Dopo decenni di incessante promozione della propria mediterraneità urbana, l’amministrazione di Barcelona ha deciso di dotarsi di una locale delega politica interamente focalizzata sul «basta così», ovvero è tempo di rivoltare il mercato verso chi la città la abita. L’anno scorso, la regione urbana ha attirato 26 milioni di visitatori, con un incremento del 2,4% rispetto al 2024. Oggi la nomina di José Antonio Donaire a primo Assessore al Turismo Sostenibile rappresenta una netta svolta sia psicologica che operativa, di allontanamento dal concetto di economia turistica come buona a prescindere, che emargina invece i cittadini ed erode l’identità del capoluogo catalano. «Siamo in una sorta di vicolo cieco, non si può più proseguire, Barcelona ha raggiunto un tetto massimo di turisti da gestire. Non ne desideriamo di più, nemmeno uno in più, e dobbiamo iniziare a gestire quelli che ci sono».
Potrà volerci un po’ di tempo per avvertire il cambiamento in corso ammette Donaire, non ultimo perché nonostante la determinazione alla svolta esistono altri interessi, molti ben oltre le possibilità di controllo locale – porto, aeroporto, compagnie aeree, il settore accoglienza, le grandi agenzie – che vorrebbero continuare col passato business as usual. Ma è impossibile dubitare della sincerità di questa ambiziosa svolta, che comprende anche il recupero del famoso mercato La Boquería, emblema del peggio prodotto da turismo di massa contro la città. La Boquería, un tempo paradiso della cucina ristorazione alimentazione, involuto in qualcosa di escludente impraticabile agli abitanti, vorrebbe ritornare un luogo dove si vendono cibi freschi invece di snacks takeaway e altri alimenti poco sani, da far scomparire col consenso di gran parte degli operatori di settore. «Entro un anno vedremo la nuova Boquería» promette Donaires.
Il tentativo di arginare la quantità di turisti risale al 2017 quando venne approvata una moratoria sui nuovi alberghi in centro a Barcelona, ma poi arrivò la rapida diffusione degli affitti brevi di appartamenti su piattaforme quali Airbnb. Nel 2028, saranno 10.000 gli alloggi legalmente destinati a questa funzione a perdere la licenza, e spera l’amministrazione tornare al normale mercato degli affitti per rispondere alla crisi locale delle abitazioni. Donaire ammette che certo è accaduto qualcosa di diverso a New York – lì sono stati proibiti gli appartamenti turistici nel 2022 senza effetti visibili sul mercato degli affitti – ma sostiene che Barcelona ha dei programmi di incentivi per la proprietà e la reimmissione di quelle case nel normale mercato.
«Al momento la disponibilità di alloggi è in crescita di 2.000 unità l’anno. Se potessimo recuperare quei 10.000 appartamenti turistici al mercato degli abitanti, sarebbe di colpo l’equivalente di una crescita quinquennale». Donaire, coi suoi gusti di abbigliamento per certi panciotti vistosi, non manca di eloquenza. Arriva al suo incarico dall’insegnamento all’Università di Genova, dove dirigeva le ricerche sul turismo. Sostiene che le nuove politiche non mirano tanto a ridurre i turisti, quanto a modificarne profili e comportamenti. Circa il 65% vengono qualificati come leisure, gli altri fanno riferimento all’area congressuale o come dice Donaire dei «visitatori culturali» di musei, architetture, rassegne musicali.
L’obiettivo è ridurre la componente leisure arrivando a una equilibrata ripartizione tra questa la cultura e le presenze saltuarie economiche business. Tra le altre scelte quella di ridurre i moli di attracco per crociere da sette a cinque: arriverebbero complessivamente in città così comunque tre milioni di passeggeri l’anno. Visitatori che spendono poco a terra e nelle parole di Donaire «creano più problemi che opportunità». Altro gruppo che resterà quantitativamente identico nonostante le restrizioni è quello dei visitatori pendolari, he scendono dai pullman. Sono state alzate le tariffe dei parcheggi e obbligati i veicoli a fermarsi in periferia.
Metà circa dei turisti di Barcelona sono persone che tornano più volte, hanno già visitato le mete principali, e secondo Donaire potrebbero essere incentivati a spostarsi di più verso l’esterno della città, come a Montjuïc, grande parco con tanti musei e pochi abitanti. «Ciò che non vogliamo è promuovere turismo in zone non preparate dove creerebbe solo problemi». La città si sta misurando, non per la prima volta, con varie forme di comportamento antisociale, proibendo certi raduni organizzati nei bar. «Non ci interessano certe forme di turismo e vorremmo vederle sparire». Si prevede inoltre di investire il gettito di una aumentata tassa locale turistica nel commercio delle aree centrali oggi dominate da botteghe turistiche di souvenir o negozi di cannabis. Alcune delle proposte suscitano anche perplessità, specie quando si confondono quantità e qualità – nonostante Donaire non usi quei termini – ma non si tratta di cosa nuova: chi lo sostiene dentro l’amministrazione spera che dopo trent’anni di turismo in crescita esponenziale ovunque l’equilibrio possa spostarsi di nuovo più verso gli abitanti di Barcelona. «Sono tanti i cittadini a pensare che il centro città non sia più loro». Riuscirà il nuovo assessore a restituirglielo?
da: The Guardian, 18 maggio 2026; Titolo originale: ‘The end of the road’: the man on a mission to take Barcelona back from overtourism – Traduzione dl Fabrizio Bottini; sul caso di Barcelona inserito in un contesto più ampio vedi anche su queste pagine Gino Delle Donne, C’era una volta il turista


