Il Bronx brucia

L’estate scorsa il Bronx bruciava. In luglio, con un’ondata di calore a colpire l’intera Costa Orientale, le temperature nel quartiere più povero di New York City raggiungevano livelli record con oltre 38 gradi. Il caldo estremo uccide più di 500 newyorkesi ogni estate, quando le zone più affollate, senza verde, si trasformano in veri e propri forni e pentole a pressione. Nessuna zona è più vulnerabile a questa piaga delle morti per caldo del Bronx, dove gli abitanti — 85% neri o ispanici — soffrono in alte percentuali di asma o diabete, lavorano all’aperto, vivono in case come meno aria condizionata di quanto non accada in altri quartieri.

A più di un centinaio di chilometri a oriente, negli Hamptons, è arrivata la crisi climatica anche per gli ultra ricchi di New York. Salgono i livelli dell’oceano, diventano più frequenti gli uragani, e triplica il costo di assicurare gli immobili; gli esperti di settore avvertono che quel posto rischia di diventare un «deserto assicurativo» la prossima estate senza qualche intervento pubblico. La copertura privata evapora, e a colmare il vuoto entra la New York Property Insurance Underwriting Association: lo statale ente «assicuratore dell’ultima spiaggia». E nelle estati che verranno, mentre il caldo mortale arrostisce il Bronx, i ricchi proprietari bianchi degli Hamptons potranno restare più sereni sapendo che le loro proprietà sono tutelate durante la stagione degli uragani grazie a risorse pubblico-private offerte dallo Stato di New York.

Negli ultimi decenni, il concetto di diseguaglianza negli Stati Uniti ha finito per ridefinirsi a causa della sbilanciata esposizione ai danni del cambiamento climatico. Ma già molto prima dell’emergere del pericolo da eventi estremi, il mercato assicurativo privato faceva aumentare la vulnerabilità degli americani più poveri esasperando i rischi anziché mitigarli. Nel suo Born in Flames: The Business of Arson and the Remaking of the American City [W.W. Norton, 2025, 368 pp.], lo storico Bench Ansfield indaga quella vera epidemia di incendi che devastarono il Bronx da fine anni ’60 e per tutto un decennio successivo. Contrariamente alla diceria secondo cui erano gli stessi abitanti ad appiccare il fuoco al proprio quartiere, Born in Flames spiega il modo in cui regole urbane e di mercato troppo lassiste e fedeli a certi interessi quegli incendi nel Bronx li favorivano. «Alla fine si esaurirono solo perché iniziarono a ribellarsi gli abitanti dei percorsi già prefissati per il fuoco» è la tesi di Ansfield. E ai nostri giorni, è ancora viva questa eredità storica, nella forma di una economia locale che privilegia la proprietà ricca lasciando i poveri urbani esposti al rischio. Chi possiede immobili negli Hamptons pretende maggiore attenzione pubblica, mentre il Bronx affronta le incertezze di un pianeta sempre più caldo e la pressione di una finanza predatrice, abbandonato dallo stato.

La leggenda metropolitana della «periferia suicida per vocazione»

Quasi mezzo secolo dopo la fine degli incendi, le immagini del Bronx in fiamme si sono fissate nella memoria collettiva tra i film di Hollywood, i documentari di Netflix, almeno una miniserie TV, e letteratura popolare best seller come quella di Jonathan Mahler col suo Ladies and Gentlemen, the Bronx Is Burning. Soprattutto, quelle distruzioni sono state spiegate come passaggio interno alla crisi fiscale di New York, oltre che prolungamento delle rivolte urbane degli anni ’60. Una narrazione che mette in ombra la dimensione nazionale del problema incendi, che ancora incombe. «La messa a fuoco di quelle larghe superfici della metropoli americana» sostiene Ansfield, era simbolo e manifestazione dell’ascesa dell’acronimo speculativo FIRE (Finance, Insurance, Real estate) a scatenare l’apocalisse sulla pelle dei più poveri. Le distruzioni degli incendi spianavano il campo ad una nuova economia politica basata sull’instabilità immobiliare.

Chi incendiava il Bronx? Ansfield racconta ciò che si rispondeva più o meno negli anni ’70: era la gente ad appiccarsi gli incendi. Uno strascico delle rivolte degli anni ’60, con gli incendi a confermare certe supposizioni di Daniel Patrick Moynihan, i cui resoconti della «patologia sociale dei neri» influenzarono profondamente i programmi federali sulla povertà da Lyndon B. Johnson a Richard Nixon. Altri davano la colpa a spaccio di droga, delinquenza giovanile, qualche amante tradito, qualcun altro che voleva saltare la fila per l’assegnazione di sussidi. Ma con pochi dettagli divergenti, erano queste le spiegazioni «veramente fondate» ricorda Ansfield. In un modo o nell’altro chi nel Bronx non ci abitava dava la colpa agli abitanti che «avevano avuto le esistenze devastate» dagli incendi. Ma la vera origine di quel fuoco era da cercare a Washington, a Albany, nei quartieri finanziari di New York.

Sostenuto da approfondite ricerche, capace di avvincere il lettore come un poliziesco, Born in Flames diventa un viaggio dentro i sotterranei dell’incendio urbano. La narrazione secondo cui si deve dare la colpa ai capri espiatori degli stessi abitanti del Bronx, era già stata contestata, da Vivian Vázquez Irizarry nel documentario del 2019 Decade of Fire (a cui ha collaborato Ansfield per le ricerche). Born in Flames ci aggiunge come importante contributo il legame tra la devastazione del Bronx e il mondo della finanza: specificamente «il mercato assicurativo immobiliare razzialmente stratificato». Le compagnie di assicurazione della casa discriminavano da tempo proprietari e affittuari nelle aree in prevalenza nere o latine, con quote altissime di copertura minima. E dopo le rivolte del 1967 a Detroit, minacciavano di ritirarsi del tutto dalle inner city. Immediata la risposta da Washington. Nel 1968 e nel quadro dello Housing and Urban Development Act, il Congresso istituiva il programma Fair Access to Insurance Requirements (FAIR) a promuovere il rientro delle assicurazioni nei mercati urbani. Il FAIR lanciava i programmi di «ri-assicurazione» pubblico-privati facendosi carico di alcuni rischi e perdite, se in cambio gli assicuratori si impegnavano a coprire le zone «di rivolta».

Il legislatore rivolto al mercato assicurativo incautamente finiva per incentivare gli incendi speculativi. Ansfield dimostra come il programma FAIR crei il rischio consentendo agli affittuari di assicurare degli edifici ben oltre il loro valore reale. Ne risulta un «divario assicurativo» che nelle aree di disinvestimento si traduce nella «condizione di possibilità» di un incendio. FAIR a livello nazionale è responsabile di oltre 275 milioni di perdite nel 1977. La New York Property Insurance Underwriting Association — l’ente che oggi risarcisce le proprietà degli Hamptons — fu uno dei casi peggiori. Nel 1977, aveva accumulato 68,5 milioni id perdite. Fosse stata una «Normale corporation privata» scrive Ansfield, NYPIUA sarebbe fallita. Invece approfittando delle norme statali riusciva a spalmare le perdite su tutto il settore.

Nell’ottobre 1977, il Presidente Jimmy Carter visitava il Bronx per verificare in modo diretto la situazione determinata da incendi e abbandoni. Uno scatto fotografico diventato famoso lo ritrae su uno sfondo di appartamenti vuoti, spazzatura e macerie. Ha un’espressione scioccata. Democratico moderato nell’epoca di rampante fondamentalismo di mercato, Carter non aveva la possibilità di affrontare la crisi urbana. Dopo la sua visita in effetti «partirono numerosi progetti di finanziamento per le trasformazioni» scrive Ansfield, quasi tutti terminati dopo che Ronald Reagan si insediò alla Casa Bianca nel 1980. Più duraturi certamente altri finanziamenti, come quelli per la sicurezza e la polizia locale, che significavano criminalizzare ulteriormente giovani neri e latini. In un’era caratterizzata da austerity e diffidenza e intervento pubblico, l’enfasi posta da Washington sulla repressione della criminalità come chiave della rinascita urbana rappresenta l’unica vera innovazione politica. Invece di fungere da «terreno di verifica per una solida politica urbana nazionale» il Bronx diventò «laboratorio» per quella repressione poliziesca ispirata alle finestre rotte o per le incarcerazioni di massa.

E i quartieri continuavano a bruciare. In assenza di qualche efficace regolamentazione, le proprietà continuavano le speculazioni assicurative. Le compagnie imparavano a gestire perdite crescenti alzando le quote e cominciando il progressivo processo di finanziarizzazione. Una settimana prima della visita di Carter nel Bronx, il panorama devastato occupava gli schermi nazionali quando la rete ABC interrompeva ripetutamente una trasmissione sportiva seguitissima per mostrare l’incendio vicino allo Yankee Stadium. Secondo la leggenda fu la volta in cui il popolarissimo conduttore Howard Cosell dichiarò: «Signore e signori ecco a voi il Bronx in fiamme». In realtà Cosell non pronunciò mai quelle parole, ma la citazione apocrifa, insieme alla visita di Carter, ha finito per segnare un’epoca. Che stessero guardando quella cruciale partita in televisione, o avessero visto l’immagine del Presidente su un giornale, gli americani ricevevano il medesimo messaggio: la principale città del paese era in fiamme, nessuno sapeva perché né aveva idea di cosa fare a proposito.

La parte finale del libro Born in Flames propone la prospettiva vista da chi da abitante del quartiere e della città ha attraversato gli «anni incendiari» provando ad affrontare concretamente il problema con azioni innovative e collettive. La mobilitazione ha assunto diverse forme, dagli esperimenti sulle abitazioni sottratte al mercato speculativo, alle proteste contro la proprietà peggiore. Ma per far finire l’epoca degli incendi ci voleva una strategia spinta dal potere dello stato.

Una fase in cui gli abitanti recuperano qualche controllo è quella durante le riprese di Fort Apache, the Bronx nell’estate 1980. Si tratta del più discutibile esempio di un genere che possiamo definire «Bronxploitation» derivante dalla fascinazione di Hollywood per la New York affondata nella sua bancarotta finanziaria. Liberamente ispirato al western Fort Apache del 1948, diretto da John Ford, il nuovo film propone una vicenda di scontri tra gruppi contrapposti nella nuova frontiera dell’abbandono urbano, con Paul Newman nella parte del poliziotto buono circondato da corruzione e criminalità.

Paul Newman: «Non voglio essere definito porco razzista»

Né Newman né la produzione hanno alcuna idea del rischio di star girando una pellicola razzista, ma provocano una reazione. Gli abitanti formano un Comitato Contro Fort Apache e organizzano picchetti davanti al set; tempo dopo si organizzerà un boicottaggio delle proiezioni in varie città. «Non mi piace essere definito porco razzista» lamenterà Newman nella campagna di stampa che prova a reagire alle contestazioni. Alla fine la produzione inserirà all’inizio del film una nota dedicata ai «cittadini rispettosi della legge» e che strenuamente «ogni giorno lottano per cambiare il Bronx». Ma nonostante questi piccoli sforzi la fortuna critica e di pubblico del film è compromessa. Voleva essere un campione di incassi, Fort Apache, the Bronx, uscito nel 1981 ma è stato accolto molto freddamente.

Il Bronx vive in questo periodo una ripresa dell’attivismo dei cittadini. Nascono e crescono associazioni, gruppi di inquilini, congregazioni religiose, gruppi di pressione organizzati. Importanti esponenti della comunità formano la Arson Strike Force per indagare i casi più sospetti di incendi sfruttando anche le nuove possibilità degli elaboratori IBM mainframe. Molto più noti e ricordati gli interventi di trasformazione edilizia urbana, che saranno accolti positivamente dai media, insieme all’impegno della filantropia. Ansfield dedica il capitolo finale alla People’s Development Corporation, iniziativa di portoricani della Nuova Sinistra fortemente influenzata da ideologie maoiste e Black Panther Party. Come altri gruppi del movimento sweat equity, la PDC occupa edifici abbandonati e li trasforma in abitazioni sottratte al mercato. «Non possiamo contare su altri se non noi stessi» suona uno slogan. Nonostante le origini di estrema sinistra, la PDC è destinata a diventare il «volto nazionale» delle iniziative spontanee per l’abitazione, dopo la visita del Presidente Carter alla sua sede nel1977.

«La riconcettualizzazione effettuata da PDC sugli immobili respinge esplicitamente il mercato privato della casa» scrive Ansfield, ancora affetto da fondamentalismo spesso speculativo. Sottolineando l’autosufficienza e auto organizzazione contro il «paternalismo di stato», il modello dell’azione spontanea si libera del peso della pubblica amministrazione. E sarà lo scetticismo verso l’ente pubblico e il governo centrale di queste associazioni per la casa spontanee di base a renderle tanto care alla filantropia della Ford Foundation, che ne apprezzerà il modello di «capitalismo correttivo». È rientrato in campo anche il settore assicurativo, associandosi a Ford per i finanziamenti di partenza alla rete nazionale delle associazioni spontanee per la casa. Ma la sperimentazione locale non bastava a risolvere la crisi degli incendi. In assenza di efficaci controlli delle compagnie le proprietà continuavano a speculare sfruttando le possibilità dei programmi FAIR.

Gli incendi iniziarono a calare di numero nel Bronx dopo il 1977, col moltiplicarsi delle indagini e dei processi spinti dalla pressione collettiva. A Albany, il parlamento statale approvò norme che consentivano alle amministrazioni locali di esigere tasse immobiliari attraverso le assicurazioni. Le compagnie principali iniziarono a riconoscere i meccanismi speculativi e il proprio ruolo nel provocarli, gli incendi. L’ente statale New York Property Insurance Underwriting Association dopo una forte pressione politica adottò criteri di verifica più rigida. Presi nel loro insieme, cambiamenti decisivi. Già nei primi anni ’80, la stagione degli incendi andava esaurendosi.

A distanza di mezzo secolo, è difficile capire la dimensione di quel fenomeno, delle distruzioni, e la velocità con cui è diventato impercettibile. Ma come sostiene Born in Flames, si tratta di qualcosa assai più familiare di quanto non appaia a un primo sguardo. Al centro della storia del Bronx negli anni ’70 stanno le forze finanziarie e le priorità politiche che ancora oggi comandano nelle città. «Il mondo in cui un solido edificio ad abitazione può produrre più valore crollando che abitandolo – osserva Ansfield – è lo stesso mondo in cui homeless, sfratti, pignoramenti, costituiscono la normalità della vita urbana». La tesi di Ansfield può anche allargarsi ulteriormente. Oggi, sugli abitanti più vulnerabili del Bronx (dove risiedono in totale 1,4 milioni di persone) incombe un’altra catastrofe ambientale, un’altra volta esasperata dal medesimo settore dell’acronimo FIRE e sostenuta dalla pubblica amministrazione. I programmi federali Fair Access to Insurance Requirements che a partire dagli strascichi delle rivolte alimentavano l’andata degli incendi, non danno alcuna risposta adeguata al pianeta che si scalda. Si intensifica il rischio climatico, e si intensificano i conflitti tra assicuratori, proprietari, affittuari, pubblica amministrazione, su quali soggetti o immobili tutelare e chi debba sostenerne i costi.

Emblematico il caso degli Hamptons. I premi assicurativi crescono più rapidamente del livello del mare che minaccia di spazzar via i quartieri dei ricchi sulla costa. Alcuni operatori hanno abbandonato il mercato, proprio come minacciato nei centri città negli anni ’60. Non sorprende che questa impossibilità incombente di assicurare certi immobili abbia ricevuto attenzione sia ad Albany che a Washington. Nello Stato di New York, sia i Democratici che i Repubblicani hanno considerato di fissare un tetto massimo a certi aumenti. E l’estate scorsa il Senato statale ha promosso una indagine sulle speculazioni assicurative. Al Congresso federale, i tentativi di riforma del National Flood Insurance Program (contemporaneo del FAIR, nella legge ministeriale per la casa del 1968) sono ostacolati dalle pressioni del mondo edilizio-immobiliare che vuole continuare a spendere poco in assicurazioni. A differenza di FAIR, il NFIP è sostenuto direttamente dal governo federale, tiene bassi i costi artificialmente, promuove le trasformazioni a rischio, significa spostare risorse dai contribuenti al settore immobiliare.

Il mondo della politica ha risposto alla questione dei rischi ambientali climatici agli Hamptons con una prontezza che contrasta vivamente coi continui rinvii sul bollente Bronx. Cinquant’anni dopo l’inizio della stagione degli incendi gli stessi identici gruppi di isolati si sono trasformati nel ground zero per il problema delle ondate di calore estreme. I gruppi per la giustizia sociale e ambientale ben capiscono come esista una probabilità doppia, per un nero di New York, di morire di caldo rispetto a un bianco. Ma la risposta pubblica sinora non è riuscita ad andare molto oltre l’istituzione di cooling center durante le emergenze, mentre ad Albany hanno approvato un programma per condizionatori gratuiti (quando qualcosa di simile è già fallito in Canada perché il tipo di famiglie povere a cui era rivolto non riusciva a pagare le bollette elettriche). L’intreccio dei problemi climatici con la questione della casa sarebbe una occasione di cambiamento per le classi lavoratrici del tipo chiesto da decenni in Bronx. Qualche passo in avanti potrebbe farlo la sindacatura di Zohran Mamdani. Tassare Wall Street, congelare gli affitti, costruire 200.000 alloggi economici, ma Mamdani dovrà superare l’ostacolo della proprietà e del potere finanziario-assicurativo da cui inizia la stagione degli incendi.

Quanto New York riuscirà a tutelare i propri abitanti più vulnerabili dalla crisi climatica, dipende anche dalla comprensione di ciò che è già accaduto in passato. Born in Flames ci racconta che «le assicurazioni immobiliari restano lo strumento principale di mitigazione del rischio che incombe sulla metropoli». Ma anche la migliore assicurazione non assicura sull’aumento degli affitti, sugli sfratti, o dal caldo estremo: lì deve pensarci la pubblica amministrazione. Contare troppo sulle possibilità del libero mercato ha prodotto un sistema che avvantaggia i ricchi e penalizza i poveri. «L’ondata di incendi appiccati dalla proprietà si è esaurita, ma non ciò che la alimentava e ancora perdura: l’alchimia letale tra capitalismo e discriminazione razziale» scrive Ansfield. Finché l’emergenza delle ondate di calore urbane e della questione delle abitazioni verrà posta sullo stesso piano della stagione degli uragani agli Hamptons, il Bronx continuerà a bruciare.

da: Dissent, marzo 2026; Titolo originale: The Bronx Still Burns – Traduzione di Fabrizio Bottini

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