Antisemitismo e antisionismo ieri e oggi

Premessa

The Economist sostiene in un diffuso editoriale la profonda novità dell’antisemitismo contemporaneo, ma in realtà l’antisemitismo è un fenomeno antichissimo e sempre nuovo. Certo quello di oggi, del ventunesimo secolo, può essere molto diverso da quello nazista. Ma anche quello del regime in Germania tra le due guerre mondiali era diverso sia dagli antisemitismi coltivati dagli altri fascismi europei, e quelli a loro volta parecchio diversi dall’antigiudaismo ottocentesco. Potremmo risalire all’infinito indietro nel tempo, ma in ogni epoca, da quella contemporanea alla distruzione del Tempio da parte dei Romani nel 70 AD dopo l’assedio di Gerusalemme, troveremmo movimenti antiebraici, con variabili accenti antigiudaci o antisemiti, sempre diversi tra loro. È Agostino il primo vero riformatore dell’atteggiamento cristiano ostile nei confronti degli Ebrei. La sua riforma però non riguarda la considerazione nei loro confronti (deicidi erano e tali dovevano rimanere) ma il ruolo da loro svolto nel disegno divino della salvezza. Gli Ebrei erano così considerati testimoni e capsari, portatori dei Libri, da preservare in quanto tali, sebbene in una condizione di sofferenza che ne rappresentasse la colpa.

Col ventesimo secolo, secolo di piena comprensione della «soluzione finale» e secolo delle riforme conciliari, la questione del rapporto con gli Ebrei, nell’occidente cristiano, si è ritenuta sostanzialmente risolta, riportata nei libri di storia e introdotta nella liturgia delle commemorazioni. Capiamo ora però che così non è, e per molti aspetti ci sentiamo impotenti. Non tanto riguardo alle più vistose e violente manifestazioni di dichiarato antisemitismo che, pur nella loro gravità, non sono certo paragonabili a quelle dei due secoli passati. Impotenti ci sentiamo nella comprensione del fenomeno, dei suoi connotati ideologici, la possibile propagazione nel tempo e nel mondo. Certo al risorgere dell’antisemitismo nell’era contemporanea molto hanno contribuito la dissennata politica di Israele, e il fanatismo di tante organizzazioni e intellettuali che hanno promosso la sovrapposizione tra ebraismo, sionismo e Stato Ebraico, stigmatizzando la critica all’ideologia sionista e alla politica di Israele in quanto tali, perché «antisemitica» in sé, al di là di qualunque considerazione di merito.

In un epoca di facili cortocircuiti mediatici e ideologici, è possibile che anche questo diventi poi quasi impossibile da riparare: «Se tu stesso sostieni la perfetta coincidenza di ebraismo, sionismo e Israele, perché dovrebbe toccare a me l’onere dello sforzo di tenere separati i concetti?». Non dissimile dal cortocircuito mentale che colpisce alcune formazioni politiche europee, propense ad assimilare qualunque paese a prevalenza musulmana, ogni fedele musulmano, al fondamentalismo e al terrorismo, che ostacolano attivamente la costruzione delle moschee e l’esercizio della libera professione di culto.

Penso che, a dispetto di ogni indebita semplificazione e certe schematizzazioni provenienti anche dal mondo ebraico, dovremmo almeno provare a distinguere, esercitando se necessario l’arte della «sottigliezza», sforzandoci di capire, prevedere, spiegare. I tempi sono difficili, e il declino del diritto internazionale, sostituito dai diritti della forza, finisce col legittimare i fondamentalismi religiosi, quello ebraico incluso. I segnali in proposito sono davvero angoscianti e molto più vistosi di quelli già preoccupanti che evidenziava Hannah Arendt all’epoca di formazione dello Stato Ebraico.

Arendt temeva la sindrome di accerchiamento che stava attanagliando gli Ebrei («ci odiano tutti») e l’implicita immagine di contrapposizione frontale che ne deriva («noi contro tutti»). La discussione verteva allora sull’opportunità della formazione di uno stato ebraico separato, che secondo la Arendt sarebbe stata una catastrofe per gli Ebrei, trascinando nella caduta le esperienze sociali più promettenti del XX secolo, quali le «comunità dei kibbutzim». Arendt riteneva la presenza dei Palestinesi in Palestina la sola realtà consolidata da cui muovere per realizzare un progetto ebraico sensato e sicuro nel tempo: oggi è in discussione la sussistenza stessa di un’entità politica palestinese. Già allora c’erano intellettuali ebraici preoccupati per la scomparsa di un’opposizione non-sionista. Nonostante tutto ci tocca oggi l’obbligo di distinguere, perché in gioco c’è anche la nostra identità europea.

La stampa ci informa che nel mondo tanti Ebrei si sentono costretti per paura a nascondere in pubblico la stella di David e il loro copricapo, gli stessi simboli che in epoca medievale erano obbligati a indossare perché si rendessero riconoscibili. C’è bisogno di spiegare le ragioni della tragicità di un simile contrappasso? Mario De Gaspari 

Di cosa è fatto l’antisemitismo attuale

Stavolta l’odio si presenta in modo diverso. Non ci sono i ghetti, né i pogrom; nessun governo europeo lo promuove. Per alcuni versi la recente ripresa dell’antisemitismo – pensiamo all’accoltellamento di due ebrei a Londra il 29 aprile scorso – è piuttosto caratteristica del XXI secolo. Ma osservandola con un po’ più di attenzione si nota qualcosa di orribilmente familiare in quella forma mentale del pregiudizio. Lo stesso per il rischio: rischiano gli ebrei in tutto il mondo, e non solo gli ebrei.

Il macello di Golders Green, nel cuore di un piccolo quartiere ebraico britannico, segue una serie di attentati incendiari a bersagli ebrei di Londra. Lo scorso ottobre in un attacco alla sinagoga di Manchester sono morti due fedeli. Doloroso rilevare come ormai molti ebrei britannici si sentano costretti a nascondere in pubblico la propria appartenenza: stelle di David infilate sotto la camicia, senza copricapo sulla strada per scuola o lavoro. Paure che non riguardano solo la Gran Bretagna. A Marzo sono diventate bersagli sinagoghe del Michigan e dell’Olanda. A dicembre, in un crescendo di manifestazioni di odio, sono state uccise 15 persone durante la festa di Hanukkah a Bondi Beach, in Australia.

La rabbia per gli attacchi a Gaza, specie tra gli islamisti, è un fattore importante ma non spiega certo tutto. Certo cresce l’antisemitismo in Europa e in America insieme alle atrocità dall’assalto del 7 ottobre 2023 a Israele e alla guerra che ne segue. Ma questa spiegazione non è certo una scusa. Chiunque è in grado di distinguere un anziano alla fermate dell’autobus a Londra da uno Stato belligerante del Medio Oriente. Qualunque opinione abbiano gli ebrei di Israele non giustifica la loro persecuzione. Non si reprimono le opinioni con la violenza.

Qualcuno in Occidente si consola provando ad attribuire il problema agli immigrati. M ain realtà l’islamismo, per quanto violento possa essere, è soltanto una delle caselle circolari sovrapposte di quello che Sir Mark Rowley, capo della Polizia britannica, chiama «agghiacciante diagramma Venn dell’odio». Molta sinistra pensa a un falso schema morale dove gli ebrei in quanto colonizzatori non possono essere vittime. E la destra estrema occidentale crede che a livello globale gli ebrei stiano mirando al crollo dell’Occidente, quella ad esempio è stata la motivazione ideologica delle sparatorie in Pennsylvania e California. Stati ostili a Israele delegano ad altri il compito di colpire all’estero: si è vista la mano dell’Iran in alcuni attacchi.

Comunque sia l’antisemitismo di oggi pare un fenomeno del tutto contemporaneo, basta guardare al ruolo dei social media, attraverso cui si reclutano terroristi e si fa proselitismo neo-nazista. Incombe su tutto però ancora l’antico mito di una sinistra cabala ebraica, che cerca potere e sottomissione. Quell’idea che fa apparire Benyamin Netanyahu o George Soros grandi burattinai. Che risuona nell’altra idea secondo cui la persecuzione israeliana dei palestinesi è la fonte di tutti i mali del mondo.

Il denominatore comune è il cospirazionismo;si stabilisce anche un collegamento tra il pregiudizio di oggi e l’odio per gli ebrei nella Germania nazista o la Russia zarista. Il complottismo prospera nell’instabilità: nell’ascesa e caduta di imperi, nei crolli delle ideologie, o come succede adesso col populismo e la guerra. Con una sorta di inevitabilità gravitazionale, spesso scivola nella vecchia teoria cospirazionista, e le sua ataviche connessioni alla infida avidità ebraica. Che rese caricatura volatile, settaria, sovversiva e reazionaria, si fanno avatar pigliatutto per disorientare il cambiamento.

Per confrontarsi con l’antisemitismo occorre comprenderne le radici profonde. Le sedi ebraiche già fortificate lo sono state ancora di più. I cortei Pro-Palestina coi loro scanditi slogan si possono controllare meglio. La politica prova ad equilibrare il diritto alla libera espressione di chi protesta e quello alla sicurezza degli ebrei, che in molti casi si sentono minacciati dalle invettive di quei cortei.

Come redazione siamo molto scettici sul limitare il diritto di espressione. Fermare qualche casalinga non fa bene a nessuno. Le leggi nulla possono contro certe radicate supposizioni o archetipi: occorre qualcosa di più difficile ma efficace. Molti hanno imparato a riflettere un po’ di più quando si parla di e alle minoranze; e parlare diversamente finisce per far pensare diversamente. Dovrebbe essere normale e doveroso trattare con rispetto ebrei ed ebraismo. Aiutano anche informazione e cultura. Ma dovrebbero essere soprattutto gli esponenti della politica, e della religione (oltre ai cittadini comuni) a denunciare l’antisemitismo ogni volta che si manifesta. In troppi hanno disonorevolmente mancato di farlo.

Una motivazione sufficiente sarebbe già l’angoscia in cui vivono i cittadini ebrei. Ma esiste un’altra ragione per agire, suggerita dalle eco della storia. Gli ebrei sono vittime di aggressioni, ma il futuro che si mette in gioco non è solo il loro. Rappresentano invece una verifica di libertà, religiosa di vita e di pensiero. Diritti che a volte non sono garantiti, quando la folla minacciosa è in tumulto, quando i valori di pluralismo e tolleranza alla base delle società libere sono in pericolo.

da: The Economist, 5 maggio 2026; titolo originale: To fight antisemitism, first grasp where it comes from – Traduzione di Fabrizio Bottini
Per le considerazioni di Hannah Arendt alla formazione dello Stato Ebraico citate da Mario De Gaspari si veda anche a piè di pagina il tag Albert Einstein, coautore di una nota lettera aperta al New York Times nel 1948 sull’argomento

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.