Le città hanno di sicuro qualche problema col clima. Le architetture, le reti stradali, i sistemi di mobilità, le infrastrutture, tutto è stato concepito per condizioni climatiche ormai cambiate. «Molte strutture che continuiamo ad usare ancora oggi sono state pensate col tempo atmosferico degli anni ’50 o ’60, commenta Costa Samaras, professore di ingegneria civile e ambientale alla Carnegie Mellon University. «Che non era quello attuale, e ancora meno quello del futuro continuamente alterato dalle emissioni». Un buon metro di misura di cosa avverrà nei prossimi decenni è quello della temperatura di bulbo umido che unisce calore e umidità. Quando secondo quel criterio superiamo i 30 gradi (quasi 38 con umidità relativa del 60%), il corpo umano non riesce più a rinfrescarsi efficientemente, fino al colpo di calore e alla febbre.
«È la combinazione di temperatura e umidità a cui di fatto non si sopravvive» commenta Brian Stone Jr., professore al Georgia Institute of Technology e direttore dello Urban Climate Lab. Le sue ricerche mostrano come le città americane negli ultimi anni si siano spesso avvicinate a quella soglia, e prevede che Kansas City, Chicago o Dallas la possano superare nei prossimi 3-5 anni. «Entriamo in un mondo di rifugi climatici durante le ondate di calore, in cui non sarà più possibile fare all’aperto lavori come la raccolta dei rifiuti. È un problema enorme. Ci stiamo avvicinando a quella soglia mentre la maggior parte delle persone neppure sa che esista». Il clima più caldo comporta anche altri pericoli, da eventi estremi di tempesta ad allagamenti, siccità, incendi. Ma ricercatori e urbanisti studiano soluzioni in grado di accrescere la resilienza urbana. Di seguito alcune tecniche innovative che possono contribuire a adattarci al clima che cambia per i decenni a venire.
Durante le ondate di calore, succedono due cose sulla rete elettrica: si impenna la domanda quando in tutta la città le persone alzano i condizionatori d’aria, e cade la capacità di trasporto dell’energia per calo di efficienza delle linee surriscaldate dal calore. La soluzione secondo Samaras è di introdurre l’intelligenza artificiale nel sistema per raggiungere la massima efficienza, e consentire maggiore produttività evitando i blackout. «Sono già disponibili varie tecnologie di efficentamento di rete, ma con gli sviluppi dell’Intelligenza Atificiale si sfrutteranno molto meglio». I sensori sia sui cavi che nei punti di produzione eolica, ad esempio, già descrivono un modello di traffico su tutto il sistema, e la capacità di apprendere consentirà di prevedere la domanda nelle varie zone in modo da gestirla al meglio, distribuire la capacità, eliminare i sovraccarichi indirizzandoli dove si possono gestire.
È ben noto l’effetto isola di calore urbana: temperature più alte che nell’area circostante a causa della minore vegetazione, delle auto e degli impianti ad aria condizionata, le superfici di cemento e asfalto che il calore lo assorbono e poi lo restituiscono. Meno conosciute sono invece le variazioni dell’effetto isola di calore. Stone e i suoi colleghi dell’Urban Climate Lab hanno iniziato a costruire una mappa del rischio nelle città americane rilevando enormi differenze. Ad Atlanta, per esempio, alcuni quartieri possono essere più caldi di altri fino a una decina di gradi. Poter elaborare mappe dettagliate in futuro potrebbe aiutare le città a intervenire in modo mirato, isolato per isolato. Preparando simulazioni e sperimentando soluzioni, dalla piantagione di alberi, alle superfici riflettenti, ai tetti verdi, monitorando quanto riducano localmente le temperature.
In una crisi, non c’è nulla di più importante che garantire l’alimentazione. Kathleen Merrigan, direttrice esecutiva dello Swette Center for Sustainable Food Systems alla Arizona State University, si immagina un futuro in cui i quartieri di una città si evolvono in zone agricole autosufficienti. È possibile organizzare la produzione nei lotti non edificati o nei parchi cittadini, o nei nuovi complessi residenziali, oppure sui tetti degli edifici. Anche se questo sistema di coltura non vuole sostituirsi a quella delle grandi superfici rurali, i cosiddetti agrihood contribuiscono a far sì che una città non subisca passivamente l’interruzione delle filiere alimentari ad esempio a causa di una inondazione o di un grande incendio nel territorio. Oltre a contribuire con la propria superficie a verde a contenere l’effetto isola di calore urbana.
Le inondazioni da evento estremo sono caratteristiche del clima caldo. «I modelli ci dicono che pioverà molto quando non ce n’è bisogno e poco quando ce n’è» commenta Joyce Coffee, presidente e fondatrice di Climate Resilience Consulting a Chicago. Si possono realizzare barriere locali molto efficaci all’alluvione improvvisa, spiega Coffee, ma possono semplicemente spostare il problema altrove anziché risolverlo. Meglio intervenire con dei giardini della pioggia o trincee vegetali —depressioni coltivate che assorbono l’acqua in eccesso. In più si tratta di nuovi utilissimi parchi per gli abitanti anche quando non piove. La vegetazione rinfresca la zona e può svolgere svariate funzioni. Coffee fa l’esempio del campo di pallacanestro in Olanda che funge anche da enorme tombino di raccolta delle acque piovane, con le tribune degli spettatori che le incanalano in un contenitore sotterraneo. «Esistono tanti modi straordinari di sfruttare la forma della città a gestire le precipitazioni».
Se vogliamo continuare a spostarci in città anche durante le più gravi e prolungate ondate di calore del futuro, avremo bisogno di sistemi di trasporto pubblico, percorsi pedonali e ciclabili concepiti diversamente. «Pensiamo sempre più alla resilienza nel traporto pubblico» spiega Cassie Sutherland, responsabile per le soluzioni climatiche e di rete C40 Cities, ente globale di rappresentanza dei sindaci sulle politiche per il clima. «Per esempio, come far sì che autobus, metropolitane, percorsi ciclabili e pedonali, siano adeguatamente ombreggiati e utilizzabili durante le ondate di calore?». Superfici riflettenti possono ridurre la temperatura locale di diversi gradi. Una rete di corridoi verdi costituita da alberi piantati lungo i percorsi. O app informative sugli itinerari più freschi per i pendolari, non necessariamente coincidenti coi più brevi per raggiungere la meta. E naturalmente ridurre le auto circolanti, specie quelle alimentate a benzina.
Man mano si susseguono le ondate di calore, secondo Stone le città saranno stimolate a adottare misure radicali di trasformazione spaziale. Fino al trasferimento di interi quartieri, abitanti, e imprese, da un luogo all’altro, realizzando opere di difesa secondo la strategia «reagire per adattarsi» . «Non si può continuare a ricostruire tutto dov’era com’era quando si è alluvionato trenta volte. In un futuro di clima ancora più estremo semplicemente non è economicamente praticabile». La soluzione sta nell’indennizzare i residenti a ricostruirsi la vita altrove, riusando la zona alluvionata per inserire zone verdi o argini in grado di assorbire gli allagamenti e risparmiarli al resto della città.
Un metodo simile vale per le zone propense agli incendi e altri disastri naturali, prosegue Stone. Invece di ricostruire Pacific Palisades, si poteva trasformare la zona in una barriera e proteggere il resto di Los Angeles da incendi futuri. Stone riconosce come sicuramente queste non siano decisioni semplici né facili da far accettare, ma possono diventare davvero inevitabili: «Non credo che in qualunque area siano possibili adattamenti climatici. Può diventare indispensabile spostare la popolazione in modo abbastanza indolore. Proteggiamo gli sfollati, e tuteliamo anche chi non lo è dato che poi lo spazio sarà sfruttato per infrastrutture di adeguamento climatico».
da: The Wall Street Journal, 2 luglio 2026; Titolo originale: Our Cities Were Designed for the Weather of the 1950s and ’60s – Traduzione di Fabrizio Bottini


