Quando ho chiesto di far volontariato in un rifugio per animali ero convinta che al massimo avrei dovuto portare a spasso qualche cane, come si addice al mio temperamento solitario. Non vedevo l’ora di spalancare una gabbia e vederli annusare in giro respirando un po’ d’aria fresca. È durata così un paio di settimane. Perché in realtà la cosa di cui c’era bisogno era qualcuno al banco di ingresso: la plancia di comando, l’esatto contrario del rifugio tranquillo. C’era da rispondere al telefono, aiutare chi voleva adottare, accogliere di tutto: dal cincillà, ai pulcini di civetta caduti dal nido ai porcellini con scottature da sole.
Prima di tutto il telefono. Pensavo che chi chiama un rifugio domandasse cose come «Che orari fate oggi?» oppure «Avete un gatto pezzato a tre colori?». Pensavo sbagliato. Durante un turno qualunque al banco non c’era una telefonata simile all’altra. Si copriva tutto lo spettro delle tonalità, da «È legale sparare ai cinghiali con arco e frecce?», a «Come posso fare per far uscire un serpente dal garage?», o ancora «C’è una puzzola sotto il vespaio e non voglio usare repellenti chimici, cosa si può fare?». La mia risposta standard suona in ogni caso: «RIMANGA IN LINEA». Sono tutti problemi che si collocano sopra le mie competenze professionali (di livello zero) e posso solo cercare il veterinario più vicino o qualcuno che forse ne capisce.
Una delle cose più interessanti di quei turni all’ingresso è però scoprire ogni volta chi è in attesa di entrare. Come la maiala Delta, trovata che vagava da sola nel parco mangiando erbacce, con scottature da sole. Dove se non lì potrebbe una ragazza di città come la sottoscritta avere l’occasione di scambiare due chiacchiere con una porcella da un quintale? Durante un solo pomeriggio, Delta ha rovesciato due cestini della spazzatura, distrutto uno scaffale di libri, cercato di mangiarmi le scarpe. Affascinante. Appena ha visto nell’area accoglienza un bulldog dall’aria amichevole, ha buttato giù un cancello giusto per venire a dare un saluto. L’ha adottata una signora che lavora in una clinica veterinaria.
Ho cambiato totalmente i miei rapporti con le persone che mi circondano. Molti mi raccontano che gli piacerebbe tanto fare volontariato al rifugio ma gli ispira anche un po’ di tristezza. Ora, è vero che tanti animali abbandonati arrivano qui un po’ mal messi, e tanti proprietari sono disperati alla ricerca dall’amico perduto, ma è anche vero che una volta entrati a regime col lavoro volontario, si vedono soprattutto animali in ripresa che stanno sempre meglio.
Levi, un vecchio cane da pastore che stava diventando sordo, è rimasto qui parecchie settimane, fino a quando è passato un tizio su una Harley. Ci ha dormito sopra una notte, decidendo di essersi innamorato di quel vecchio bastardo, e di volerlo adottare. Il cane adora stare sul side-car della moto del suo amico, e tutti e due sono vestiti da motociclisti. Non so come fosse la sua vita prima, ma di sicuro non c’erano scorazzamenti in modo con gli occhiali da sole.
È una cosa abbastanza comune che i proprietari di animali morti vengano a regalarci guinzagli, accessori, giocattoli, scorte di cibo in scatola. Una volta venne un anziano con l’aria davvero desolata, spiegando di non voler più tenere un cane «per non provare ancora la stessa cosa». In quel momento passò trotterellando verso l’uscita per la passeggiata fuori un Peagle (bastardino di Pechinese e Beagle). Notai subito l’occhiata dell’uomo, lo sguardo che si illuminava: «Ma chi sei tu?» salutò il cucciolo che si avvicinava. Non so come vadano poi a finire questa e altre storie del genere. Però è sempre bello vedere come cominciano.
In tutti questi anni di volontariato con gli animali sono cambiate le mie prospettive. Speravo di incontrare cani interessanti, ma ho anche trovato persone interessanti, ritrovato un po’ di fede nell’umanità. Una volta arrivò una coppia di anziani e la donna chiese «Qual è il gatto che sta qui da più tempo?». Era Bella, felino bianco e nero in una gabbia da un anno e mezzo. Presa in prova da diverse famiglie ma sempre riportata indietro. Stavolta i due anziani vedendola dissero semplicemente «La prendiamo» adottandola subito. Non gli interessava l’aspetto il colore la razza il carattere, solo che fosse il gatto che aveva più bisogno di trovare casa. Tra di noi si aggirano angeli in incognito.
È cambiata anche la mia vita domestica. Quando una mattina hanno portato al rifugio una bulldog francese con tre gambe trovata in un parcheggio. Aveva vari problemi di salute e ci vedeva piuttosto male. Tutti i colleghi si sono innamorati di lei e hanno insistito perché la adottassi. L’ho portata a casa. Ma la riporto ogni martedì per un turno al banco di ingresso dove mi sta in braccio. La mia famiglia ha sempre avuto solo rigorosamente animali di razza pura. Oggi, dopo tre adozioni di cani dal canile, non mi sognerei mai di non scegliere un trovatello. Tanto per concludere col lieto fine no?
da: The Christian Science Monitor, 3 aprile 2026; Titolo originale: The animals who find us – Traduzione di Fabrizio Bottini



