L’Ascensione di Milano e l’Esposizione (1906)

Le «Due Piazze d’Armi» destinate all’Expo: la vecchia diventata Parco Sempione e la nuova futura Fiera Campionaria poi City Life

L’anno 1906 non segnerà soltanto una delle date storiche più eloquenti della vita industriale sempre più operosa e più larga di Milano ; sarà anche forse il principio di un nuovo periodo storico di questa città, la quale, dopo secoli di servaggio straniero, seppe cosi fortemente accentuare la propria gagliardia indipendente e iniziatrice. Ruinata, distrutta dai violenti, dominata da ambiziosi egoisti, soggiogata da Francesi, Spagnoli, Austriaci, contaminata persino dai Cosacchi, Milano diede al fine nell’esplosione magnifica delle Cinque Giornate il segno epico e storico della propria virile dignità e indipendenza. Il poeta meneghino, Carlo Porta, ritraeva nel suo buffo Giovannin Bongé la spavalda viltà del popolano milanese percosso dal soldato straniero prepotente; ma bastò mezzo secolo soltanto, perché quel popolano divenisse eroe, semplice autentico eroe!

Si potrebbe anche osservare che un fondo di dignità nel popolano milanese ci fu sempre, perché, almeno nel secolo XIX, non si abbandonò alle vergogno dell’ozio e dell’accattonaggio, che in altri popoli sono malattie ereditarie e forse inguaribili. La dominazione spagnuola lasciò con altre traccie, deplorevolmente infeste (rovina del commercio, delle industrie, delle arti), l’amore al divertimento esteriore, alla pompa; ma questo amore, come pure altri divertimenti vivaci, il Milanese se li ha sempre pagati lui stesso, col proprio onesto, lungo lavoro, con le proprie fatiche. Non è certo recente il canto popolare milanese, così espressivo, che tuttora a tarda notte nei quartieri popolari esce dalle bocche di allegri devoti di Bacco:

E nun semm semper nun;
E s’emm ciappà la ciocca,
Se l’emm pagada nun!

Sbornie, sissignori, ma non regalate; bensì pagate, e a pronta cassa! Volgarità a parte, tale è la caratteristica di Milano, che vuole esser padrona di sé stessa e responsabile delle proprie azioni, senza dipendere da altri, essa che per secoli fu pur soggetta all’altrui dominio e capriccio. Solo nel 1848 si vide qui la risurrezione liberale d’un popolo, dopo il 1859 si vide la risurrezione di Milano nel portentoso lavoro. Nessuna città italiana, dopo la sua liberazione, sorse così arditamente, fortemente in piedi come Milano. È vero che Napoleone I, scegliendo questa città prima a centro della Repubblica italiana, poi del Regno italico, le dava l’andatura di grande capitale, che l’Austria ritornata sull’Olona le tolse, gettando tanto malumore nei maggiorenti milanesi illusi dapprima, e amaramente delusi subito dopo; ma è anche vero che nessuna città italiana come Milano comprese i doveri e i diritti della nuova era, dopo la liberazione, per le iniziative feconde, per il lavoro incessante, per un progresso che fa ricordare i versi del Giusti, scritti per il movimento liberale d’Italia:

La mano di Dio
Gli ha dato l’andare;
Di farlo fermare
Maniera non v’ha.

Merito grande ebbe, in questa corsa di innovazione e di lavoro civile, un benemerito cittadino, che chiuse i suoi giorni nelle amarezze e nell’oblio: il primo sindaco di Milano, Antonio Beretta, al quale Milano tributò da ultimo giusto omaggio nel consacrargli una via nei nuovi quartieri di Piazza Castello. Il conte Beretta fu l’uomo dei tempi nuovi, fu l’automedonte animoso, che spinse il carro della vita milanese per nuove ampie vie, richieste dai nuovi tempi. Il bilancio municipale rimase scosso e scompigliato per la trasformazione, anche edilizia, di Milano; e fu provvidenziale l’avvento del cauto, fortunatissimo banchiere Giulio Bellinzaghi al sindacato, perché gli squilibrii del bilancio scemassero; ma, intanto, il vigoroso impulso e il grandioso abbrivo erano stati dati dal Beretta: moderare la corsa di Milano era doveroso e possibile; fermarla era antipatriottico, assurdo e impossibile, assolutamente. E quel movimento oggi continua, s’afferma nell’Esposizione internazionale. e cresce.

Così Milano, che sotto il dominio austriaco veniva considerata città pacificamente agricola, diventò città febbrilmente industriale; Milano che un giorno, specialmente sotto il Regno italico, attirava gli uomini di lettere, gli scrittori d’Italia, gli artisti, i lavoratori della mente, attirò gli uomini di borsa, gl’industriali, i lavoratori del braccio; e divenne un enorme falansterio d’operai venuti d’ogni parte e guidati da accorti imprenditori, da proprietarii di fabbriche ricchi di coraggio, d’iniziative utili a loro stessi e al paese, ove per impianti industriali grandiosi, per movimento d’affari non deve ormai troppo invidiare le altre nazioni, atteggiate non più a compatimento ma ad ammirazione verso di noi. Milano ha ripigliato per così dire, il suo antico programma, quando, sotto i Visconti, gli Archinti, i Borromeo, i Simonetta intendevano ai traffici, e qui, fin d’allora, si lucrava sul denaro; la prima cambiale che si ricordi fu tratta a Milano nel pagabile sopra Lucca «a cinque mesi data». Eretta in un centro geografico propizio, due capitali avvenimenti dovevano render Milano ancor più vivo centro d’affari e di prosperità; nodo di movimento industrialo o commerciale; il traforo del Gottardo e il traforo del Sempione.

Il traforo del Gottardo seguì di poco tempo l’Esposizione Nazionale di Milano nel 1881; il traforo del Sempione accompagna l’Esposizione Internazionale di Milano nel 1906. L’Esposizione del 1881 diede la misura del lavoro italiano fra concorrenti italiani; questa del 1906 darà la misura del lavoro italiano fra concorrenti di tutto il mondo civile. L’una era la prima delle Esposizioni dell’Italia compiuta; questa sarà la prima delle Esposizioni dell’Italia avviata veramente a nova vita di progresso e di benessere. L’Esposizione italiana di Firenze nel 1861, più che uno scopo economico, aveva uno scopo politico: affermare l’unità appena conseguita d’Italia; e far sentire ancor più la mancanza delle provincie italiane non ancora congiunte alla grande famiglia risorta e sospiratissime: nientemeno che Venezia e Roma!

Quella Mostra di Firenze, alla quale tanti emigrati veneti lavoravano con entusiasmo e abnegazione (un esperto disegnatore architettonico vi affaticava fra altri come semplice facchino!) sognò appena l’alba economica del paese: la vera aurora fu data dalla Mostra dell’81; il pieno meriggio lo saluteremo quest’anno, circondati dalle altre nazioni accorse alla gara. L’Esposizione italiana del 1881 (quella di Torino nel 1884 fu troppo vicina per segnalare progressi notevoli) ora coperta nei Giardini Pubblici dai prodotti per cinquantamila metri quadrati; aveva novemila espositori; e ciò parve un prodigio, e per più riguardi fu tale. Quanti ne avremo all’Esposizione del Parco, i cui edifici coprono dugento cinquanta mila metri? Lo sapremo alla metà d’aprile, quando l’Esposizione sarà inaugurata.

Ma ogni vittoria porta le sue vittime; ne porterà anche l’Esposizione del 1906; e questa darà altri o più fieri colpi all’anima meneghina, che da più anni si è ridotta al lumicino, in mezzo al sopraggiungere sempre più incessante degl’italiani delle altre parti della penisola e di molti stranieri. Meneghino, il buon vecchio Meneghino dal sorriso sottile e arguto, è ridotto agli estremi. Milano non è più sua; gli sfugge; ed egli manca a Milano; scomparirà del tutto. Da soli trent’anni, come Milano si è trasformata! Dopo l’Esposizione dell’81, e più, dopo il traforo del Gottardo, assunse un aspetto quasi cosmopolita: e il suo carattere di metropoli cosmopolita si accentuerà durante l’ imminente grande Esposizione, e non si cancellerà forse più.

Basta assistere alle rappresentazioni della Scala (il salon di Milano, diceva Stendhal), basta osservare i palchi delle famiglie, per vedere quale profondo mutamento è avvenuto qui in pochi anni. La nobiltà è quasi tutta discesa e sparita; vi è salita la borghesia arricchita, e in questa non pochi gli stranieri. I blasoni spariscono; la nobiltà milanese, alla quale il popolo un giorno era devoto anche per riconoscenza, ha lasciato il dominio ad altre forze dominatrici. Questa nobiltà si ritira, per altro, in buon ordine e con uno stato di servizio ben onorevole. Essa ha il merito d’avere preparati i moderni destini di Milano. Nemmeno al tempo del Parini essa fu quella che il civile poeta la dipinse nel Giovin Signore. I nobili, che si consacravano al bene pubblico o persino ad alti studi, non erano pochi, allora! Senza citare i soliti famosi Verri e Beccaria, antesignani d’innovazioni civili, qui vedevamo i fratelli conti Ercole e Donato Silva pronti ad aiutare gli studiosi con denari, istrumenti scientifici, cognizioni.

Nobili, conti, marchesi formavano la Società Palatina, che aveva lo scopo di pubblicare opere costose, specialmente quelle del Muratori. Un altro patrizio, Luigi Castiglioni, riportava dall’America robinie e altre piante, diffondendone la cultura; il conte Andreani ci faceva conoscere per primo i parafulmini o il pallone areostatico; il conte Giorgio Giulini raccoglieva le Memorie della città e campagna milanese, il marchese Giuseppe Gorini Corio scriveva di filosofia; persino una donna, la contessa Clelia Borromeo, la famosa Clelia dei Cent’anni del Rovani, fondò un’accademia filosofica e letteraria, nella quale disputavano, sopratutto, naturalisti e matematici. Intorno al Conciliatore si raccoglievano i Confalonieri, i Porro, i Visconti d’Aragona…. Le cospirazioni del ’21, chi non sa? furono ordite principalmente dai nobili ; quelle del ’3l dalla borghesia; l’insurrezione del ’48 fu fatta da nobili, borghesi, clero e popolo insieme, in armonia mirabile; e il popolo, che si trovò c-canto ai patrizi nelle barricate, si trovò più tardi insieme sui campi di battaglia e nelle pubbliche amministrazioni.

E l’aristocrazia, intanto, si ritira per lasciar passare la marea dei sopraggiunti, e fra questi, non pochi stranieri animosi, operosi. In Milano, sotto la dominazione austriaca, non s’udiva forse parlare tanto tedesco come adesso. Nuovi elementi d’intelligenza, d’operosità, di vita si sono versati n questo mare effervescente, che s’allargherà sempre più e che avrà tempeste di crisi, è vero, ma crisi vincibili. La città che allestisce un’Esposizione Internazionale con le sole proprie forze, è predestinata a vincere tutte le battaglie. Milano si è trasformata, ma ascende vittoriosa.

Cesare Correnti morì con l’acuto rammarico che le gentili idealità, le quali condussero alla liberazione di Milano, decadevano, sparivano. Ne scriveva malinconico alla dolce amica contessa Clara Maffei; ne scrisse pubblicamente, nel volume Milano e i suoi dintorni, pubblicato da giovani e da vecchi nel 1881, presso l’editore Civelli, in occasione dell’Esposizione Nazionale di quell’anno. Nello squisito, sfavillante proemio di quel libro d’occasione Cesare Correnti, lo stesso uomo che lanciò il popolo di Milano alle Cinque Giornate, pregava, supplicava a mani giunte che non si facesse per carità di Milano una «cascina celtica»: invocava che l’antico spirito d’ideali gentili e alti aleggiasse ancora su Milano. Nobili querimonie, giustissime, sante idealità; ma si potrebbe domandare; Cesare Correnti non fu, forse, uno dei principali fattori della Milano intesa a materiali interessi col caldeggiare il traforo del Gottardo?… Allorché gli elettori non volevano più il Correnti a deputato di Milano, egli, su volante, misero fogliettino, male stampato, ricordava fra le suo benemerenze il lavoro compiuto, perché Milano ottenesse appunto il desiderato traforo del Gottardo, che fu poi preludio a quello del Sempione.

L’ardor degli affari, l’amore affannoso del denaro, la smania dell’arrivo fortunato, offuscano, peraltro, la quieta bellezza de’ sentimenti gentili, ottundono consuetudini garbate, che sono il fiore più delicato della vita. In Milano si deplora il tramonto di consuetudini cortesi; al salotto elegante, patriottico, dove si cospirava con coraggio e con brio, sono successi i circoli, dove si giuoca con ansia, con febbre. Se discendiamo negli strati della società, vediamo non già la cortesia che la scuola elementare, lautamente pagata dal Comune, dovrebbe sempre insegnare: troviamo, invece, pur troppo, salve eccezioni, una ruvidezza sempre più aspra. Ciò contrasta con la gentilezza suprema diffusa da scrittori quali il Manzoni, il Grossi, il Carcano, e da tanti altri, che si consacrarono specialmente all’educazione delle masse e che lottano ancora, perché accanto al libro mastro sia tenuto in onore il libro letterario educativo.

Ma, in mezzo ai ruvidi interessi, sono già sorti uomini intellettuali, che pensano all’ascensione di Milano anche con le idealità rappresentate dall’arte. Proprio in mezzo alla Piazza Mercanti, fra gli affari più rudi, avremo al più presto un palazzo consacrato a un’Esposizione permanente di Belle Arti; sarà un tempio tranquillo di bellezza in mezzo al tumulto della nova vita materiale. Il compenso non potrebb’essere più opportuno e più nobile. Anche per questo si ha ragione di qualche compiacimento ; anche per questo si ascende!

Da: Milano e l’Esposizione Internazionale del Sempione 1906 – Cronaca Illustrata dell’Esposizione compilata a cura di E.A. Marescotti e Ed. Ximenes. Fratelli Treves Editori Milano 1906, p. 99

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