Quest’anno, Philadelphia sembrerebbe aspirare al record del minor numero di omicidi dal 1963. Ma nel fine settimana del 4 Luglio una calotta di caldo estremo estesa dal Maine al Golfo del Messico è calata su 165 milioni di persone provocando temperature altissime. Città come Boston, Baltimora, e Raleigh hanno superato tutti i propri record, e a Philadelphia si sono registrate per tre giorni consecutivi ondate di caldo oltre i 38 gradi centigradi. La città arroventata ha anche affrontato un fine settimana di violenza armata. Tra il 2 e il 4 luglio il Gun Violence Archive ha registrato nove sparatorie, con tre morti e nove feriti. «Chi usa questo tipo di violenza appartiene a fasce di popolazione molto vulnerabili prive della possibilità economica di sostenere impianti ad aria condizionata» commenta Marion Campbell, direttrice esecutiva di Eddie’s House, associazione senza scopo di lucro di Philadelphia che opera nell’ambito della prevenzione della violenza armata e dei servizi sociali alle fasce più deboli. «Quando hai molto caldo sei anche molto irritabile, certo. Voglio solo essere realistica. Se sei irritato e non riesci a gestire il tuo disagio quello peggiora ulteriormente».
Le ricerche confermano ciò che Campbell rileva sul campo: quando salgono le temperature, cresce anche la violenza armata. Ciò che sinora non si conosceva però è l’effetto del cambiamento climatico su questi comportamenti. Nuovi studi che ci vengono comunicati da Climate Central, ente senza scopo di lucro che si occupa di cambiamento climatico e comunicazione, stimano che circa 2.000 sparatorie tra il 2021 e il 2025, nelle 100 U.S.A. più violente, sono da attribuire ad elevate temperature attribuibili al cambiamento climatico. E quel doppiamente arroventato fine settimana del 4 Luglio a Philadelphia aveva il doppio di probabilità di verificarsi proprio a causa del cambiamento climatico, secondo Climate Central. È solo l’inizio, perché con crescere delle temperature probabilmente crescerà anche il loro effetto sulla violenza armata.
«In tutte queste città, vediamo complessivamente crescere con le temperature anche il rischio di violenza con armi da fuoco» spiega Kristina Dahl, vicepresidente per le ricerche scientifiche di Climate Central. «In assenza di tagli netti e immediati alle emissioni globali di gas serra, il pianeta continuerà a riscaldarsi» continua Dahl. La teoria secondo cui temperature più elevate corrispondano a più violenza è abbastanza sedimentata, secondo John Roman, professore al centro di ricerche sociali NORC dell’Università di Chicago, a cui abbiamo chiesto un riscontro-revisione delle analisi di Climate Central. Forse può confondere un osservatore casuale il fatto che quest’estate alle temperature record alte sia corrisposto un record basso di violenza armata in tante città. Ma questo non significa che non esista l’effetto cambiamento climatico, conferma Roman. «Credo che se avessimo ancora il clima del 1980, ci sarebbe molta meno violenza di quella che vediamo oggi».
Capire come succede
Sinora, la ricerca non ha dati incrociati precisi sugli effetti del cambiamento climatico nella violenza. «Parliamo di quasi 2.000 sparatorie attribuibili alle alte temperature da cambiamento – dice Dahl – e c’è molta gente esposta ad eventi traumatici». Nessun singolo caso di sparatoria viene attribuito al cambiamento climatico. Esistono fattori multipli di stress e contesto, e chi spara non ammetterà mai di averlo fatto perché faceva troppo caldo. I ricercatori di Climate Central invece hanno studiato in aggregato le correlazioni tra cambiamento climatico, temperature, violenza armata in ciascuna delle 100 città studiate.
Si è partiti individuando il rapporto tra temperature esterne e violenza. Cosa complicata, visto che una giornata estiva da 35° centigradi è insopportabile nell’umido nord-est mentre magari non ci si fa più caso di tanto a Phoenix. Dunque ogni città ha un proprio modello particolare di violenza, un’equazione basata su valori storici che restituisce una quantità di sparatore connessa a ciascuna temperatura. Poi si applica il modello per controllare quante sparatorie si sarebbero verificate in quella città in caso di temperature meno elevate, senza cambiamento climatico. A simulare quel mondo meno riscaldato, i ricercatori hanno utilizzato un modello climatico elaborato da scienziati di tutto il mondo, insieme alle temperature record effettivamente rilevate, per calcolare ipotetiche temperature quotidiane per ciascuna delle 100 città.
Comparando queste temperature teoriche con quelle effettivamente registrate si stima che il cambiamento climatico abbia aumentato le temperature di una giornata tipica di una media di un grado e mezzo, con variazioni da circa un grado a San Francisco o Miami, fino a più di due gradi a Fresno, California. Una volta capita le differenza, si può utilizzare il modello di temperatura di una città per stimare la quantità di sparatorie connesse. Su un arco di cinque anni e per 100 città, la differenza è di 1.950 eventi in più, circa lo 1,7% dei 116.281 totali rilevati dal Gun Violence Archive per quelle città in quel periodo. A Philadelphia, la differenza in gradi è di un grado emezzo centigrado circa, che fa aumentare di 149 sparatorie quelle dal 2021 al 2025. La parola chiave è «Stima». Sono stimate le temperature così come stimati sono i casi di sparatoria connessi a quelle temperature. E il clima rappresenta uno dei tanti fattori che influenzano la violenza armata in una città. «Esistono tante variabili che contribuiscono a determinare il tasso di sparatorie. La temperatura è solo una» spiega Dahl. Ma «noi possiamo analizzare segni del cambiamento climatico in questi dati». In altri termini, 149 sparatorie in più a Philadelphia è una stima, ma la tendenza appare chiarissima: il cambiamento climatico spinge ad un aumento dei casi.
I più vulnerabili
In una data città, non tutte le zone sono egualmente sensibili agli effetti delle temperature più calde. L’impatto del cambiamento climatico sarà più avvertibile nei quartieri dove già è elevata la violenza armata. Quella verdeggiante New York City dove si incontrano e passeggiano Harry e Sally esiste davvero. Ma a pochi chilometri dallo Upper West Side di Manhattan sta il Bronx di Mott Haven, un posto con percentuali di violenza armata assai più elevate. Il reddito medio è inferiore di 100.000 dollari, e c’è il 40% in meno di verde, secondo l’ufficio sanitario cittadino. L’asfalto assorbe e concentra il calore, alzando in superficie le temperature di quasi 3 gradi in una giornata media, con una differenza che alla lettera è tra la vita e la morte.
Quartieri come Mott Haven sono famigerati per essere isole di calore urbano, e a livello nazionale sono abitati sproporzionatamente da popolazione non bianca. Mott Haven è al 97% nera e latina. A una recente assemblea di zona, ci si organizzava per gli effetti del caldo. Circa l’84% delle famiglie possiede un condizionatore, lasciando senza il 16% secondo i dati ufficiali. Ma anche chi ha l’aria condizionata dovrebbe affrontare costi proibitivi. Una madre mostra una bolletta mensile da mille dollari. «Non si può tenerla accesa tutto il giorno» commenta Soledad Alvarado, residente storica di Mott Haven e membra della Waterfront Alliance. Gli abitanti la accendono a livelli di pura sopravvivenza, nelle ore più calde.
E fuori di casa non c’è alcun sollievo. I percorsi dell’autobus corrono su strade senza ombra. Le stazioni della sotterranea sono trappole bollenti dove la temperatura può essere superiore di 10° centigradi rispetto alla superficie. I campi da gioco asfaltati, senza prato, sono insopportabili. Chi lavora all’aperto accumula stress termico per tutta la giornata. Attualmente in città non si prevede di fermare le attività, indipendentemente dal caldo estremo. Situazione che non è certo casuale ma riflette una realtà storica di investimenti – o meglio mancati investimenti – nei quartieri, continua Dahl di Climate Central. «Sappiamo che le parti più calde delle città corrispondono a quelle dove non si è investito in verde che contribuirebbe a rinfrescare l’ambiente. Alberi, giardini in grado di proiettare ombra e rinfrescare di solito scarseggiano».
«Gli esempi sono tutti molto molto simili, quando il cambiamento climatico abbatte i suoi effetti su chi ha meno risorse per affrontarli». Quando l’onere delle ondate di calore ricade sulle comunità svantaggiate aumenta la probabilità che si traducano in un incremento della violenza, spiega Kimberly Meidenbauer, professore associato di psicologia alla Washington State University che coordina un laboratorio di neuroscienza ambientale. Difficoltà finanziarie, scarsità di risorse, discriminazione, ambiente violento, mettono il corpo in una condizione di stress detta di pressione allostatica. Quando la condizione diventa cronica, è difficile per il corpo umano sedarla. «Nel contesto delle ondate di calore, parliamo di un fattore di stress in più. Se il nostro corpo è già alterato da altre pressioni probabilmente non sarà in grado di gestire questo carico ulteriore».
Risposta scientifica ai perché
Perché il caldo spinge alle sparatorie, se tante persone sono state miserabilmente esposte alle elevate temperature senza aggredire nessuno? La scienza ha due gruppi di spiegazioni, e una opzione non esclude l’altra. La prima ha a che fare con la fisiologia umana. Tutto inizia con lo squilibrio indotto dal calore nei nostri corpi, continua Meidenbauer. La regione dell’ipotalamo nel cervello riceve il messaggio di un eccesso di temperatura e prova a spostarla verso l’esterno attraverso la sudorazione, si allargano vene e condotti verso la superficie della pelle. «la termoregolazione è efficace per mantenere un certo equilibrio, ma è anche qualcosa di scomodo, disagevole». Quel disagio induce situazioni emotivamente negative, instabilità, irritabilità, ostilità, frustrazione, e agisce anche su porzioni del cervello che normalmente contribuiscono a un maggiore controllo delle nostre emozioni.
La ricerca sta iniziando ad esaminare la possibilità che il nostro cervello non sia efficacissimo nell’individuare esattamente la fonte dello stress. Intrappolata nel caldo della metropolitana, una persona tende a darne la colpa al bambino che strilla invece che all’elevata temperatura. Peggio ancora, questa condizione appare propensa a modificare la comprensione dello stato emotivo altrui. «Quando si ha molto caldo, gli altri vengono percepiti come più ostili ed aggressivi, si altera l’idea delle loro intenzioni eventualmente minacciose, ecco cosa osserviamo in certe conseguenze» conclude Meidenbauer.
Gli scienziati stanno lavorando a dimostrare una volta per tutte che il caldo in quanto stimolo causa l’aggressione degli altri. Al laboratorio di neuroscienze ambientali della WSU, dei volontari vengono collocati in una sauna agli infrarossi, e invitati a un videogioco partita contro avversari (inesistenti) in un’altra stanza. Le temperature più calde sono associate ad «impulsiva aggressione» e furto. L’altra causa possibile, detta teoria delle attività di routine, risale a studi degli anni ’70 dove si suppone che la violenza cresca con la temperatura perché le persone stanno di più fuori e così esposte a varie fonti di potenziale conflitto. Un esempio tangibile è la diffusione uniforme delle sparatorie in contesti come gli eventi sportivi nelle scuole superiori. Eventi quasi mai premeditati che si verificano perché c’è riunita una gran quantità di persone, alcune delle quali hanno con sé un’arma da fuoco.
Secondo Roman, si tratta di un comportamento evidente anche dai dati. La violenza armata inizia a crescere da temperature abbastanza contenute e poi cresce ancora, fino ad un certo punto. Quando col calore estremo questa violenza tende a diminuire.«Se ci sono più di 35 gradi puoi essere furioso contro qualcuno, ma aspetterai che faccia un po’ meno caldo per andare a cercarlo». Quando fa davvero caldo – prosegue Roman – «si sta riparati all’interno». Ed ecco un segnale inatteso sul rapporto tra cambiamento climatico e violenza armata, che non solo aumenta nelle giornate molto calde, ma fa aumentare la quantità di giorni dell’anno in cui si supera una certa soglia minima. «Più giornate in cui la temperatura spinge ad uscire, più persone esposte alla violenza, e quindi non è tanto che a luglio il clima sia arroventato e le persone tutte cortocircuitate. È piuttosto che a marzo o aprile o ottobre o novembre si sta fuori più volentieri».
Stereotipi
Tornando al quartiere di Mott Haven, gli abitanti dichiarano di temere che il collegamento tra temperature e violenza armata possa indurre a qualche stereotipo, col caldo che ha effetti deleteri su persone di colore. «La gente che non è di qui immagina tanta gente del Bronx insieme e che stia accadendo qualcosa di violento», ma si tratta semplicemente della ottima tradizione di stare all’aperto quando fa più caldo, in modo pacifico e sereno. Quest’estate tutte le vittorie sportive da celebrare e relativi cortei spontanei hanno portato per strada gente di tutti i colori, insieme e pacificamente.
In realtà clima, razza, violenza, sono cose storicamente e falsamente collegate. È il cosiddetto determinismo climatico, l’idea che più caldo produca persone meno civili e controllate, è diffusa da secoli, ed è stata anche alla base del colonialismo e della schiavitù. Nelle manifestazioni per i diritti civili del 1967, in 128 diverse città con le proteste contro la discriminazione razziale, la violenza poliziesca e la segregazione economica, qualcuno riuscì a trovare addirittura la spiegazione fantasiosa della «estate lunga e calda». Prima di quell’estate, FBI avvertiva che l’irrequietezza razziale era un «fenomeno estivo» indotto dal caldo, oltre che dai comunisti. «la temperatura è solo uno dei tanti fattori che spiegano perché qualcuno in una giornata particolarmente calda usa una pistola – prosegue Dahl – esiste una lunga serie di interventi e servizi e politiche in grado di alleviare alcuni dei fattori di stress che conducono a comportamenti del genere».
Soluzioni
Molte città hanno migliorato l’accessibilità dei propri abitanti a spazio verdi o freschi, dalle biblioteche, alle piscine, ai centri comunitari, così che il corpo possa trarre almeno un po’ di sollievo dalle temperature estreme. A New York questi rifugi dal caldo operano nelle emergenze.L’ufficio del Sindaco ha anche varato un servizio di veicoli per trasportare eventualmente gli anziani da casa, e centri pop-up di raffrescamento per chi lavora all’aperto. Ma le risorse sono limitate. Il programma rivolto alla fornitura di impianti ad aria condizionata per le fasce più vulnerabili a richiesta (ultrasessantenni, bambini, famiglie disagiate) ha spesso di accettarle molto prima dell’estate. E poi il medesimo programma non sostiene le bollette elettriche di chi fa funzionare quei condizionatori.
Un’altra idea è quella di informare meglio le persone, prosegue Meidenbaue. «Molta della nostra comunicazione riguarda i comportamenti, l’attenzione al caldo e alle proprie condizioni di stanchezza e spossatezza. Sappiamo bene quanto il caldo ci condizioni psicologicamente. Quindi è importante spiegare alle persone di badare a come si sentono, se ragionano con chiarezza, se hanno disturbi del sonno a causa del caldo». Altre soluzioni più di lungo termine sono il contrasto alle cause stesse delle isole di calore.
Tornando a Philadelphia, una ricerca del 2018 rileva come pulire dai rifiuti e piantare erba nei lotti non edificati faccia diminuire fino al 29% la violenza armata nei quartieri particolarmente poveri. E oggi la città sta varando importanti programmi di greening come il Progetto Alberi, a finanziamento pubblico ma gestione della Pennsylvania Horticultural Society. Obiettivo: 30% di copertura arborea cittadina. Ci sono quartieri dove la copertura arborea è inferiore al 2% e risultano più caldi di oltre 10° centigradi rispetto ad altri con verde. Politiche necessarie dato che si prevede un peggioramento della situazione riguardo al caldo estremo. «Adesso sappiamo che ad aumenti della temperatura cresce anche la rabbia delle persone, e se c’è anche qualche arma da fuoco probabilmente scatterà la violenza» conclude Adam Garber, direttore esecutivo di CeaseFirePA, gruppo di pressione senza scopo di lucro. E «sappiamo per certo che farà ogni anno più caldo a causa del cambiamento climatico».
da: The Trace, 19 ottobre 2026; Titolo originale: Higher Temperatures Fuel Gun Violence. Now We Know How Much Is From Climate Change – Traduzione di Fabrizio Bottini



