglie sperimentano la condizione deprivata ed emarginante della povertà cronica.

Ci ricordiamo tutti di aver avuto da ragazzi degli amici «poveri» le cui case non erano belle come le nostre, la cui scarsità di cose possedute era vistosa, i cui genitori erano malati, o rissosi, o ubriachi, in definitiva assai meno avvicinabili di altri genitori come i nostri. Molti di noi ricordano anche gli anni della depressione economica, quando tantissime famiglie i ogni quartiere dipendevano dai «sussidi». Ma la stragrande maggioranza di tutti questi amici o vicini non parevano affatto in stato di povertà, o disoccupati, o inabili al lavoro, o orfani, malati, alcolizzati, detenuti, anziani. Fortunatamente tutti questi svantaggi o problemi non li affliggevano, neppure nel bel messo di una depressione. Una situazione che continua nella società fino ai nostri giorni, salvo in alcune situazioni locali. Per questo motivo, i nostri alloggi e quartieri pubblici dovrebbero rispecchiare almeno grosso modo la medesima proporzione di dipendenza o indipendenza dai sostegni della società tutta.

Prendersi la responsabilità di fornire un alloggio a chi vive in povertà cronica è uno dei compiti principali degli Enti per la Casa istituiti a livello federale e provinciale. Quando ciò non accade se ne può trarre solo una di queste due conclusioni: o gli Enti meritano di essere aboliti e lasciare campo libero al mercato privato; o la pubblica amministrazione dovrebbe riconoscere di aver – consapevolmente o no – tradito le aspettative di tanti cittadini, e provare a correggere le proprie idee e politiche, rivolgendosi agli enti dei servizi sociali per i problemi che non sono stati in grado di risolvere da soli senza aiuto. In una recente comunicazione alla Conferenza Annuale degli Enti per la Casa Locali dell’Ontario mi chiedevo:

«Fin dove si può spingere il sostegno a certe famiglie nell’adattamento ai nuovi complessi di alloggi pubblici? Ovviamente se l’ente di gestione ammette pur con qualche perplessità qualunque nucleo familiare lasciandolo poi solo nel nuovo ambiente, arrivando allo sfratto per punire il disadattamento, assistiamo al fallimento sia dei nuclei familiari che dell’Ente stesso. L’autorità pubblica che si assume le proprie responsabilità verso i cittadini offrendo alloggi decorosi alle famiglie che non potrebbero provvedere con le proprie sole forze, deve anche fornire assistenza perché possano cogliere pienamente l’occasione che gli si offre. Non sto certo parlando di coccolare o prendere per mano quelle famiglie. Potremmo forse dire meglio seguire da vicino, con la competenza di operatori specializzati – in economia domestica, salute, assistenza sociale – così da collaborare nella gestione della nuova casa, anche di servizi e apparecchiature poco familiari; o forse studiare un sistema di volontariato presente per le piccole incombenze pratiche. Qualunque opzione si scelga, un ente che ammette nei complessi pubblici famiglie con dei problemi – quali che siano – deve anche lavorare all’inserimento e soluzione di quei problemi».

Nel suo splendido discorso alla conferenza annuale NAHRO del 1956, dal titolo Human Gains and Losses in Housing and Urban Renewal, Elizabeth Wood prendeva in considerazione le responsabilità di un ente per la casa rispetto alle famiglie difficili o problematiche:

«Essendo una persona che si occupa di abitazioni ho posto la questione:Perché un ente per la casa dovrebbe intervenire su famiglie dove non è stato risolutivo l’intervento delle agenzie sociali, specie là dove la loro presenza mette in forse anche la riuscita dell’inserimento di altri nuclei familiari nel progetto? Parrebbe più semplice escluderle queste famiglie, sfrattarle nel caso per errore siano state inserite; scopare la polvere delle contraddizioni sotto il tappeto delle tenebre anonime dello slum. Ma non posso fare a meno di pensare che qualunque programma di eradicazione del tugurio non possa non eliminare l’oscuro anonimato di queste famiglie che non costituiscono solo un “problema di ricollocazione”: se ne deve assumere la responsabilità. Purtroppo si tratta di una questione ancora in attesa di risposte effettive rispetto al problema».

EXPERIENZE E SPERIMENTAZIONE NELL’AREA METROPOLITANA DI TORONTO

Sinora nel quadro dei programmi di slum clearance a Toronto, l’ente per la casa si è impegnato in politiche di ricollocamento delle famiglie «con diritto» o residenti nell’area al momento dell’esproprio «con priorità». Ciò ha significato che famiglie che ricevono assistenza pubblica siano state inserite nelle assegnazioni sia nel quartiere Regent Park (North) che in quello Regent Park (South). L’esperienza del primo caso è stata descritta da chi scrive in Regent Park: A Study in Slum Clearance, University of Toronto Press, 1958.

Regent Park (South), a differenza del primo progetto, è di iniziativa federale-provinciale, amministrato dalla Metropolitan Toronto Housing Authority. La demolizione e ricostruzione dei nuovi edifici ha richiesto un periodo di due anni e mezzo. Gli alloggi sono stati tutti assegnati a inizio aprile 1959. La selezione degli inquilini è stata effettuata da un gruppo di lavoro competente, che utilizzando un sistema di assegnazione di punteggio detto «Investigation Report» è entrato direttamente in contatto con le famiglie nella sistemazione originaria. I nuclei scelti per l’assegnazione degli alloggi realizzati, dopo l’inserimento degli «aventi diritto», erano quelli rientranti nelle fasce di reddito prefissate. Emergeva immediatamente come in una metropoli come Toronto apparisse perfettamente possibile riempire tutti i complessi residenziali con nuclei familiari dipendenti dai sussidi dell’assistenza pubblica. Ma per realizzare un quadro sociale di quartiere più equilibrato l’ente adottava i seguenti criteri regolamentari:

  1. La quota di famiglie che ricevono sussidi di welfare del tipo «contributo» oppure «contributo di disoccupazione» potrà costituire fino al 10% degli assegnatari;
  2. La quota di famiglie che ricevono ogni altra forma di sostegno pubblico, quali Mothers’ Allowances, Disabled Persons’ Allowances, Old Age Assistancee analoghe, potrà costituire fino al 10% degli assegnatari.

Raggiunte queste quote non sono più ammesse famiglie che percepiscono l’assistenza pubblica. Trattandosi di un progetto per complessivi 732 alloggi, significa 146 nuclei sommando entrambe le categorie citate. Va sottolineato come il numero costituisce più della metà di tutte le famiglie di questo tipo ammesse agli alloggi pubblici federali-provinciali del Canada a questa data. In realtà però la quantità totale di «famiglie welfare» a Regent Park (South) varia a seconda delle stagioni. Durante i mesi invernali molti capifamiglia che lavoravano al momento dell’assegnazione diventano disoccupati e ricevono assistenza pubblica di welfare, oltre alla copertura assicurativa. Se fossero state inserite queste famiglie, la quota per tutto il progetto avrebbe superato il 20% degli assegnatari.

L’ente per le abitazioni non aveva alcun criterio prefissato per valutare le famiglie e assegnare i punteggi. Si conoscevano quelli usati da enti analoghi americani, che avevano incontrato difficoltà superando quote del 25% sul totale di nuclei con assistenza welfare, ma si deve aggiungere che quelle esperienze erano influenzate da tensioni razziali. Erano note le esperienze di Regent Park (North) e nel resto del Canada, Erano note le posizioni di alcuni esponenti del mondo della casa pubblica, secondo cui gli alloggi dei «casi welfare» rientravano appunto nell’assistenza sociale. Si prendevano decisioni sulla base di considerazioni sperimentali osservandone le conseguenze sull’arco di alcuni anni. Un fatto interessante che si può notare è che a Regent Park (South) tra il settembre 1957 e l’1 aprile 1959, solo sette famiglie sono state sfrattate. E in ciascun caso la ragione stava nel comportamento nelle relazioni con le altre famiglie. Tra queste famiglie sfrattate, tre erano state inserite tra gli assegnatari in quanto percepenti assistenza pubblica; quattro erano economicamente autosufficienti.

A lungo chi scrive è stato convinto che probabilmente esistono poche differenze storiche sociali ed economiche tra le famiglie assistite dal welfare e quelle autosufficienti pur a basso reddito, salvo che una malattia o altri inconvenienti le obblighino a chiederla, l’assistenza. Nell’autunno 1958 la Metropolitan Toronto Honsing Authority ha incaricato un gruppo di giovani laureati della School of Social Work all’Università di Toronto perché svolgessero una ricerca da me coordinata. Nel prossimo mese di maggio 1959, otto studenti devono incontrare e intervistare tutte le famiglie ammesse a Regent Park (South) e assistite dal welfare, a cui vanno aggiunte quelle che l’assistenza l’avevano chiesta dopo l’ingresso nelle case pubbliche, e un campione di altre famiglie economicamente autosufficienti con reddito superiore a quello previsto dall’assistenza, di 180 dollari al mese.

Quest’ultimo gruppo è composto da nuclei di dimensione simile, età e altri caratteri tra quelli delle fasce di redditi fino a 200, 249, e fino a 299 dollari al mese. La questione principale della ricerca si può riassumere: quali differenze nelle vicende sociali ed economiche dei gruppi di famiglie assegnatarie degli alloggi pubblici di Regent Park (South), quando ricevono il sostegno del welfare, e quando invece sono autosufficienti per quanto a basso reddito? Potremmo anche scoprire che esistono significative differenze, il che contraddice l’ipotesi di chi scrive. Di grande importanza, ricostruire la storia sociale e di reddito dei nuclei assistiti o autosufficienti, da cui potremmo comprendere meglio la questione di assegnare un alloggio pubblico alle famiglie «povere». Quando la ricerca verrà conclusa avremo certamente un quadro più esaustivo dei cosiddetti «casi welfare».

CONCLUSIONI

Nel nostro paese in genere, specie chi prende le decisioni su casa e organizzazione urbana, dimostra di comprendere poco natura e comportamenti dei nuclei familiari che abbiamo definito poveri, difficili, problematici. Tra le varie confusioni terminologiche e di sostanza ne citiamo una: la casa pubblica negata a chi vive in povertà cronica. Si ritiene da molte parti che quei gruppi debbano essere di responsabilità dell’assistenza, del welfare e non delle case pubbliche. Una posizione al limite del ridicolo, da parte di chi non conosce il problema dell’alloggio pubblico, ma che ci indica anche di focalizzarci sul welfare housing. Il non prendersi carico adeguatamente di un problema è la ragione principale per cui le politiche per l’alloggio pubblico nel paese sinora non hanno risposto ai reali bisogni. Se la società deve farsi carico di alloggi adeguati, come individuare responsabilità e compiti?

In Canada il fatto stesso che la politica dell’alloggio pubblico sia decisa a scala federale-provinciale, mentre il sostegno sociale alle famiglie bisognose avvenga a dimensione provinciale-municipale, a volte privata-volontaria, ha condotto ad una separazione anche concettuale tra i nuclei familiari assegnatari dipendenti o indipendenti dal sostegno pubblico. Negli ultimi due anni il governo federale ha cominciato a partecipare anche ai finanziamenti locali di assistenza. Al momento attuale in Ontario è federale il 50% dei fondi per il welfare, a quello provinciale spetta una quota del 30% mentre il rimanente 20% è locale. Cambiano le quote da provincia a provincia ferma restando quella federale. Ha sempre meno senso presumere che esista una definita distinzione tra programmi per gli alloggi pubblici ed erogazione dei sostegni sociali. Se ci si pone il problema si capisce che è arrivato il tempo in cui responsabili per gli alloggi pubblici e responsabili del welfare concepiscano insieme una compartecipazione al finanziamento di alloggi adeguati alle famiglie che ne hanno diritto. Solo così si supererà l’ostacolo dei finanziamenti che paiono sempre inadeguati.

da: Habitat, maggio-giugno 1959; Titolo originale: The relationship between public housing and public welfare – Traduzione di Fabrizio Bottini

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