A fine maggio, Jannik Sinner, numero uno del tennis mondiale, stava chiudendo il secondo set contro Juan Manuel Cerúndolo, che è cinquantaseiesimo in graduatoria, al Roland Garros. Quello che gli anglosassoni chiamano il French Open, si gioca in una tradizionalmente splendida stagione dell’anno, in cui i parigini si godono il clima temperato. Sinner, scattante ventiquattrenne italiano dai capelli rossi, braccia svelte e tiri sparati come fucilate, aveva vinto trenta incontri di fila ed era il grande favorito. Dopo quei due set senza esagerazioni, già era in vista della vittoria, con una probabilità del 99%. Ma mentre Cerúndolo si preparava al servizio, Sinner faceva una smorfia, pochi passi un po’ rigidi, stiracchiando le gambe come se fossero in preda a dei crampi. Si giocava da meno di due ore, ma in un maggio che sembrava agosto. Parigi era schiacciata da una cappa di caldo, e il campo di terra rossa era diventato un forno solare.
Di solito, Sinner attacca con energia esplosiva, piegando le lunghe gambe prima di scattare in avanti, coi piedi che si staccano dal terreno ad ogni colpo. Stavolta prendeva la palla con un po’ di goffaggine e i piedi restavano incollati a terra. Persi malamente i due set successivi, ha lamentato probabile disidratazione e chiesto un medico. Pausa di dieci minuti, ripresa dell’incontro, Sinner sempre più rigido, esitante, debole. Perde la partita. «Colpito dal caldo» annuncia un commentatore, e il notoriamente sempre in gran forma Novak Djokovic diventa il gran favorito del torneo. Il giorno dopo, Djokovic vomita in campo al quinto set e perde la partita. Riesce a fare anche di peggio il ventenne ceco Jakub Menšík, arrivato alle semifinali. Dopo aver vinto un partita di quattro ore quaranta minuti, crolla a terra, scosso da crampi per qualche minuto mentre arrivano i medici col ghiaccio. «È perverso giocare con questo tempo» commenterà negli spogliatoi dove è stato portato in sedia a rotelle.
Per generazioni il French Open ha rappresentato l’ideale inizio dell’estate europea. Nel 2026, lo spettacolo di atleti ai vertici mondiali abbattuti come birilli dal caldo diventa il segnale del riscaldamento continentale che pone fine a una lunga stagione. Anche se gli scienziati avvertivano da decenni del pericolo del caldo estremo, la politica europea non ha prestato particolare ascolto almeno fino all’agosto 2003, quando l’ondata di calore ha ucciso oltre 70.000 persone. Ma senza iniziare a programmare per un continente che si sarebbe riscaldato a ritmi doppi rispetto a quelli globali. La spiegazione di questo sta in alcuni fattori regionali. Tra cui il collegamento fra Europa e Artico, che si scalda molto in fretta. Arretra la linea della neve mettendo a nudo suolo che assorbe più sole; il terreno secco contribuisce meno a rinfrescare l’atmosfera. Mentre forti venti portano aria calda dall’Africa verso nord, e un minore inquinamento atmosferico diffuso fa entrare più luce nel processo detto brightening. Tutti questi fattori insieme compongono il contesto delle estati arroventate, gli incendi distruttivi, le cappe di caldo soffocanti che mettono a rischio salute, cultura, economia in Europa.
Storicamente il caldo è sempre sfuggito alla qualificazione di crisi. A differenza di altre calamità forse più visibili — uragani, terremoti, tornado, alluvioni, incendi — le temperature anche arroventate in sé non producono immagini drammatiche abbastanza da diventare virali. Di norma le vittime sono anziani, poveri, socialmente isolati residenti in zone disagiate, il che rende le ondate di calore dei killer invisibili di persone altrettanto invisibili. Negli ultimi cinque anni però il caldo in Europa si è fatto troppo letale per continuare a ignorarlo: settantamila decessi correlati stimati nel 2022, quarantottomila nel 2023, sessantatremila nel 2024. A giugno — il più caldo mai registrato in Europa Occidentale — si è registrato un aumento di diecimila morti quando a Parigi il termometro ha segnato 40 gradi, a Bordeaux più di 42, a Gascony ha superato i 44.
La Torre Eiffel e il Louvre hanno chiuso, il museo con la motivazione che l’edificio «non è adeguato al cambiamento climatico». Un impianto nucleare nella Francia sud occidentale ha spento un reattore perché il fiume usato per il raffreddamento si era surriscaldato. Decine di giovani sono annegati, tra cui un noto calciatore ventunenne, cercando sollievo nei corsi d’acqua; tre bambini morti nei roventi abitacoli delle auto. Alcuni parigini hanno cercato rifugio negli alberghi con aria condizionata. Il solo fatto che ci fossero stanze disponibili nel pieno della stagione turistica europea indica i problemi che sta attraversando il settore che pesa tre trilioni di dollari sul PIL continentale. Sempre più viaggiatori rinunciano alle vacanze estive in città ridotte a sauna, spostandosi invece verso territori più freschi come Islanda, Norvegia, Danimarca.Un sondaggio rileva come metà dei turisti evitino alcune mete per timore del caldo estremo o altri disastri naturali. Uno studio pubblicato nel 2023 dalla Commissione Europea prevede «una chiara tendenza allo spostamento a nord del turismo» che «diventa più pronunciata negli scenari a temperature più elevate» con conseguenze economiche tangibili per Madrid, Lisbona, Atene, e Milano.
«Si viaggia nelle città europee per una esperienza culturale» spiega intervistato Daniel Scott, studioso di turismo all’Università di Waterloo, in Ontario. «Che si tratti di Parigi, Barcelona, o Roma, si passeggia, si guarda, si fa shopping, si sale su qualche imbarcazione, si entra in un museo, in un ristorante, in un caffè. Per la maggior parte del tempo si è all’aperto». Il cambiamento climatico trasforma rapidamente il viaggio di piacere in un percorso di attenuazione del dolore. «Quando sono in Europa, noto quante persone si affollano sotto gli alberi e nelle zone d’ombra- racconta Scott – ma molte mete turistiche, faccio l’esempio dell’Acropoli, non danno proprio modo di evitare il sole incombente. Nelle giornate particolarmente calde, c’è la Croce Rossa che distribuisce acqua, e medici pronti a soccorrere le persone in difficoltà».
Parigi, come l’Acropoli, non è stata costruita per questo clima, e non si è ancora adattata. I francesi notoriamente diffidano abbastanza dell’aria condizionata, considerandola una sorta di affronto culturale, una minaccia alla bellezza architettonica, oltre che un contributo al riscaldamento globale. Un sondaggio Ipsos pubblicato a giugno rileva che il 78% dei francesi considera il condizionatore «poco rispettoso dell’ambiente». Solo il 25% delle case ne sono dotate, contro il 60% dell’Italia o l’89% degli USA. Il problema è che questa estate rovente è solo una anticipazione della ancora peggiore instabilità climatica che ci aspetta. Météo-France prevede che la Francia sperimenterà cinque volte tanto episodi estremi al 2050 e dieci volte tanto nel 2100. Chi sopravviverà alle future estati potrebbe ricordare quella del 2026 come particolarmente mite.
Gran parte dei governi europei, a differenza dell’attuale amministrazione americana, riconoscono la grave minaccia costituita dal cambiamento climatico. Più rinfrescamento meccanico, che sia da condizionatori d’aria tradizionali, o da pompe di calore e sistemi geotermici a meno emissioni, pare inevitabile anche in Francia. Lo stesso vale per elettrificazione e produzione energetica da fonti rinnovabili. Ma gli stati nazionali agiscono molto lentamente. Sono le città, dove il rischio si avverte più urgentemente, a mobilitare architetti, urbanisti, amministratori, per abbassare le temperature, ripensando le forme degli antichi spazi secondo i criteri essenziali del rinfrescamento: acqua, suolo, ombra.
A luglio, sono a Milano proprio mentre sta colpendo più forte la terza ondata di calore europea, dopo ciò che i meteorologi chiamano «Blocco Omega»: un sistema ad alta pressione che intrappola aria dal deserto africano sopra il continente impedendo correnti più fredde. Il caldo produce molto peggio che non solo una minaccia alla salute urbana collettiva. In tutta l’Europa Occidentale, sta creando le condizioni di una emergenza incendi che a fine luglio obbligherà allo sgombero oltre trecentomila persone tra Francia e Spagna, uccidendone più di una decina nella provincia di Almería.
Sono qui per incontrare Stefano Boeri, architetto e urbanista milanese noto per i suoi progetti di edifici e anche territori di scala metropolitana pensati attorno agli alberi. Prima voglio vedere la sua opera più famosa, il Bosco Verticale: due torri ad appartamenti, una da ventisei e un’altra da diciannove piani, le cui profonde balconate contengono alberi arbusti e piante da fiore a sufficienza da occupare in orizzontale quasi cinque ettari, per non parlare delle venti specie di uccelli, che Boeri considera legittimi inquilini. Il Bosco Verticale l’avevo visto in tantissime foto e filmati, ma guardarlo dal marciapiede è davvero eccitante e surreale. Puntando gli occhi in alto dall’afa della via, gli edifici appaiono come torreggianti sequoie, quelle facciate di foglie ondeggianti nel vento incredibilmente vive.
Un collaboratore dello studio Boeri mi ha organizzato una visita in un piccolo appartamento tenuto al nono piano della torre più alta dagli architetti. Le finestre inquadrano un cielo contornato da intrichi di foglie e disorientanti grossi tronchi che spuntano da enormi contenitori, protetti dal vento con spessi cavi verticali. Apro l’anta scorrevole per uscire sul balcone. La luce filtra tra le foglie, si avvertono sottili profumi di olivo, ginestra e rosmarino. L’aria è notevolmente più fresca di quanto non fosse giù sul marciapiede. La mattinata si sta già scaldando verso i 33 gradi, ma voglio solo sedermi lì ad ascoltare gli uccellini, respirando insieme agli edifici.
Nel pomeriggio Boeri mi accoglie nel suo studio, ex sede giallo vivo di un editore in una zona molto verde ai margini del centro città. Elegante informale sessantanovenne, capelli bianchi, sorriso cordiale e l’abitudine di alzare gli occhiali sulla fronte. Attorno, sessantacinque persone chine su lunghi tavoli dove si allineano modelli di boschi verticali. Passeggiando per lo studio, Boeri mi racconta di quanto lo affascinasse la simbiosi tra alberi e persone fin dall’infanzia, leggendo Il Barone Rampante di Italo Calvino [l’edizione inglese titola The Baron in the Trees nd.t.]. Dove un ragazzo dodicenne, Cosimo, si ribella contro la famiglia aristocratica e la falsa divisione Illuminista tra natura e cultura, arrampicandosi su un leccio e passando tutto il suo tempo tra i rami più alti. Dove caccia, raccoglie, si raccoglie una biblioteca, si innamora, scrive una dichiarazione dei diditti umani, delle donne, dei bambini, animali, pesci, insetti, tutte le piante.
Boeri ha contribuito a inventare edifici che riproducevano questo senso di vitalità. Spiega: «Volevo rendere plausibile e possibile ciò che appariva ancora impossibile, creare una nuova percezione: una facciata che è un bosco alto centoventi metri, che vive e respira cambiando di continuo con le stagioni e la crescita degli alberi». Ma i motivi del bosco verticale non sono solo sentimentali. «L’edificio green offre molti vantaggi ecologici. Le facciate in materiali inerti assorbono calore, scaldando l’interno mentre si scaldano anche le vie quando gli edifici di notte restituiscono il caldo. Una copertura arborea verticale mantiene l’interno di diversi gradi più fresco, e fa risparmiare energia. Toglie inquinamento dall’aria perché le piante assorbono polvere e anidride carbonica». E conclude: «Naturalmente il bosco è anche un habitat. Mantiene vita».
Nonostante il Bosco Verticale appaia straordinario già guardato dalla strada, la cosa più meravigliosa che mi è capitata di vederci è riservata solo a chi è abbastanza ricco da poterci abitare. Boeri, che ha realizzato o sta realizzando trenta boschi verticali nel mondo, riconosce quanto pesi la questione economica in questi edifici. Di nuovo nello studio, mi mostra gli ultimi progetti concepiti per allargarne a un ambito più vasto i vantaggi, come nelle case sociali a Eindhoven, nel centro di riabilitazione di Shenzhen, o in una riqualificazione con l’uso degli alberi a Bruxelles. A livello internazionale Boeri è noto per i progetti sviluppati in altezza. Ma ce n’è uno forse più ambizioso concepito in orizzontale. Nel 2007, ha proposto Metrobosco, una fascia verde da trentamila ettari attorno a Milano composta da centinaia di migliaia di alberi. «Oggi la copertura arborea della città interessa solo il 15% della superficie» spiega. A Barcelona, questa percentuale sale al 25%, a New York è del 23%. «Abbiamo bisogno di più alberi per ripulire l’aria, ma anche per il rinfrescamento». Nella gran parte delle città moderne «l’ombra rappresenta una delle risorse più preziose, piantare alberi – tanti tanti alberi – è il modo migliore per ottenerla».
Un progetto tanto ambizioso richiede un forte sostegno pubblico. Boeri, figlio della famosa architetta Cini Boeri e di una influente famiglia milanese, poteva ragionevolmente aspirare ad ottenere un consenso per la propria idea. Ma, dopo la piantagione di trecentomila alberi, il progetto si è arenato dopo spostamenti di equilibri politici. Anche la fama del Bosco Verticale ha rappresentato un’altra occasione per Boeri. Nel 2019, ha lanciato Forestami, organizzazione civica per piantare tre milioni di alberi, uno per ogni abitante della città metropolitana di Milano, entro il 2030. «Potremmo anche non arrivare a quelle quantità – ammette Boeri – ma ciò che più conta non è quanti alberi si piantano. Ma quante foglie crescono e compongono la dimensione della copertura arborea, quanta superficie in ombra riusciamo a produrre».
Il giorno successivo, quando la «temperatura percepita» si avvicina ai 33 gradi, mi sposto verso il Parco Nord Milano, 930 ettari di verde urbano, dove Maria Chiara Pastore, responsabile scientifica di Forestami, e Riccardo Gini, direttore tecnico (anche direttore del Parco Nord), mi mostreranno materialmente copertura arborea e ombra. Alla fine di un lungo corridoio residenzial-commerciale, il parco nato negli anni ’70 in una zona già a destinazione industriale, appare abbastanza improvvisamente. C’è un’ampia area aperta dove ciclisti e runner a torso nudo («è la divisa caratteristica del Parco Nord» osserva Gini) passano accanto a laghetti e fontanelle. Pastore, in abito estivo a disegni bianchi e rossi e sandali, mi accompagna misericordiosamente dal forno pavimentato del parcheggio a un piccolo ufficio ad aria condizionata, dove mi mostra una mappa digitalizzata della diseguale distribuzione degli alberi a Milano.
Nel centro città, sono scarse le opzioni per aggiungere un po’ di ombra con le piante. A parte alcuni giardini e parchi pubblici e privati, i quartieri offrono vie e marciapiedi stretti con pochissimo spazio: «Praticamente non ci può stare quasi nulla» mi spiega Pastore. E crearne di spazio con la depavimentazione delle vie inevitabilmente crea un cambiamento climatico politico tra chi non vuole cedere spazi a parcheggio o cambiare le abitudini di mobilità in auto. Nonostante tutto ciò a Milano in quattro anni si sono portati a termine oltre settanta progetti di depavimentazione, in gran parte abbastanza piccoli, negli isolati i cui abitanti chiedevano più verde e ombra. «Le persone apprezzano molto – spiega Pastore – ma ci vogliono molti soldi, molto molto tempo e tanto lavoro per riuscire».
Gini, agronomo che ha coordinato la piantagione di duecentomila alberi a Parco Nord nell’ultimo quarto di secolo, è abbronzato, mani da lavoratore, atteggiamento positivo, tutti requisiti indispensabili per il suo lavoro. Usciti dall’ufficio ci accompagna in auto lungo filari di alberi maturi ampie radure erbose e chiazze di arbusti e alberelli. Si china a controllare qualche giovane acero o quercia, a volte alti giusto un metro o due, il tronco un bastoncino. «Gli esemplari maturi arrivano da un vivaio in Toscana dove il terreno è molto simile a quello di qui» spiega, indicando esemplari molto sani e altri più piccoli che nonostante l’abbondante irrigazione stentano e potrebbero anche non sopravvivere. «Credevo si sapere quali specie fossero più adattabili ma col cambiamento climatico diventa tutto più difficile. Forse dovremo cercare delle piante più a sud». Pastore, che è anche professore al Politecnico di Milano, racconta di colleghi impegnati a studiare le specie in grado di crescere meglio in un ambiente più caldo: «Ci sono parecchie variabili – più calore, più precipitazioni, più siccità. E poi gli insetti, i parassiti, le malattie. Complicata la ricerca scientifica».
Gli alberelli appena piantati, con la base avvolta di plastica bianca, non possono ancora dare alcuna copertura, e dopo pochi minuti sotto il sole del pomeriggio abbiamo gli abiti zuppi di sudore. «Torniamo nell’aria condizionata» ordina Gini, pilotandoci verso un boschetto di esemplari più maturi, carpini di vent’anni con le foglie fitte e ruvide che sembrano pieghettate a mano. Sollievo immediato. V. Kelly Turner, studioso di ambiente e territorio alla U.C.L.A., mi raccontava che «una persona all’ombra avverte fino a 30-40 gradi meno di chi sta al sole a pochi metri di distanza» (avete letto giusto la quantità di gradi centigradi). Il termometro si avvicina ai 38 gradi ma questo boschetto di carpini riesce a trasformare una estate di Las Vegas nella primavera di San Francisco. Piantare alberi in un parco già esistente è solo l’aspetto più facile e immediato del lavoro di Forestami. «Adesso vedremo la parte un po’ più complicata» anticipa Pastore.
Venticinque km in auto verso ovest fino a Vittuone, dove Forestami partecipa insieme a una cooperativa locale e all’amministrazione comunale a trasformare una ex superficie a destinazione industriale (circondata da capannoni magazzini officine) in un bosco. Chiedo a Pastore perché hanno scelto quel terreno e a che frequentazione si pensa «Vedremo forse in futuro» risponde. Ma esiste certamente un altro vantaggio del piantare alberi: «Qui di sicuro non sorgerà un’altro capannone non ci saranno altre emissioni non si aumenteranno le temperature». Nella prima zona in cui entriamo non c’è ombra e l’erba assomiglia più a fieno secco, scricchiola sotto i piedi. «Credo che l’impianto di irrigazione sia rotto» interviene Gini tristemente, indicando tre filari di alberelli di ciliegio secchi. Telefona a qualcuno e poi proseguiamo verso piante più grandi e in forma, aceri campestri e pioppi, con le foglie brillanti al sole. La copertura è un po’ più ridotta e rada che non a Parco Nord, ma l’effetto magico funziona comunque, si abbassa di colpo la temperatura e si avverte una lieve brezza rinfrescante.
L’ultimo giorno a Milano apro il parasole che mi ero portato e passeggio per le vie diretto verso il quartiere del Bosco Verticale. Come successo a Manhattan con la High Line, c’è un altro importante progetto green, straordinario esempio di mescolanza tra modelli innovativi di parco urbano e di architetture terziarie di lusso milanesi coi grattacieli ad uffici. All’ombra delle montanti trasformazioni urbane di Milano crescono nuovi boschi. La verde Biblioteca degli Alberi, distesa dismessa postindustriale che è stata riconvertita a dieci ettari di parco pubblico inaugurato nel 2018, completo di boschetti circolari per un totale di 35.000 piante. Poco distante, in via Toce, l’amministrazione cittadina ha da poco fuso due piccoli spazi verdi pedonalizzando e depavimentando la trafficata via che li separava. Adesso l’asilo che sta ai margini del giardino è dotato di una zona sicura – tra non molto anche ombreggiata – per giocare. «Dobbiamo eliminare l’asfalto e diminuire le auto restituendo spazio ad alberi e persone – osserva Boeri – Non si tratta solo di migliorare l’abitabilità di Milano, ma di rinfrescare la città». Secondo l’architetto progetti così attuano le sue idee professionali di sempre. Nel racconto di Calvino, il giovane Cosimo rimodella il suo rapporto con la società salendo sugli alberi; nella visione di Boeri la società rimodella il suo rapporto con la natura portando gli alberi dentro la città.
Lasciando Milano, vado a cercare il caldo a Barcelona, dove la temperatura calcolata col bulbo secco sarebbe un po’ più bassa, ma l’umidità persistente al punto che le persone che dovevo incontrare – un amico e due studiosi del clima – se ne sono andate dalla città. «Non riesco a smettere di sudare – mi messaggia l’amico scusandosi – la gente si accascia per strada … sii cauto». Un altro contatto mi fa notare che in città si è conseguito un record di calura superando i quaranta gradi, e ammonisce: fossi in te eviterei la micidiale folla di Barcelona.
Tra tutte le questioni poste dall’ondata di caldo, per la città esiste anche quello di perdere un po’ delle centosessantamila presenze quotidiane di visitatori, ormai al primo posto per abitanti e amministratori. Alcuni cittadini hanno organizzato proteste con lo slogan Tourists go home spruzzando i passanti con pistole ad acqua. Ma il turismo dà lavoro ad altrettante e più di centosessantamila persone a Barcelona, pesa oltre il 13% dell’economia complessiva, e nonostante le perplessità suscitate il 70% dei cittadini lo considera una manna. A mezzogiorno, quando arrivo sulla Rambla, luogo in assoluto più visitato e fotografato della città, la strada è quasi senza ombra e sorprendentemente anche senza persone. Al mercato La Boqueria, di solito inaccessibile all’ora di pranzo, riesco facilmente a raggiungere uno dei tanti posti liberi in un noto locale.
Quel relativo vuoto di persone diventa poi oggetto di conversazione. «Stiamo guadagnando tutti molto di meno» racconta Diego Penzo Vivas, veterano delle guide turistiche che spesso lavora con gli americani, seduti al bar di un albergo vicino a Plaça de Catalunya. «Si fanno meno giri turistici, e con sempre meno persone. Sto su un gruppo WhatsApp di colleghi, e si raccontano storie pazzesche. Gente in preda a stress da caldo, che vomita, che chiede di tornare in albergo: e non succede solo qui ma in tutte le città europee. Che si tratti del Vaticano o di Parigi – continua Penzo – dovremmo organizzare dei tour notturni. Mi sto organizzando adesso in quella direzione».
Dopo il tramonto io mi incontro con Andreina Seijas in un tapas bar all’Eixample. Consulente di questioni urbane, si occupa di economie della notte per la città. Seijas, quarantunenne, ha conseguito un dottorato alla Harvard e abitato-lavorato in sette città diverse. «Quello che inizio a vedere a Barcelona sono persone che si riorganizzano, come a Siviglia o a Malaga. Si sta in casa con accesa l’aria condizionata, le tapparelle chiuse, si fa la siesta, poi dopo le otto o l enove di sera si riemerge». Per la gran parte dei visitatori, che non possono permettersi certi locali serali e notturni tradizionalmente costosi, questo si traduce semplicemente nel non andare sulla Rambla col sole. Per gli abitanti diventa un po’ più complicato. «Barcelona è solida in quanto a infrastrutture sociali, ma ci sono molti parchi, biblioteche, scuole, centri anziani, che sono chiusi di sera, per non parlare dei trasporti pubblici molto rarefatti dopo mezzanotte. Magari potremmo adottare il modello di Dubai dove le spiagge sono aperte ventiquattro ore al giorno».
«Bisogna cambiare drasticamente comportamenti» nota l’architetta Clara Sola-Morales, dopo che ci siamo spostati da un bar all’altro per un malfunzionamento dell’aria condizionata. «Conosce i toldos, quei teli che coprono le strade a Siviglia? Pensiamo di installarne uno anche qui al Quartiere Gotico, nel programma di ombreggiamento». Sola-Morales ha avuto modo di apprezzare a lungo la cooling strategy di Siviglia, una città tra le più calde d’Europa, e che dura da generazioni. Trasferita a Barcelona, ne osserva la trasformazione culturale ed ecologica. «Il caldo ha modificato anche i miei comportamenti. In tutta la carriera ma avevo installato un impianto di aria condizionata, fino a quest’anno. Ho sempre usato vari metodi di ventilazione, dalle ventole agli spazi esterni. Ma non c’è più scelta. Il primo è stato nel mio ufficio».
È un’altra giornata afosa a Barcelona, l’aria condizionata funziona perfettamente negli uffici comunali — dove si sta assai meglio che nelle stazioni della metropolitana o nel percorso del Quartiere Gotico, dove si avverte il bisogno di un bel toldo a far ombra. All’ingresso, un custode mi porge con sguardo comprensivo un pacco di tovagliolini di carta. Negli incontri con la vicesindaca Laia Bonet, e l’architetta Maria Buhigas, ho imparato che adattarsi al caldo estremo, agli incendi, alla siccità, è entrato a far parte della programmazione urbana.
Barcelona stava all’avanguardia dell’urbanistica green prima ancora che esistesse quella dizione. Nel 1859, l’ingegnere Ildefonso Cerdà faceva adottare il suo piano di espansione rompendo le convenzioni sulla sezione delle strade residenziali, diventate larghe venti metri (dieci per i veicoli e cinque per ciascun marciapiede). Intenzionato dalla formula «ruralizzare l’urbano e urbanizzare il rurale» Cerdà promuoveva la vegetazione nella strada. E nel secolo successivo abitanti e amministrazioni hanno poi piantato molte migliaia di alberi, anche a comporre boschi in cui i rami dei grandi platani si intrecciano a coprire l’intera strada. Ne rimangono ancora tanti a comporre corridoi verdi pulsanti di cicale e cinguettio di uccelli, e a ridurre il traffico ad un mormorio di sottofondo.
Ma la copertura arborea della città non è diventata quella che avrebbe voluto Cerdà. Alla fine del secolo scorso, tra le montanti trasformazioni urbanistiche il traffico e l’inquinamento dopo le Olimpiadi, emergeva la domanda per un ritorno al concetto di Cerdà: più alberi e drasticamente meno automobili. Nel 1993, Barcelona inaugurava il primo «superblocco» delimitato a El Born con accesso privilegiato ai pedoni e tanto verde. Poi altri due, a Gràcia, nel 2005. Tra il 2016 e il 2023, l la sindaca Ada Colau ha allargato il campo di azione con quattro parchi lineari detti asse verde, uno da quasi tre chilometri. Nelle zone di trasformazione altri alberi si aggiungono agli originari grandi platani mentre i bambini tornano a giocare a pallone nelle strade ombreggiate.
Ma gran parte della città Barcelona, non è certo benedetta da questi superblocchi e assi verdi. Circa al 25% è dotata di copertura arborea; il resto si arrostisce al sole di mezzogiorno. Continuare ad allargare il campo a verde e superblocchi si è rivelato arduo. Mezzi di soccorso dei pompieri e ambulanze devono poter accedere ovunque, le superfici permeabili piantate sono molto più difficili da mantenere in efficienza di quelle asfaltate. E poi sono arrivati gli effetti estremi ad annunciare il cambiamento climatico. «Dal 2021 al 2025, c’è stata una tremenda siccità» racconta Bonet . «Spesso non si riusciva neppure a fare il lavoro di giardinaggio sulle piante, non si irrigava in tutta la Catalogna. Barcelona voleva allargare gli spazi verdi e invece abbiamo perduto più di settantamila grandi alberi». Caldo e siccità sconfiggono lo strumento che dovrebbe contenerli.
E gli alberi non sono stati le uniche vittime. Barcelona ha subito migliaia di decessi legati alle temperature, e problemi sociosanitari specie nei quartieri più poveri e di immigrazione, dove scarseggiano sia corridoi verdi che aria condizionata. «Lo sappiamo bene che l’ondata di calore non è uguale per tutti in città – continua Bonet – e non si tratta di un problema esclusivamente ambientale. Ma è giustizia sociale, riguarda gli anziani, i bambini, le famiglie a basso reddito». E quindi «mettiamo al primo posto le zone in cui i più vulnerabili usano lo spazio pubblico. Stiamo installando duecento strutture per l’ombra in città, molte nei campi da gioco. Climatizziamo le scuole sostenendo i costi con la tassa sul turismo, che così contribuisce all’adattamento».
Da quando Jaume Collboni è diventato sindaco nel 2023, Barcelona ha cambiato l’orientamento degli interventi, dai superblocchi e corridoi verdi verso la tutela delle fasce sociali più a rischio. Dal 2025, ha allargato la rete dei suoi Refugios Climáticos, con un programma salutato come virtuoso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che promuove iniziative simili, da Parigi a Roma. Più di cinquecento tra biblioteche, chiese, negozi e altri spazi pubblici o privati pronti ad accogliere chiunque abbia bisogno di aria condizionata, un po’ d’acqua, riposo. In alcuni casi anche Wi-Fi e stanze dedicate; tutto disponibile via app con indicazioni precise. Un altro programma, Radars, si rivolge agli abitanti anziani a cui i vicini offrono compagnia e verifica durante le emergenze climatiche estreme. Per i bambini, Barcelona sta aprendo piccoli parchi acquatici nei quartieri, con docce e getti. Vado a vederne uno in una caldissima domenica mattina e ci trovo una ventina di piccoli fradici ed entusiasti mentre i familiari adulti si godono l’ombra.
Buhigas trova particolare soddisfazione in un’altra iniziativa: trasformare certe aree «di ritaglio» come le definisce, in spazi verdi di assorbimento. «Ce ne sono di diversi tipi – spiega in una piccola sala riunione – qualcuno è un tetto, altri angoli abbandonati, o interstizi tra gli edifici». L’obiettivo è di riutilizzare così almeno un quinto di questi «ritagli». Si proietta una immagine dei Jardins d’Oriol Martorell. «Secondo la mappa urbanistica qui ci sarebbe una stazione della metropolitana sotto e del verde sopra – racconta Buhigas – ma lo vedete da qualche parte questo verde?». Sullo schermo si nota solo una dismissione dall’aria infernale, spianata di cemento grezzo circondata da muraglie a graffiti. «Io non ne vedo di verde. È un posto morto. Non solo separa due diversi quartieri, ma gli proietta addosso calore accumulato dal sole di giorno e restituito di notte». E prosegue «Ecco cosa stiamo facendo» con la diapositiva che mostra lo stesso spazio trasformato in parco, con alberi, aiuole fiorite, superfici pavimentate permeabili, comode seditoie. «Così si uniscono i quartieri, e si contribuisce anche a rinfrescarli. L’altra cosa importante è che costa abbastanza poco». Il programma prevede di riconvertire così almeno venti ettari di superficie entro l’anno. «Non è una cosa vistosa come un parco gigantesco ma fa la differenza»
L’ultima sera a Barcelona, è quella in cui la Spagna vince i Mondiali di calcio. Al fischio finale, verso mezzanotte, pare che tutti gli abitanti e i turisti inizino a ballare per strada, sudati ed eccitati. Il mattino successivo, incontro il gruppo di lavoro di Buhigas – che pare assai sveglio e attivo nonostante la notte insonne – in un parco abbastanza grande di quelli che non si possono fare a meno di notare. Parc de les Glòries, inaugurato nel 2025, contiene dentro i suoi nove ettari circa mille alberi, oltre a cinquantamila arbusti, giardini della pioggia, campi da gioco, attrezzature sportive, giochi d’acqua, una grande radura ad erba. La vegetazione è irrigata prelevando l’acqua dal sottosuolo, non potabile ma adatta all’uso, un vero lusso in una città piagata dalla siccità. Sono le nove e mezzo e la gente sta ancora sdraiata sull’erba, pisola, legge, ancora si crogiola nella vittoria della sera precedente.
Salgo al parco da una scala mobile dalla stazione Glòries Metro tra i cactus. Mattinata già rovente, e il parco è parecchio esposto al brillante sole catalano. Insieme ai progettisti troviamo rifugio sotto una grande pergola, alta quasi dieci e lunga settanta. Le colonne metalliche dipinte in bianco ricordano le zampe di un gigantesco millepiedi, e sotto quel guscio che proietta ombra l’aria sembra molto più respirabile. Passano degli skateboard, e parecchie persone si avviano verso il prato. Lo spazio era un incrocio stradale, al centro di ciò che era una grande zona industriale, e guardandosi attorno da qui si può anche provare a immaginare come Barcelona intenda provare a rinfrescarsi. L’adattamento climatico non è una battaglia che si vince facilmente. Oltre la pergola, entriamo in un ampio parco giochi col fondo sintetico imbottito e una «montagna giocattolo» attrezzata con scivoli metallici. Nessuno la sta usando: i progettisti si sono dimenticati di metterla anche all’ombra e gli scivoli si sono scaldati già a sufficienza per ustionare.
La Spagna non è affatto sola nella lotta con questi particolari. Durante la mia visita a Barcelona, gli organizzatori del Tour de France hanno cercato di risparmiare ai corridori un po’ di caldo accorciando un percorso in ripida salita e spruzzando di bianco la superficie stradale per abbassare le temperature. Ma poi la vernice è diventata scivolosa al sole, e tre ciclisti, uno noto per le prodezze in discesa, sono caduti. Il tempo non è più caldissimo quando arrivo a Parigi, dove il nuovo sindaco, Emmanuel Grégoire, sta affrontando le prime tre ondate di calore estive e quelle che seguiranno. Pochi minuti prima di incontrarci, l’addetto stampa mi messaggia «Possiamo incontrarci in bicicletta?». Di lì a poco nel cortile dell’Hôtel de Ville, Grégoire mi saluta in un comodo abito blu, occhiali da sole, scarpe stringate nere. Lì accanto qualcuno sta sistemando la sella apparentemente rotta di una bicicletta. «Prenda la mia» dice Grégoire offrendomi la sua e-bike Voltaire verde. «È la migliore bicicletta di Parigi».
La prima tappa è la piazza di fronte al municipio. Un anno fa si sé sostituita la spianata di pietre arroventate dal caldo con un denso boschetto, oltre cinquanta grandi alberi maturi e ventimila cespugli e arbusti. All’ombra di una robinia Grégoire si toglie gli occhiali da sole e riconosce come, nonostante la grande attenzione al cambiamento climatico in tutta la campagna elettorale, non ci si aspettasse così presto una serie di ondate di calore. «Sono passati vent’anni trasformando la città, dicendo che dobbiamo adeguarla al cambiamento climatico, ma adesso anche chi dubitava di quei progetti implora: fate più presto, più presto!». Grégoire, socialista quarantottenne entrato in carica a marzo, è un signore magro, energico, con corti capelli bianchi, barba curata, e una certa tendenza a passare davanti, sia con la bicicletta che nella conversazione. Ha ereditato una città in transizione, all’avanguardia europea delle più ambiziose trasformazioni. Anne Hidalgo, che l’ha preceduto, ha guidato Parigi per molti anni, in maggioranza e da sindaco, realizzando molte piste ciclabili, riducendo il traffico automobilistico, aumentando gli spazi ai pedoni. Negli ultimi vent’anni Parigi ha eliminato decine di migliaia di spazi sosta per auto, piantato oltre centocinquantamila alberi, arredato abbondantemente a verde vie residenziali e commerciali. Il traffico si è ridotto di oltre il 50%, triplicato l’uso delle biciclette, calato drasticamente l’inquinamento. La città è più sana, pulita, verde, di quanto non fosse al volgere del secolo, salvo quando viene cucinata alla griglia come quest’estate.
Pedaliamo lungo la passeggiata sulla Rive Droite della Senna, diventata una striscia a parco da sei chilometri pullulante di ciclisti, runners e turisti. Dopo una parete da arrampicata, un campo giochi e un campo da pallavolo, arriviamo a un punto di rinfresco con spruzzi nebulizzati. Un anziano senza camicia si gode la nebbiolina e dei bambini ci corrono attraverso ridendo. «Venga a provarlo» mi invita Grégoire. Lo seguo. «Ci sono state serie tensioni sociali durante l’ultima ondata di calore» racconta dopo che i nostri vestiti si sono asciugati ad una velocità impressionante. «Persone nervose, ansiose, infuriate. Gestire il caldo richiede migliorare la situazione collettiva e non solo dal punto di vista della salute. Ecco perché facciamo parchi così, e apriamo nuovi spazi al nuoto». Quello certamente più famoso è la Senna, aperta all egare olimpiche nel 2024 e al pubblico l’anno successivo, dopo che la Francia aveva investito un miliardo e trecento milioni di euro nel rifacimento della rete scarichi e fognaria regionale. Grégoire però parla del Canal Saint-Martin, quello che attraversa popolosi quartieri residenziali. A lungo fortemente inquinato, oggi è diventato pulito a sufficienza per nuotare. E durante le ondate di calore i giovani che di solito lo frequentano lungo le sponde hanno cominciato a tuffarcisi dentro.
«Ho visto dei filmati coi poliziotti che correvano dietro a ragazze e ragazzi per dire che nuotare è vietato. Ma ci deve essere un modo per rinfrescarsi, e la polizia è meglio si occupi di cose più gravi. Adesso, con l’acqua accertata sicura, ci sono tre zone da bagno nella Senna. Importanti per le ondate di calore, ma che danno anche gioia e divertimento. Migliorano la qualità della vita». Chiedo cosa potrebbe fare Parigi per le persone più colpite dal caldo, e Grégoire cambia tono diventando un po’ più pratico. Parla di programmi piuttosto simili a quelli di Barcelona per gli abitanti socialmente isolati, riconoscendo la necessità di più impianti di condizionamento specie per gli anziani. Circa due terzi dei decessi in più per l’ondata di calore francese di giugno, erano persone oltre i settantacinque anni. Altra sfida urgente riguarda i più piccoli, aggiunge. Quasi tutte le scuole di Parigi mancano di aria condizionata e adeguata ventilazione. «Fino a quest’anno le ondate di calore avevano interessato i periodi di vacanza scolastica. Adesso però abbiamo capito che possono succedere anche in maggio, o giugno, o settembre, più avanti forse anche in ottobre. Le scuole non sono state costruite per questo genere di tempo, occorre trovare rapidamente una soluzione».
Durante il secondo mandato di Hidalgo, la città ha iniziato a trasformare le sue seicento scuole e asili. Pedonalizzate le vie davanti agli ingressi, eliminato l’asfalto dai cortili, piantati alberi e strutture per fare ombra. Cambiamenti che hanno migliorato lo spazio esterno ma naturalmente lasciato com’era l’indoor esposto alle ondate di calore di maggio e giugno. Classi diventate un forno. Studenti a sostenere esami di qualificazione in condizioni di rischio, gli alunni più piccoli che tornavano a casa deidratati o malati. I responsabili dovevano decidere se tenere aperte le scuole, o magari lasciare gli alunni a casa dentro appartamenti familiari egualmente surriscaldati. I genitori pretendevano risposte. A partire da giugno, Grégoire ha varato un nuovo programma di innovazioni. «Per prima cosa tenere il calore fuori dagli edifici. A partire dall’installazione di persiane e tapparelle che fermano i raggi solari. Secondo, migliorare la circolazione dell’aria. Ventilatori sul soffitto e montaggio di porte speciali – perforate — che ventilano soprattutto di notte. Terzo, più ombra nei cortili, ancora eliminazione dell’asfalto che è davvero bollente, e avere spazi da gioco più freschi».
Ammettendo orientamenti molto americani, gli chiedo se non sarebbe più semplice pensare ad aria condizionata e pompe di calore. Grégoire risponde di essere del tutto favorevole alle soluzioni meccaniche in alcuni casi, ma che i vantaggi spesso sarebbero superati dall’aumento dei consumi energetici. Anche se dopo quest’estate tanti genitori potrebbero non pensarla come lui. Marine Le Pen, l’esponente di estrema destra probabile candidata alla Presidenza l’anno prossimo, ha proposto un «grand plan pour la climatisation» sostenendo che l’aria condizionata è essenziale alla salute dei bambini e degli anziani. Diversi esponenti progressisti e ambientalisti che incontro durante la mia visita temono che userà questo argomento per la sua campagna elettorale. Nel 2017, gli scienziati del clima avvertivano che nella seconda metà di questo secolo la Francia potrebbe sperimentare una «mega ondata di calore», e pochi decenni più tardi vedere le temperature massime salire fin oltre i cinquanta gradi centigradi.
Alexandre Florentin, quarantenne ingegnere specializzato in clima cresciuto in provincia, ha letto quella cifra in un articolo scientifico e non riesce a scrollarsela di dosso. «Adoro tutto ciò che ha fatto la sindaca Hidalgo per Parigi» mi racconta seduti su una panchina all’ombra di faggi e platani ai Giardini del Lussemburgo, uno dei luoghi più freschi della città.«Quando ero ancora un ragazzino ricordo quell’aria terribile. Avevo problemi respiratori, asma, e dovevo cercare rimedi. Oggi ci sono alberi sui marciapiedi, e meno auto. Pulito e comodo, giro in bici dappertutto e ci sono api e farfalle che volano nel quartiere appena fuori casa. Ma qui a Parigi ci siamo comportati come se il fatto di tagliare le emissioni eliminasse la necessità di altri adattamenti: ovviamente è stato un errore».
Nel 2020, Florentin si è presentato alle elezioni del consiglio comunale coi Verdi ed è entrato nella maggioranza di governo locale di Hidalgo. «Ho suggerito al mio partito la necessità di adottare un programma intitolato Parigi a 50°. Dobbiamo cambiare la narrazione per uscire dai semplici obiettivi di mitigazione, come il carbon zero entro il 2050, perché così si dà alla gente l’impressione di avere venti, trenta anni di tempo per adeguarsi. Lo sapevamo del rischio per le scuole prima di questa estate, ma non abbiamo fatto abbastanza». Si ferma un istante a guardare un papero che passa dietro la panchina. «Dobbiamo convincerci che il futuro è adesso».
Florentin insieme a un gruppo di colleghi ha scritto tre anni fa un documento. «Dove arrivavamo a due principali conclusioni. Primo, non possiamo adattare tutto. Non possiamo prendere di peso l’intera società e spostarla dentro un altro clima. Cambiare completamente le strutture, gli edifici, l’ecosistema. Non ci sono né il tempo né i soldi. Ciò significa individuare alcune priorità, alcune cose su cui concentrarci. Secondo, non ci si può adattare a tutto. Ci sono limiti rigidi. Potrebbe diventare troppo troppo caldo. Non voglio emigrare in Norvegia diventando un profugo climatico, ma ci sono parecchie persone che già parlano di andarsene dalla città. Esiste un rischio reale di perdere il nostro habitat. Ecco qual è la vera questione».
Poi Florentin portando a mano la sua bicicletta pieghevole passeggia con me verso la Senna, indicando fioriere, vie pedonalizzate, o gli storici tetti zincati di cui Parigi potrebbe essere obbligata a disfarsi. La giornata è serena e limpida, ma sappiamo entrambi che, mentre parliamo, stanno imperversando feroci incendi in grado di produrre un pirocumulonembo (o nube da incendio) che si sposta per la Francia, obbligando grandi quantità di popolazione ad abbandonare le proprie case. Mi domanda cosa ho visto di interessante nel mio giro tra le città europee. Cito i boschi urbani, i corridoi verdi, i parchi acquatici, i rifugi, le depavimentazioni. Ascolta e mi guarda intensamente prima di domandarmi: «Non ha visto qualche progetto per rifugiarci nel sottosuolo?». Gli rispondo di no. «Be, dovremo proprio pensarci, a quello. Perché tra non molto subiremo anche tre giorni di fila con temperature che superano i quarantacinque gradi. E quando succederà ci vuole qualche posto dove nascondersi».
da: The New Yorker, 24 agosto 2026; Titolo originale: Taking the Heat – The end of the European summer – Traduzione di Fabrizio Bottini


