La politica climatica multipartisan degli edifici multiappartamento

Introduzione

foto F. Bottini

Tante politiche sul clima che due anni fa si stavano diffondendo con la Presidenza di Joe Biden, dagli incentivi per l’acquisto di veicoli elettrici al rilancio della produzione interna di pannelli solari e accumulatori, oggi sono bloccate dall’amministrazione Trump e dal Congresso a maggioranza repubblicana. Una delle poche politiche sopravvissute e che anche riesce a prosperare è quella edilizia, delle norme bipartisan che la stimolano e abbassano prezzi di acquisto e affitto di case. Quasi nessuno ragiona di case pensando a una strategia climatica, ma è un punto di vista che sta sorprendentemente guadagnando sostegni negli Stati indipendentemente dal colore dell’amministrazione.

Costruire moltissimi edifici ad appartamenti, e insieme aggregare a schiera in linea o altro quelli più piccoli palazzine e simili, rappresenta nei centri grandi e piccoli d’America uno straordinariamente efficace strumento per contenere le emissioni di gas serra. In gran parte perché questo genere di complessi ad appartamenti tende ad essere più elettrificato delle case unifamiliari, occupa meno superficie di suolo, richiede meno consumo di materie prime, gli abitanti consumano meno emergia per gli spostamenti quotidiani. Nasce anche una tendenza organizzata a chiedere che se ne realizzino di più: un movimento per la casa ad appartamenti. Gli esponenti delle battaglie climatiche, depressi dopo aver visto svanire tante delle loro aspirazioni, possono oggi vantare qualche vittoria e aspettativa per l’immediato futuro, unendosi ai pro-casa. Si può a ben vedere ottenere una sostanziosa riduzione delle emissioni spostando pochissimi soldi e impegno verso queste politiche.

In genere il nostro Sightline Institute si occupa dei temi della regione nord-occidentale di Cascadia, ma stavolta proviamo a guardare a tutti gli Stati Uniti, dato che l’occasione vale in senso lato ed è davvero enorme, evidente: gli edifici ad appartamenti, e il tipo di insediamento urbano che vanno a comporre, quasi automaticamente riducono i gas serra. Promuoverne una massiccia produzione significa progredire nell’arginare il cambiamento climatico, come esposto nella prima parte del pezzo. Nella seconda parte invece si esamina la differenza tra questa politica e le altre di tipo climatico: si può attuare immediatamente ed è politicamente fattibile. È l’edilizia la grande occasione climatica dell’era Trump.

Parte I: più edifici ad appartamenti e aggregazioni di formati più piccoli nelle città e suburbi producono straordinari vantaggi climatici

Realizzare costruzioni a molti alloggi e tipologie aggregate middle housing (come l’aggiunta di locali nel medesimo lotto, composizione a due-tre-quattro alloggi, tradizionali cottage organizzati a gruppi densi) in forme insediative compatte, limita gli impatti sul cambiamento climatico in almeno quattro modi – mobilità, consumi energetici, consumo materiali, consumo di suolo – riportati di seguito in ordine decrescente di importanza.

Trasporti

Edifici ad appartamenti e aggregazioni middle housing contengono le emissioni da mezzi di trasporto, dai veicoli utilizzati dai residenti. Perché si tratta di un genere di abitazioni che consente di stare più vicino a posti di lavoro e relazioni, e specie quando si colloca in un centro migliora la fruizione di servizi. Costituisce aree fruibili a piedi dove la prossimità si sostituisce alla mobilità. Ci si sposta di meno per lavoro, scuola, negozi; meno auto multiple per famiglia, meno chilometri percorsi, più uso di biciclette e mezzi pubblici, camminare, pattini.

Ogni edificio ad appartamenti in più in un quartiere compatto fa crescere il numero di esercizi di vicinato, indicendo anche chi abita in formati diversi a spostarsi meno, in un circolo virtuoso. La riduzione di emissioni si allarga ai servizi per gli abitanti, dalla movimentazione merci alle pattuglie di polizia alle consegne a domicilio, che si svolgono con maggiore efficienza. Sino ad arrivare ad effetti sui carburanti e la produzione di veicoli. Un insieme di correlazioni ben documentato da chi si occupa di programmazione e progettazione urbana.

Consumi energetici dell’edificio

foto F. Bottini

Appartamenti e middle housing contengono le emissioni da consumi energetici dell’edificio riducendo la combustione di carburanti fossili, soprattutto per riscaldamento degli alloggi e l’acqua calda, e collateralmente anche da altre apparecchiature riscaldanti. La tipologia edilizia riduce le emissioni necessarie alla produzione di elettricità da fonti fossili per illuminazione e altro. L’elettrificazione dei consumi rappresenta almeno on-site una riduzione di emissioni: produrre elettricità a emissioni zero è molto più semplice che non riscaldare o rinfrescare ogni alloggio.

Altro punto chiave è migliorare l’efficienza, con l’isolamento, la tenuta d’aria, la ventilazione a risparmio energetico, le pompe di calore, dispositivi domestici ad elevata efficienza. Strumenti che nell’insieme diminuiscono la necessità di nuove centrali e reti di distribuzione locali. Come meglio esposto nell’analisi dei casi successiva, gli edifici ad appartamenti — ancor più delle aggregazioni middle housing — di prestano assai di più all’elettrificazione totale delle case unifamiliari. Sono anche meno voluminose rispetto al numero di abitanti ed energeticamente efficienti, potendo condividere le pareti e quindi il calore con altri alloggi. Nuovi edifici ad appartamenti automaticamente significano decarbonizzazione edilizia, secondo una correlazione non pienamente compresa e che è tra le finalità principali di questo saggio.

Le emissioni connesse ai materiali

Appartamenti e middle housing contengono le emissioni derivanti da estrazione e lavorazione dei materiali necessari a costruire. Principale colpevole il cemento, seguito da alcuni caratteristici materiali per isolare e impermeabilizzare. Contribuiscono anche le emissioni dal taglio di legname. Le torri molto sviluppate in altezza ad appartamenti in cemento, specie quelle dotate di grandi garage a parcheggio, hanno importanti impronte ecologiche, mentre gli edifici di dimensioni medie o anche alti ma senza troppi posti auto, garantiscono meno emissioni per abitante o stanza, rispetto alla classica casetta con struttura in legno.

Consumo di suolo

Appartamenti e middle housing coprono meno superfici per alloggio delle case unifamiliari. Ciò significa meno territorio urbanizzato, e meno relative emissioni a fronte di più abitanti. Ogni edificio ad appartamenti ospita abitanti che altri menti si sparpaglierebbero nelle casette sovrapponendosi ad ecosistemi che non sono più in grado di assorbire carbonio.

Vantaggi climatici considerati nell’insieme

I quattro aspetti esposti sopra, garantiscono vantaggi superiori alla somma aritmetica dei singoli. Complessivamente si arriva alla metà pro capite di emissioni inquinanti rispetto alle casette singole in quartieri a bassa densità. Meglio ancora negli edifici più sviluppati in altezza dove le emissioni sono di un terzo ad abitante rispetto alle unifamiliari. In altri termini, in media chi abita in una casetta suburbana o esurbana fa il triplo di danni climatici rispetto a chi vive in appartamento in un edificio multipiano urbano, e il doppio di chi risiede in una aggregazione di quartiere di tipo middle-housing.

Confronti schematici che paiono forse drastici: riguardano più il modello residenziale-urbano o il tipo di persone che lo sceglie come casa? Dal punto di vista della densità le scelte di alternativa non sono estreme, ma piuttosto riguardano l’evolversi guadagnando qualche punto. Ma densificare i quartieri esistenti con più edifici ad appartamenti, e aggregazioni varie di alloggi o aggiunte di locali, porta a qualche notevole taglio di emissioni? La risposta è si. Studi recenti a dimensione metropolitana indicano come queste tecniche urbanistico-edilizie di infill portino riduzioni dall’11% al 14%. La percentuale maggiore raggiunta se le nuove case sono ben localizzate, vicino alle fermate del trasporto pubblico e ai servizi. Per il clima, più urbano è sempre meglio. Per molte città, queste pratiche possono essere la principale e più efficace forma di programmato contenimento delle emissioni.

Un esempio: Seattle, Stato di Washington

Un caso interessante è quello della regione metropolitana di Seattle, estesa su una superficie leggermente inferiore di altre analoghe degli Stati Uniti. Dal 2000 al 2020, si è alloggiato circa un terzo del proprio incremento di popolazione in quartieri esistenti, anziché allargarsi a nuove urbanizzazioni greenfield. Mentre nelle paragonabili aree metropolitane ci si allargava di più. Grazie alle proprie politiche edilizio-urbanistiche, adottate dagli anni ’90, Seattle contiene le emissioni più di quanto avrebbe fatto Dallas, per esempio, che è cresciuta allargandosi. Una stima prudente calcola questi risparmi di Seattle nel primo ventennio del secolo al 5%.

Un ritmo di risparmio che Seattle ha sicuramente accelerato dal 2020. Progettazioni e autorizzazioni spesso precedono di diversi anni il completamento e consegna degli alloggi, dunque nessuna delle riforme adottate verso il 2010 da Seattle, circoscrizioni confinanti e Stato di Washington, può aver inciso in quel calcolo 2000–2020: promuovere quasi ovunque i locali accessori, le aggregazioni middle housing, gli edifici ad appartamenti vicino alle fermate del mezzo pubblico, in aree servite, ri-legalizzare la coabitazione, deregolamentare i criteri delle aree a sosta, insieme a decine di altre modifiche propositive nelle norme edilizio-urbanistiche. I vantaggi di queste riforme li vedremo negli anni a venire.

Il potenziale climatico delle politiche di infill è determinante, ma potrà incidere con la rapidità necessaria? Di nuovo: si. L’anno scorso una ricerca mostrava come sull’arco di oltre un decennio le politiche statali di promozione delle pratiche urbanistico-edilizie di infill riuscissero a contenere le emissioni in quantità analoga a quanto avverrebbe se metà degli USA adottassero la proibizione della California ai veicoli a combustione interna, attualmente l apolitica più ambiziosa di elettrificazione del paese (e ostacolata dal governo federale). Un aggiornamento del medesimo studio ipotizza che localizzando il prossimo 10% di incremento delle abitazioni del paese in quartieri già esistenti, si potrebbe ridurre le emissioni complessive dell’1-2% in un decennio. Dato che gli edifici poi durano circa cento anni si tratta di un importante risultato ottenuto facilmente.

Caso studio: decarbonizzazione dell’edilizia attraverso gli edifici ad appartamenti

foto F. Bottini

Calcolata in fondi filantropici investiti, la decarbonizzazione edilizia — che significa spostare gli edifici dal consumo di combustibili fossili verso l’elettricità — si colloca al terzo posto fra le strategie climatiche USA, dopo i trasporti zero-carbon e l’efficientamento della distribuzione elettrica. Va considerato che sono le abitazioni ad emettere un decimo dei gas serra a livello nazionale. Gli edifici ad appartamenti rispetto a quelli unifamiliari già scaldano aria e acqua elettricamente, anche in zone dove non esiste alcun regolamento edilizio climate-friendly. Si tratta di una elettrificazione così normale e automatica che chi sceglie di abitare in appartamento per il 60% già sceglie anche quel modello. Inoltre, come sarà esposto di seguito, sono tantissimi gli americani che opterebbero per l’appartamento se ce ne fosse un’offerta maggiore. Certo che ce ne sarebbero molti di più sul mercato di edifici ad appartamenti – con affitti più contenuti – se le norme urbanistiche non li relegassero a minuscole porzioni delle zone residenziali.

Appartamenti: elettrificati, sempre più elettrificati

Negli USA più di un quarto di tutti gli alloggi sono in appartamento, una quota in crescita; il resto case unifamiliari. Nel primo caso la localizzazione è di tipo più urbano e centrale, con una copertura minima di superficie, probabilmente meno del 5% di quella complessiva a destinazione residenziale. La costruzione di appartamenti è arrivata a 600.000 in più nel 2024, con una crescita mai vista dagli anni ’80. Nell’ultimo mezzo secolo, il riscaldamento predominante è elettrico nei nuovi appartamenti, come rilevato dai Censimenti annuali delle Costruzioni. Il consumo energetico delle abitazioni riguarda soprattutto il riscaldamento col 42%, che sommato all’aria condizionata fa 52% per le temperature interne. E il riscaldamento elettrico è il principale fattore della decarbonizzazione edilizia, visto che il 68% dei consumi di gas domestici va al riscaldamento.

Gli appartamenti sono in crescita sul totale degli alloggi. Sugli ultimi cinquant’anni il 27%. Nel 2024, la percentuale è arrivata al 37%, il massimo da decenni. Non solo cresce la quota sul totale nuovi alloggi, ma cresce anche quella del riscaldamento elettrico. Fino al 76% nel 2024, di nuovo il massimo da decenni. Mai sotto la metà del totale calcolando annualmente, ma comunque i nuovi alloggi realizzati dal 1973 in appartamento hanno per il 68% il riscaldamento elettrico. I costruttori installano quel tipo di impianti anziché quelli a gas, perché con le pareti in comune e superfici minori per abitante risulta più facile, e a costi monetari in più trascurabili. Èd è anche più semplice l’installazione e il controllo-manutenzione. Diverso il caso degli alloggi unifamiliari. Lì nell’ultimo mezzo secolo il riscaldamento elettrico è installato solo nel 38% delle case, anche se nel 2024 la quota cresce al 52%. Complessivamente quindi ciascuna famiglia che opta per vivere in appartamento contribuisce automaticamente ad accrescere la quota di riscaldamenti elettrici, dal 38% al 68%. Un enorme balzo in avanti dal punto di vista climatico.

Differenze regionali, ma ovunque più appartamenti elettrificati

Esistono delle differenze regionali nei tipi di riscaldamento. Al Sud la maggior parte dei nuovi alloggi installa impianti a elettricità, coi nuovi appartamenti al 96%. Nel Nord-Est e Midwest, più freddi, le nuove case si scaldano di solito a gas. Solo rispettivamente il 14% e 19% sono elettrificate, mentre per i nuovi appartamenti del Nord-Est il 43% si scalda elettrico, e per il Midwest il 61%. Nella regione West, un terzo delle nuove unifamiliari e due terzi dei nuovi appartamenti sono riscaldati elettricamente.

Il caso del Nord-ovest Pacifico

L’area di cui ci occupiamo di più abitualmente come Sightline Institute, la regione nord-occidentale, assomiglia un po’ di più al Sud di quanto non accada nel resto dell’Ovest. Idaho, Montana, Oregon, e Stato di Washington, hanno il vantaggio dei bassi costi dell’approvvigionamento di energia grazie agli impianti federali delle dighe idroelettriche del Bacino Idrografico Columbia. Secondo una indagine del 2022 condotta da Northwest Energy Efficiency Alliance, almeno l’84% e forse fino al 91% degli alloggi in appartamento attuali della regione, potenzialmente la totalità di quelli nuovi, sono scaldati elettricamente.i

Molto distanziate però le case unifamiliari, complessivamente solo il 44%. Con una quota in crescita negli ultimi tempi, oltre il 50%. Resta comunque che chi sceglie un appartamento ha quindi il doppio di probabilità di non riscaldare la casa con combustibili fossili. In questa e altre regioni accade che gli appartamenti superano le casette per quanto riguarda la decarbonizzazione. In generale, gli alloggi USA sono più probabilmente riscaldati con l’elettricità se si tratta di appartamenti per il 60%. Anche là dove è meno diffuso in genere questo tipo di riscaldamento resta il primato degli appartamenti, col triplo della possibilità di averlo installato rispetto alle case.

Lo stesso vale per gli scaldabagno

Se la fonte dominante di emissioni gas serra è il riscaldamento di ambienti nei fabbricati residenziali, che pesa per il 68% del consumo di gas domestico, gran parte del resto è da imputare agli scaldabagno. Che pesano per il 25%. Quindi complessivamente il consumo di gas per scaldare casa diventa il 94%. Gli scaldabagno elettrici sono molto più diffusi negli appartamenti che nelle case unifamiliari secondo il Censimento Edilizio. Il 58% degli appartamenti USA scalda l’acqua con l’elettricità, contro il 43% delle case. Con una tendenza alla crescita della quota elettrica generale, dove continuano a guidare gli appartamenti. Il 71% degli appartamenti realizzati a livello nazionale tra il 2016 e il 2020 ha gli scaldabagno elettrici, che dunque sono più diffusi dei riscaldamenti di ambiente, al 65%.

foto F. Bottini

La distribuzione anche qui varia da regione a regione. Negli Stati del Nord-Ovest per esempio è l’84% degli appartamenti ad avere l’acqua scadata con l’elettricità, contro il 52% delle case, secondo una indagine della Northwest Energy Efficiency Alliance. Ciò che non cambia da regione a regione è sempre la correlazione tra sistemi: gli edifici dove si riscalda l’ambiente usando l’elettricità poi la usano anche per l’acqua, e viceversa. Altra costante in tutte le regioni è che anche per gli scaldabagno come per i riscaldamenti, i nuovi fabbricati ad appartamenti sono sempre molto più avanti delle case unifamiliari nella decarbonizzazione.

Gran parte degli appartamenti, e soprattutto quelli nuovi, sono all-electric. Chi ci abita specie se si colloca in quartieri più densi e urbani guida molto meno, così come succede anche con le aggregazioni middle housing. Costruire queste tipologie genera meno emissioni di gas serra per uso di materiali e consumo di suolo agricolo. I residenti di edifici più alti e urbani emettono un terzo di gas clima alteranti pro capite rispetto all’abitante suburbano medio di casa unifamiliare. Si tratta della ragione tecnica per promuovere molti più alloggi di questo tipo, prossimi ai posti di lavoro, negozi, servizi, verde, trasporto pubblico: abbattendo le emissioni. Gli alloggi in appartamenti stanno climaticamente alle casette unifamiliari come i veicoli elettrici stanno ai SUV. La conclusione politica dovrebbe essere evidente: l’abitazione è la direzione su cui puntare per le strategie climatiche. Le altre paiono molto più complicate.

Parte II: qualunque politica climatica viene bloccata, ma non l’edilizia che viene invece promossa

La questione politica centrale per il clima negli Stati Uniti è che la divisione in materia sta bloccando tutto. Basta citare il clima per attirarsi un fuoco incrociato dall’amministrazione Trump e dalla maggioranza MAGA dei Repubblicani. A livello federale quindi qualunque azione sarebbe impossibile fino al 2029, almeno. Anche a livello statale arginare il cambiamento climatico può diventare un problema insormontabile se si devono chiedere approvazione o finanziamenti federali. Quindi da considerare off-limits nei 23 Stati a maggioranza Repubblicana, e limitatissimo nei 12 con maggioranze miste. Anche nei 15 a maggioranza Democratica, l’azione climatica incontra opposizioni federali, bilanci risicati, in alcuni casi polemiche locali.

Le principali strategie dei movimenti per il clima rivolte alla decarbonizzazione edilizia si sono concentrate sulle pressioni – a livello statale o locale – perché i regolamenti penalizzassero il gas e promuovessero invece l’elettricità, poi sui sussidi alle pompe di calore e dispositivi analoghi. Ma la politica ha ridimensionato queste strategie, sia a livello federale che statale con poche eccezioni dove i Democratici controllano le camere. Anche qui ci sono poi polemiche e scontri. La questione centrale delle abitazioni – specie di quelle abbordabili – rappresenta però un interesse trasversale ad ogni posizione. Il che automaticamente spalanca un percorso di decarbonizzazione e altri obiettivi legati al clima: promuovendo edifici ad appartamenti o aggregazioni middle housing ovunque possibile.

Costruire case resta una priorità, clima o meno

L’America ha bisogno di più alloggi, di qualunque forma o dimensione, nelle città e cittadine. Con un fabbisogno pregresso di case stimato a cinque milioni, ne risultano alti prezzi e alti affitti, dalla concorrenza, e si tratta del principale prelievo finanziario dai bilanci familiari, dalla crescita produttiva, da altre spese per migliorare la qualità della vita, dalla mobilità sociale. Case troppo costose influenzano la politica nelle città, esasperano le questioni dei senza tetto e della sicurezza, oltre ad altri vari problemi. In realtà il fabbisogno abitativo confluisce in qualche modo e misura dentro a tante questioni di oggi, che molti osservatori hanno iniziato a parlare di «una teoria della casa per spiegare tutto». La casa risulta centrale per una più generale «crisi di abbordabilità» così come per la cosiddetta Agenda dell’Abbondanza.

Le riforme del settore edilizio-urbanistico potrebbero consentire a molti milioni di persone di abitare in quartieri economici, ben serviti, fruibili a piedi, vicino al posto di studio e lavoro. Alloggiare le famiglie con bambini. Abbassare affitti e contenere anche il problema dei senza fissa dimora. Riaccendere processi di mobilità socioeconomica, aumentare i redditi, promuovere una crescita produttiva. Sono pochissime le riforme in grado di rendere tanto e in modo così trasversale. E funzionano anche benissimo per i negazionisti climatici dato che la riduzione delle emissioni diventa un invisibile effetto collaterale.

La casa strategia bipartisan

Nel Nord America, il movimento per la casa si guadagna il sostegno di tutte le parti politiche — dai liberisti Repubblicani ai Democratici pro giustizia sociale – e di sicuro copre tutto lo spettro, da sinistra a destra, sia di favorevoli che di contrari. Il che lo colloca in grande vantaggio in un’epoca in cui altri obiettivi di riforma non riescono ad affermarsi. Sul tema si possono formare coalizioni insolite, tra posizioni e motivazioni particolari. Basta non insistere troppo sul cambiamento climatico. Tanti deputati statali del Montana che hanno definito ripetutamente la questione del clima una enorme bufala mediatica, poi hanno finito per sostenere tranquillamente due successive serie di leggi pro-casa dei Repubblicani tra il 2023 e il 2025.

L’unica cosa che queste norme favorevoli a un certo tipo di edilizia residenziale devono calcolare è di far passare alla chetichella alcuni principi. Basta che il legislatore si limiti a cancellare certi vincoli urbanistici e edilizi, poi il mercato finirà per realizzare villette, aggregazioni, palazzine, complessi a corte, edifici ad appartamenti più o meno sviluppati in altezza. Come ha affermato su Twitter lo scrittore Payton Chung: «Milioni di americani non desiderano altro che spendere i PROPRI SOLDI per diminuire le PROPRIE EMISSIONI, se solo leggi e regolamenti glie lo permettessero». Aggiungiamoci che tutto il campo delle abitazioni sta nelle mani di amministrazioni statali e locali, senza bisogno di fondi o autorizzazioni federali. Anche i finanziamenti statali sono cosa abbastanza rara. Ergo già da oggi si tratta di un investimento climatico del tutto a portata di mano.

Il traguardo è vicino

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Il movimento pro-housing forse può essere considerato all’inizio e non tanto grande, ma cresce rapidamente, inanellando un gratificante successo dopo l’altro. Negli ultimi anni si sono riusciti ad abolire tanti vincoli urbanistici allo infill. Arizona, Arkansas, California, Colorado, Iowa, Massachusetts, Montana, Oregon, e Stato di Washington, hanno cancellato le destinazioni di zona esclusive a villini unifamiliari con leggi che promuovono ogni forma di densificazione e aggregazione nei lotti. Singole circoscrizioni urbane, tra cui Anchorage, Boise, Charlotte, hanno fatto lo stesso nei propri territori. È cresciuta anche la promozione degli edifici ad appartamenti. Vittorie che, tutte, derivano dalla crescente articolazione del movimento per la casa. Si è imparato a comporre coalizioni politiche vincenti. Si è imparato a superare ostacoli politici un tempo condizionanti. Si sanno elaborare strategie efficaci, trovare alleati stabili, stabilire tattiche e argomentarle in modo persuasivo, comunicare messaggi attraverso protagonisti. In alcuni stati a variegate maggioranze si sono raggiunti obiettivi senza smettere di lavorare in altri contesti. Ma l’opera non è neppure vicina alla fine. C’è voluto un secolo di leggi e norme per impedire l’affermarsi di quartieri densi negli Stati Uniti. E ci vorrà sicuramente più di un decennio di lavoro del movimento per la casa a sradicare tutti questi ostacoli.

Conservazione e decarbonizzazione

Torniamo alla decarbonizzazione edilizia. Le argomentazioni per allontanare i progettisti e le norme dal gas sono di assoluta evidenza. Perché tutta la filiera di estrazione e consumo è dannosissima al clima. I dispositivi domestici perdono, inquinano (pensiamo al benzene che provoca il cancro), sono a rischio incendi ed esplosioni. Abitare con una stufa a gas, confermano recenti ricerche, equivale come impatti sui più piccoli al convivere con un adulto fumatore. E questa serie di rischi, che conosciamo da lungo tempo, è ancora più ovvia paragonando alla concorrenzialità dell’elettrico assai evoluta. La rete si ripulisce in fretta; calano i costi dell’eolico, solare, accumulatori; dispositivi elettrici migliorati, dalle pompe di calore agli scaldabagno a pompa di calore ai fornelli a induzione, superano di gran lunga gli equivalenti a gas.

Per tutti questi motivi, cresce il valore di ogni norma edilizia favorevole a spingere le costruzioni verso sistemi elettrici. Si fissano nuovi standard e le nuove costruzioni sono il modo più immediato ed efficace per arrivarci. Argomentazioni convincenti per diverse maggioranze politiche e contesti locali. Le associazioni per il clima e la politica impegnata deve proseguire in questo percorso. Purtroppo negli Stati a maggioranza Repubblicana e a livello federale si tratta di un dialogo tra sordi. Nei casi migliori ci si sente dire che sono gli acquirenti di case a dover scegliere ciò che secondo loro risponde meglio alle esigenza. In quelli peggiori accade che esista una identificazione immediata: se fai qualcosa per il clima proponendo elettrificazione sei di sinistra, se punti sul fossile confermi di essere scettico climatico e quindi di destra.

Politiche e obiettivi del movimento per la casa

Nel Sud, a parte forse District of Columbia o Maryland, prevalgono le amministrazioni climaticamente scettiche. Respingono qualunque iniziativa dichiaratamente per contenere le emissioni, come quelle sui regolamenti edilizi per eliminare gradualmente le caldaie a gas. In questi Stati però qualunque edificio ad appartamenti sarà comunque elettrico, rendendo superflue quelle riforme edilizie. L’azione per il clima, almeno negli stati a maggioranza Repubblicana e a livello federale, può unirsi alle varie richieste di deregolamentazione che favoriscono le tipologie ad appartamenti. Oggi il movimento pro-housing dovrebbe spingere per quelle riforme di zoning necessarie a consentire nelle aree residenziali non solo aggregazioni middle housing ma anche appartamenti multipiano oggi vietati nelle aree metropolitane.

Una sommaria rassegna a scala nazionale ha rilevato come siano consentite esclusivamente case unifamiliari su più del 75% delle superfici a destinazione residenziale di città e suburbi USA. Una analisi più dettagliata sullo zoning in Oregon rileva qualcosa di ancora più estremo. Gli edifici ad appartamenti di almeno quattro piani sono consentiti su meno dell’1% della superficie residenziale di tutte le città dell’Oregon con la sola eccezione di dieci; anche nel paradiso dell’urbanistica progressista che è Portland, pioniera del movimento pro-housing, quel tipo di edifici sono vietati salvo che sul 14% della superficie a destinazione residenziale. Si è riusciti a consentirne nei pressi delle fermate del mezzo pubblico a livello statale in California, Colorado, Massachusetts, Stato di Washington, e nella circoscrizione canadese della Columbia Britannica. Alcune modifiche ai regolamenti per le aree miste-commerciali consentono appartamenti in Montana, Texas, Stato di Washington. Anche in Oregon, è in corso di perfezionamento una strategia per consentire appartamenti nelle città. Quasi tutti questi avanzamenti sono avvenuti con sostegno bipartisan, in alcuni casi coi Repubblicani propositivi, in altri coi Democratici. E si sta sviluppando qualcosa del genere anche nel polarizzatissimo Centodiciannovesimo Congresso degli Stati Uniti d’America. Progressi che si devono principalmente a un fatto: né i politici né i loro sostenitori considerano gli appartamenti qualcosa che si lega a strategie climatiche. Le motivazioni dei promotori sono varie: diritti della proprietà e deregolamentazione se si tratta di esponenti della destra; riforme dello zoning segregante per la sinistra, e si lascia al libero mercato il compito di intervenire sulla carenza di nuove case, mettendone a disposizione a sufficienza, di ogni formato e dimensione, per le famiglie americane.

Attriti: decarbonizzazione edilizia contro emergenza casa

Negli Stati dove la maggioranza è saldamente democratica sorgono spesso contrasti tra chi pensa al clima e chi alla casa. Quanti vorrebbero decarbonizzare l’edilizia, promuovere l’elettrificazione domestica usando i regolamenti, possono non essere d’accordo con chi è magari riuscito in un approccio multipartisan alla casa attraverso la pura deregolamentazione. Una deregolamentazione che funziona sempre togliendo, mai adeguando, le regole, e chiedere una eccezione al metodo che riguarda i dispositivi a gas significa scontrarsi. È già successo ad altre componenti delle medesime coalizioni multipartisan – da chi si occupa di senza tetto, o di case sociali, o di anziani, disabili, sindacati, imprese costruttrici – costrette a mettere da parte le proprie obiezioni.

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Si tratta di contrasti di solito gestibili ma prestando molta attenzione. In Oregon e stato di Washington, per esempio, i pro-housing si sono astenuti dall’intervenire quando il movimento per il clima e contro il gas lavorava sui regolamenti edilizi. Nello Stato di Washington, alla fine si sono affermate alcune posizioni un po’ estremiste; in Oregon, non ancora. In entrambi i casi chi si occupa di clima ha comunque sostenuto il movimento per la casa senza pretendere di assumere una posizione guida. Ma quando si arriva alla questione di promuovere gli edifici ad appartamenti, i due approcci e interessi finiscono per convergere.

Conclusione: anche la questione delle abitazioni si merita un approccio climatico

Sinora tutti gli obiettivi raggiunti dal movimento per la casa paiono al tempo stesso ambiziosi ma sorprendentemente semplici. Le associazioni di settore hanno ottenuto successi politici a costi anche monetari bassissimi, poche centinaia di migliaia di dollari. Al momento attuale sono solo tre i grandi enti filantropici che sostengono le riforme urbanistico-edilizie, contro le tantissime che invece sostengono le azioni per il clima in altre forme. Nell’insieme il movimento pro-housing ha speso circa 40 milioni di dollari negli USA al 2023, secondo nostri calcoli al Sightline Institute. Nello stesso anno si stimano spese per le azioni sul clima di 4 miliardi di dollari da fonti filantropiche, dice uno studio dell’Università dell’Indiana.

In altre parole, per il clima si finiscono per spendere conto volte più soldi che per la casa, mentre parrebbe esserci spazio di riuscita soltanto in questo ambito. Anche solo spostare l’1% dei finanziamenti dal clima alla casa raddoppierebbe l’investimento. Chi si occupa di clima, associazioni o enti filantropici, potrebbe contribuire a ridurre le emissioni spostando risorse verso il comparto casa-edilizia-urbanistica. Legalizzare gli edifici ad appartamenti decarbonizza l’edilizia. Ovunque nel paese qualunque nuovo edificio ad appartamenti è all-electric o comunque infinitamente più elettrificato delle tipologie unifamiliari. Più appartamenti vuol dire progresso verso meno emissioni. Si contiene anche l’uso delle automobili, e il consumo di suolo che impedisce di stivare carbonio. La costruzione di aggregazioni middle housing nelle città porta sempre vantaggi climatici. Chi ci abita emette la metà dei gas serra pro capite rispetto alle famiglie suburbane, mentre chi risiede in edifici urbani sviluppati in altezza emette un terzo.

Il movimento per il clima, se comprendiamo la corrente decarbonizzazione, è stato stigmatizzato dal populismo di destra dopo le elezioni del novembre 2024, ma non è successo lo stesso al movimento per la casa. Che continua a guadagnare consensi. Con uno spostamento anche piccolo di impegno riflessioni e risorse, oltre che rapporti politici, si potrebbe arrivare a tagliare molto le emissioni nel paese, nonostante tutte le scelte contrarie della maggioranza di governo. Movimenti per il clima e la casa, insieme, potrebbero attivare investimenti privati per milioni di alloggi economici, abbordabili, elettrificati, in quartieri compatti e fruibili a piedi, qualunque sia la maggioranza politica di governo nello stato o nella città. Un grandioso progresso anche in questi anni tanto bui per il clima.

da: Sightline Institute, maggio 2026; Titolo originale: Apartments Are the Climate Solution Hiding in Plain Sight – Traduzione di Fabrizio Bottini

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