Da quando è diventata Sindaco di Parigi nel 2014, Anne Hidalgo ha trasformato la città. Parigi è più verde, più facile da attraversare in bicicletta, più pedonale. Ampie superfici che un tempo erano occupate dalle auto adesso si aprono a chi cammina, come nel caso più noto delle sponde della Senna. Si sono allargati i parchi, piantati alberi. Hidalgo ha attuato la propria visione attraverso moltissimi e variegati progetti: nuove abitazioni sociali, più sanità pubblica, monumenti alle donne sinora poco celebrate dalla storia. Soprattutto il suo impegno per le case accessibili e contro la gentrification ha suscitato interesse e approvazione nel mondo. La scorsa estate la Senna è stata dichiarata balneabile, portando a termine un’idea che durava da decenni.
Una sensazione di cambiamento costante — spesso un po’ rallentato — che non ha risparmiato a Hidalgo parecchie perplessità tra i suoi elettori parigini. Tutte le trasformazioni della città significano cantieri ovunque. Marciapiedi che si interrompono, strade chiuse. Progetti conclusi che si lasciano comunque una scia di rifiuti e materiali abbandonati. Navigare attraverso quel labirinto può risultare frustrante e disorientante, specie per chi spinge un passeggino o una sedia a rotelle. E ci va di mezzo l’immagine del sindaco. L’opposizione di destra la accusa di degradare Parigi; una iniziativa che si definisce Saccage Paris (il Saccheggio di Parigi) raccoglie immagini di progetti particolarmente discutibili. Anche il debito finanziario della città, raddoppiato durante la sindacatura, suscita obiezioni. Ma anche chi critica Hidalgo alla fine ragiona usandola, la città. La quantità di ciclisti, grazie a migliori percorsi e sostegni all’elettrico e officine di riparazione, è cresciuta del 71% solo tra il 2019 e il 2022. Ma nonostante questi cambiamenti positivi qualcosa non va. La popolazione di Parigi cala a ritmi crescenti, oggi dell’1% l’anno. Si cancellano classi nelle scuole per mancanza di alunni. Le famiglie se ne vanno: perché, se tutto va tanto bene?
Per i newyorchesi che sperano nell’elezione di Mamdani, quello di Parigi può essere un insegnamento importante. La città è molto migliorata davvero, più amichevole, facile da usare muovendosi. La politica secondo i criteri francesi non è affatto di sinistra estrema; e l’atteggiamento nei confronti degli immigrati ben diverso da quello imperante a livello nazionale. Ma la stessa riuscita di Hidalgo mostra anche i limiti davanti a cui si deve fermare l’azione di un Sindaco intenzionato a politiche progressiste. Parigi senza muoversi insieme al territorio di cui fa parte può avanzare sino ad un certo punto. Hidalgo è stata limitata dall’impossibilità di agire insieme alla regione che circonda Parigi, nel conseguire i propri obiettivi per il clima, la casa, le diseguaglianze.
Soprattutto, visto l’ambito limitato a cui deve contenersi un Sindaco di Parigi, le politiche sociali non riescono ad essere effettivamente tali. Si riesce a costruire un contesto che realizza i sogni di qualcuno, ma anche in cui risulta molto complicato abitare. I successi di Parigi si calcolano solo dentro i limiti della città. E riguardano solo una quantità piuttosto contenuta di cittadini. In questo senso, l’esperienza di Hidalgo espone bene i limiti di una azione locale su questioni che sono in realtà nazionali e internazionali, come la casa o il cambiamento climatico. Senza convergenze tra i vari livelli politico-amministrativi, anche il più brillante Sindaco non può fare più di tanto.
Esistono fondamentali differenze tra Parigi e New York. La capitale francese in sé è relativamente piccola. La regione urbana conta 12,5 milioni di persone, Parigi propriamente detta circa due milioni, come Philadelphia. Come dimensioni territoriali copre circa un terzo di quelle di New York. Il potere effettivo di un Sindaco è ulteriormente limitato dal fatto che l’area metropolitana parigina comprende 130 diverse municipalità di ogni orientamento politico. Verso ovest molte assai più a destra di Parigi; mentre accade l’opposto spostandosi verso est. Circoscrizioni dove è difficile accordarsi su qualcosa, ed ecco una delle ragioni per cui tutti i successi della capitale faticano ad allargarsi nel circondario.
Hidalgo nel primo mandato prometteva «Le Grand Paris» ovvero una maggiore integrazione con le fasce suburbane, a partire da una estensione delle linee metropolitane. Ma mentre è in corso la realizzazione tecnica delle opere (pur con ritardi), le ambizioni politico-sociali di Le Grand Paris sono evaporate. Perché oltre alla frammentazione politica e degli interessi locali suburbani, esistono ostacoli burocratici al coordinamento metropolitano. D qui le difficoltà di Hidalgo a perseguire le proprie politiche e trovare convergenze su questioni chiave, dalla casa ai trasporti. Una città non è semplicemente un cuore che batte al centro, conta anche ciò che gli sta attorno; i pendolari che vanno e vengono, le reti di comunicazione, lo stato nazionale che finanzia e condiziona. Parigi è certamente cambiata, ma la disconnessione con ciò che è avvenuto nelle circoscrizioni confinanti ha alimentato diseguaglianze, a volte peggiorato le condizioni di chi abita le periferie. In tutti e tre i filoni delle riforme perseguite da Hidalgo — clima, abitazioni, lavoro e società — il cambiamento si è scontrato col mancato coordinamento.
Hidalgo ha certamente ottenuto grande apprezzamento sulla stampa internazionale con le azioni sul clima, come quando ha chiuso alle auto le sponde della Senna. Voleva ridurre l’inquinamento e restituire il fiume ai cittadini. Ma l’inquinamento delle auto così è stato semplicemente spostato. Il pendolare da fuori città non può più percorrere quelle strade, e sposta la traiettoria verso le periferie. L’inquinamento si concentra sulle aree più povere della regione, come rilevava uno studio del 2022. Gli abitanti ricchi del centro hanno vie da percorrere in bicicletta e aria pulita. Quelli della periferia — che siano immigrati o famiglie operaie — ingorghi di traffico, aria irrespirabile, tempi di spostamento dilatati.
Altro esempio le case. Hidalgo promuove abitazioni pubbliche a Parigi, ma c’è poco spazio per realizzare le sue promesse, in una città tra le più dense del mondo. Ciò significa che le case dovranno andare nella fascia suburbana. Risultato: Parigi ha incrementato di 40.000 alloggi il patrimonio di edilizia sociale dal 2015. Ma senza neppure sfiorare il fabbisogno che è di 70.000 nuove case l’anno per i nuovi cittadini dell’area. Gli affitti sono regolamentati a Parigi, Hidalgo ha anche arginato Airbnb, ma trovare un alloggio non è diventato più facile; anzi l’offerta delle case in affitto si restringe, sia a causa degli affitti brevi che per gli appartamenti seconda casa. Il problema è esasperato dal mancato coordinamento tra il comune centrale e le circoscrizioni suburbane: ogni territorio pratica una propria politica urbanistica, e ogni amministrazione può dire la sua sui nuovi progetti.
Terzo esempio gli asili. Hidalgo ha cercato di allargare la rete dei servizi per i bambini con meno di tre anni, finanziata dallo stato. Il grande problema è l’accessibilità; uno studio del 2023 diceva come in alcune zone della città si calcolasse un solo posto ogni cinque bambini. Hidalgo è riuscita ad aumentare i posti ma i lavoratori che dovrebbero gestire il servizio non possono permettersi di abitare a Parigi, o di affrontare i lunghi tempi degli spostamenti pendolari. Racconta al Parisien «Starei qui volentieri in città se trovassi una casa». Dopo dieci anni di sindacatura Hidalgo, Parigi è diversa. Ma i limiti della trasformazione coincidono coi confini della circoscrizione. Attorno alla città scorre una trafficata circonvallazione, la périphérique, che la separa dai comuni circostanti. La strada e il suo eco, acustico e politico, sono stati una spina nel fianco per l’amministrazione Hidalgo. Nonostante i grandi progetti come le metropolitane, integrare città e suburbio è un processo lentissimo. Si è lavorato molto sui nodi gli incroci gli accessi, ma sinora si è concluso abbastanza poco. La périphérique resta simbolo e sostanza dell’isolamento di Parigi.
È un freddo giorno di ottobre. Prendo la metropolitana per Porte Maillot, uno degli ingressi alla città concepito nel diciannovesimo secolo a nord ovest, da cui passano le auto dei pendolari. Una mattinata autunnale tipica per Parigi, il tipo di atmosfera in cui pare di indossare il cielo come un cappello. Duecento anni dopo la concezione originaria, queste porte di accesso alla grande città ancora conservano quel ruolo di demarcazione tra dentro e fuori. Uno dei progetti di Hidalgo era di cambiarne l’organizzazione, diminuendo traffico e inquinamento. A Porte Maillot, si è lavorato su rete dei tram, ferrovia regionale, pedonalizzazione della piazza e piste ciclabili.
Tutto molto visibile uscendo dalla sotterranea. Nel quadro delle grandi trasformazioni ecologiche di Parigi si sono piantate strisce ad arbusti in mezzo al viale e nelle isole pedonali, attorno a cui scorrono le file di auto. Tra i percorsi ciclabili e i tram risulta abbastanza difficile capire dove si può attraversare. Turisti confusi trascinano i trolley sul marciapiede. Scatta il verde e si prova a lanciarsi. Una donna in un’auto mi guarda fissa con le mani sui fianchi, le faccio un segno che ignora. Un camionista di passaggio osserva la scena e urla dal finestrino «Sono tutti impazziti!». Riesco a raggiungere la striscia a verde e arbusti rossicci, sfiorato da una specie di enorme autoblindo seguito da una coppia in moto BMW, la donna passeggero che regge delle stampelle.
Provo a seguire il tracciato della périphérique. Ma presto sono costretto a fermarmi; marciapiede interrotto da un cantiere. Segnaletica confusa a indicare varie direzioni e divieti. Un cartello parla dell’edificio che dovrebbe sorgere. Un altro del deposito bus. Attraverso la strada, poi torno indietro. Proseguendo, il marciapiede ogni tanto scompare sotto qualche lavoro in corso. Talvolta la périph diventa invisibile dietro qualche barriera o bastione erboso che cancella anche il rumore. Poi riemerge, sul lato opposto una parete coperta di graffiti.
Attraverso la Promenade Bernard Lafay, parco realizzato nel 1990 a simbolo di maggiore integrazione urbana. Copre la grande arteria di circonvallazione, provando a risolvere la discontinuità con la fascia suburbana. Rumore e veduta sono mascherati da qualche campo da tennis, gente che passeggia col cane, qualcuno che gioca al pallone. Ma di lì a poco, ecco ricomparire la grande strada: fragorosa, aggressiva, sgradevole. Passo da un complesso di case popolari dove ero stata per un servizio parecchi anni fa, sugli abitanti che tentavano di ammazzare i ratti tirandogli del ghiaccio secco. Quei fossi di scolo dove si combatteva la battaglia adesso paiono interrati. Rasento il triste affaccio delle case sociali, coi balconi dove per mancanza di spazio interno si ammucchia un po’ di tutto. Un cartello del comune avvisa che saranno piantati nuovi alberi in un piccolo prato lungo il marciapiede, ma quelli che si vedono non hanno un’aria sanissima. Il percorso pedonale si infila in un sottopasso dove mi fermo a dare un’occhiata ai graffiti. Mi sfiora un solitario ciclista.
Parigi ogni anno perde abitanti, molti trasferiti nella fascia suburbana oltre la péripherique. Un esodo soprattutto di famiglie ci dice Le Monde. Metà dei nuclei familiari parigini oggi sono costituiti da una sola persona. Di conseguenza, l’area oltre la cintura viaria risulta più popolata e con una popolazione più giovane di quella della città centrale. Io intanto cammina cammina sono arrivata alla Porte de Clichy, che avevo fissato come meta. Qui la differenza tra il dentro e il fuori è proprio drastica. Sul lato di Parigi, si vede il grande complesso giudiziario progettato da Renzo Piano e inaugurato nel 2018; sul lato esterno un albergo un po’ cadente e mezzo impacchettato da un cantiere di ristrutturazione. Il traffico verso Clichy appare caotico e privo di forme; dentro Parigi segue linee definite e contornate di verde. Chiunque prenderà il posto di Hidalgo dopo le elezioni municipali di marzo si troverà di fronte alla grande contraddizione di quella sindacatura: ha migliorato l’esistenza a Parigi, ma espellendo un grande flusso di abitanti fuori dal centro ha impedito loro di goderne. Migliorare Parigi non dovrebbe significare trascurare tutto ciò che la circonda.
Non sorprende che durante il dibattito elettorale si sia tanto parlato della périphérique. Secondo un candidato la si dovrebbe riconvertire a viale nascondendo le auto nel verde. Qualcun altro vuole farci la Maratona. Qualunque l’esito delle discussioni, sarà indispensabile considerare ciò che sta fuori da Parigi, e coordinarsi meglio con la complessità della fascia suburbana. Naturalmente i problemi di Parigi non sono identici a quelli di New York. Mamdani governa una città molto più grande, con un territorio più vario e tanti abitanti in più. Ma le questioni fondamentali come quella delle abitazioni non interessano certo solo New York City, vista la quantità di pendolari e anche il prezzo delle case nella fascia suburbana più interna. Si dovrà collaborare con le altre amministrazioni. Si ritiene che le città siano un bastione liberal contro l’estrema destra rampante, ma non possono certo operare da sole. Mamdani dovrà fungere da ponte, da collegamento con la regione suburbana. Il rischio, se ciò non accadrà, è di creare una nuova separazione tra chi ha e chi non ha, una utopia chiusa che abbandona chi non può permettersela a guardarla solo con invidia.
da: Dissent, marzo 2026; Titolo originale: City Limits – Traduzione di Fabrizio Bottini



