Calimero è un pulcino così scuro di sporco da non essere neppure riconosciuta da mamma chioccia, compare in una serie pubblicitaria di cartoni animati sulla Televisione Italiana dal 1963. E da allora lamenta quel suo triste destino: «CE L’HANNO TUTTI CON ME PERCHÉ SONO PICCOLO E NERO». E superando ogni perplessità e proteste sulle implicazioni vagamente razziali di quel tipo di comunicazione, la serie di cartoni animati è stata poi esportata in tutto il mondo almeno fino al 2013. In alcuni Paesi questo atteggiamento impotentemente vittimista è stato etichettato «Il Complesso di Calimero». Il nome è stato usato anche per indicare i contadini francesi perennemente lamentosi. Secondo gli olandesi, piccolo popolo tra altri più grandi, è il complesso di Calimero a spiegare il loro senso di inferiorità nell’influenzare le questioni internazionali. Nel recente libro Il complesso di Calimero, Marco Del Panta, ex diplomatico italiano, si sostiene che anche quella nazione si veda come l’afflitto pulcino.
Un senso di impotenza italiano evidenziato dalla recente eliminazione della nazionale di calcio dal mondiali a marzo nella partita contro la squadra minore della Bosnia-Erzegovina. Ma è abbastanza strano. L’Italia per dimensione è il terzo paese dell’Unione Europea. Con un’economia che scavalca quella della Russia e forze armate più numerose di quelle della Gran Bretagna. Ma le manca fiducia in sé stessa, secondo Del Panta, e ciò ha portato il paese a sviluppare una vera e propria «tradizione a non esporsi fermamente in politica estera, cercando piuttosto di compiacere tutti e tenersi tutti amici». Nathalie Tocci, che insegna scienze politiche alla Johns Hopkins University, ricorda che da consulente del Ministero degli Esteri notava come si aspettasse di verificare le posizioni di altri paesi dell’Unione prima di valutare le opzioni. Con l’obiettivo di assumerne una intermedia. «Detestiamo prendere posizione – spiega, e così «Ci riduciamo sempre a contare meno di quanto dovremmo».
Il risultato è che l’Italia molto raramente si colloca tra chi decide le questioni europee. Sir Ivor Roberts, rappresentante britannico a Roma dal 2003 al 2006, ricorda con un po’ di imbarazzo l’entusiasmo con cui Tony Blair prendeva decisioni europee insieme a Germania e Francia. «Era la cosa che creava più tensioni» ricorda. Silvio Berlusconi, l’allora primo ministro italiano, «si sentiva come un amante respinto». Le radici di questo atteggiamento italiano in politica estera affondano profondamente nella storia. Fino al tempo in cui il Sud del paese era governato da potenze straniere e il Nord diviso in fragili micro-Stati, vulnerabili agli attacchi del Sacro Romano Impero (loor nominale protettore) o da nazioni emergenti come Spagna o Francia.
O Franza, O Spagna, purché se magna, recita un detto popolare di origine napoletana: «Che importa chi ti dà da mangiare purché si riesca a mangiare?» Duchi e principi riuscivano a mantenere l’indipendenza contenendo pretese, negoziando in segreto col nemico e qualche volta tradendo gli alleati. Ludovico Sforza a Milano invitava i Francesi a controbilanciare il Re di Napoli, ma quando diventavano troppo ingombranti si alleava con Venezia e l’Impero. Scaricando poi Venezia a favore di Firenze, cadendo vittima di una seconda discesa dei Francesi, e finendo i suoi giorni chiuso nei sotterranei di un castello sulla Loira. In tempi più recenti, l’Italia è riuscita ad uscire dalla parte dei vincenti in due guerre mondiali, cambiando le proprie alleanze. Ma le distruzioni e umiliazioni sofferte con la seconda guerra mondiale hanno prodotto un duraturo disgusto per qualunque protagonismo internazionale. Come il Giappoe e la Germania, l’Italia del dopoguerra si accontentava di diventare un peso massimo economico ma peso piuma diplomatico. Ma anche gli ex protagonisti dell’Asse oggi sono diventati assai più protagonisti. Non potrebbe accadere anche all’Italia?
Può darsi. Verso fine marzo, il primo ministro Giorgia Meloni ha fatto qualcosa di insolitamente audace. Informato dagli americani che alcuni bombardieri diretti verso il Medio Oriente sarebbero dovuti atterrare in una base in Sicilia, il suo governo a rifiutato l’autorizzazione. Niente di avventato, visto che secondo gli accordi l’accesso alle basi è vincolato a restare dentro attività correnti, oppure consultando prima il Parlamento. Ovvero l’Italia non ha negato all’America l’uso del proprio spazio aereo come ha fatto la Spagna. E potremmo considerarlo un classico compromesso all’italiana. Mark Rutte, a capo della NATO, è appiattito sulle posizioni di Donald Trump; Pedro Sánchez, primo ministro della Spagna, fortemente critico. L’Italia col suo «non in questo caso» si colloca esattamente a metà. Ma anche così significa qualcosa. Fino al mese scorso sembrava che la mezza via ricercata da Meloni non si collocasse in Europa ma in qualche punto a ovest delle Azzorre. Il primo ministro che ammicca al populismo di destra MAGA ma governa come una buona europea. Ha giocato un ruolo di consigliera di Trump sull’Unione, fatto partecipare l’Italia al Board of Peace con un ruolo di paese osservatore, al contempo sostenendo l’Ucraina, rispettando i vincoli fiscali, allontanandosi dall’euroscetticismo del passato.
«La donna è mobile». Molti a Bruxelles temono che se messa alle strette Meloni si schieri con Washington. Ma ultimamente pare aver compreso quanto siano rischiosi per qualunque leader europeo gli ondivaghi interessi particolari di Mr. Trump. Il mese scorso la maggioranza degli italiani ha respinto con un referendum le sue proposte di riforma del sistema giudiziario. Impossibile naturalmente sapere cosa ha determinato questo esito, ma si è comunque trattato di una verifica della sua popolarità. Coi dazi americane che colpiscono agricoltura e industria italiane, le minacce di prendersi la Groenlandia, il ridicolizzare il contributo della NATO in Afghanistan (compreso il ruolo dell’Italia), la vicinanza di Meloni a un presidente americano così certo non aiuta. E non sorprende che se ne allontani.
Forse sta considerando come talvolta diventi inevitabile scegliere da che parte stare. Più sorprendente forse il fatto che si tratta del pensiero del principale pensatore politico del paese. Diversamente dalle infinite tattiche elastiche a cui si lega in genere il suo nome, Niccolò Machiavelli pensava che «É ancora stimato uno principe, quando elli è vero amico e vero inimico, cioè quando sanza alcuno respetto si scuopre in favore di alcuno contro ad un altro». L’Italia dovrebbe seguire questo consiglio.
da: The Economist, 9 aprile 2026; Titolo originale: Why a big country like Italy acts as if it were small – Equivocating between Trump and Europe suits a history of switching sides – Traduzione di Fabrizio Bottini. Il nome dell’Autore del pezzo riportato dalla column Charlemagne è facilmente desumibile anche se non compare in chiaro sull’articolo. Anche la citazione di Machiavelli in italiano non è ri-tradotta ma copiata incollata da una pagina web diversa



