Adattamenti climatici per la sicurezza del territorio: monitoraggio dei ghiacciai

Alle 9,10 del mattino il 26 agosto, un insegnante faceva irruzione in un’aula nel piccolo centro di Nuwakot, Nepal, gridando che una muraglia d’acqua stava scendendo la valle dalle montagne. Rajendra Dawadi, il preside, ordinava che i 900 studenti evacuassero subito di corsa verso un’area più in quota ri-caricandoli sugli autobus del trasporto scolastico con conducente da cui erano appena scesi. Alle 9,23, pochi minuti dopo il primo allarme, la scuola non esisteva più, spazzata via insieme al resto del fondovalle. Gli studenti sono sopravvissuti tutti. Diversa la sorte di tanti altri abitanti della valle. Lassù in alto, una enorme massa di ghiaccio e roccia, secondo alcuni calcoli quasi duecento milioni di metri cubi, si è staccata dal versante settentrionale del Langtang Lirung, cima lungo il confine nepalese-cinese, devastando tutto ciò che stava a valle. È stato il crollo più grave mai registrato in Himalaya.

Sono oltre 7.000 tra morti e dispersi, molti probabilmente sepolti da metri di sedimento. Il paese è in lutto, si comincia la ricostruzione, ma si inizia anche ad accettare il fatto che un disastro così possa ripetersi. Il cambiamento climatico fa ritirare i ghiacciai di tutte le catene montuose e sciogliere il permafrost, rendendo più dinamici e meno stabili i territori. Ma se le comunità insediate in quei territori potessero essere avvisate in anticipo sufficiente del prossimo collasso? Ecco cosa: gli scienziati potrebbero sfruttare l’intelligenza artificiale per monitorare enormi quantità di immagini da satellite, e allertare per l’evacuazione le zone segnalate in pericolo. Costruire una rete del genere, per i paesi ricchi sarebbe un modo per rimediare in qualche modo e misura al problema — l’incremento degli eventi catastrofici — da loro stessi creato bruciando l’enorme quota maggioritaria di carburanti fossili.

Si potrebbe anche pensare che la scelta migliore per gli insediamenti a rischio di collasso di un ghiacciaio sia il trasloco di massa altrove. Ma i sistemi di valle più esposti del Nepal sono anche le localizzazioni migliori per produrre energia idroelettrica; più di una decina di centrali operanti o in corso di realizzazione sono state danneggiate o distrutte da questa alluvione. Il Nepal non può rinunciare in blocco improvvisamente alla risorsa energetico-economica di questi sistemi fluviali. Ha un consumo pro capite di elettricità tra i più bassi del mondo, e l’idroelettrico resta un pilastro dello sviluppo locale sostenibile. Il paese sta già operando su altri fronti territoriali, con l’obiettivo di aumentare gli attuali 4.300 megawatt installati fino a 30.000 megawatt nel 2035. Ma non si può programmare nulla se non c’è sicurezza. Ogni diga, galleria, villaggio di operai, sotto un ghiacciaio si confronta con l’instabilità delle montagne, e le probabilità cambiano di continuo.

La comunità scientifica internazionale avrebbe molto da offrire di concreto. I satelliti registravano la crescente instabilità di Langtang Lirung da mesi: studiando i dati da gennaio si capisce come il versante stesse scivolando a valle con velocità crescente da settimane, prima del collasso. Ma quei dati sono stati studiati solo quando era troppo tardi. Un conto è rilevare i segnali di una montagna dopo l’evento catastrofico. Altro farlo sistematicamente su migliaia di ghiacciai e versanti rocciosi dell’Himalaya, con una scala assai diversa di problemi. Ed è proprio qui che entra in campo la novità dell’intelligenza artificiale. L’apprendimento automatizzato è in grado di gestire enormi volumi di immagini da satellite, giorno dopo giorno, evidenziando i casi di movimenti in accelerazione quando spiccano sulla generale relativa stabilità.

Occorre un enorme impegno degli studiosi di glaciologia e geomorfologia del mondo per elaborare e sperimentare un sistema del genere, ma applicato coi criteri adeguati può rivelarsi in grado di avvertire non 13 minuti prima i territori minacciati, ma ore, anche giorni. Far guadagnare agli enti responsabili tempo prezioso per programmare e gestire le evacuazioni, anziché improvvisarle. Ed essere utilizzato ovunque a partire dai paesi himalayani con rischi simili: dalla Cina, all’India, Pakistan e Bhutan. Il rischio climatico non riguarda solo il Nepal. E il suo contributo alle emissioni di gas serra clima alteranti a scala planetaria è irrilevante, ma le comunità montane che vivono all’ombra di queste masse imponenti e instabili sono tra le più povere del pianeta, e soffrono le conseguenze in modo sproporzionato.

Le linee di finanziamento a orientamento climatico come lo United Nations Fund for Responding to Loss and Damage, varato nel 2022 dopo le terribili alluvioni in Pakistan, sono concepite esattamente per eventi estremi di questo tipo. I contributi dei paesi più ricchi si potrebbero usare per rendere più resiliente il Nepal, ma per adesso si tratta di risorse abbastanza scarse e lente da attivare. Ne occorrono delle altre per sviluppare sistemi di monitoraggio, programmazione, e nei territori più esposti anche infrastrutture viarie di emergenza per allontanarsi. La prossima estate torneranno le piogge monsoniche e i ghiacciai continueranno a ritrarsi a monte delle valli, man mano crescono le temperature globali. Ci vorranno comunque anni per realizzare la rete di protezione e allerta del Nepal, col contributo dei paesi che più sono responsabili del cambiamento climatico. Resta da capire quante altre catastrofi colpiranno il paese prima.

da: The New York Times, 17 ottobre 2026; Titolo originale: The glaciers are collapsing. This is what the global community must do – Traduzione di Fabrizio Bottini

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