Architettura e Urbanistica (1925)

Quali sono precisamente le relazioni dell’architettura con l’urbanistica? In che modo gli architetti possono contribuire a dar forma alle città? Una questione spesso discussa nelle riviste di settore ma a cui non sembra da diversi punti di vista essere stato risposto chiaramente. Diciamo comunque subito che la domanda è un prodotto della nostra epoca. Un tempo non esisteva alcun dubbio nel come rispondere, dato che allora la forma delle città dipendeva quasi totalmente dagli architetti. Erano loro, con la varietà delle forme, degli edifici, talvolta con grandiosità monumentale, altre con composizioni pittoresche, a creare le magnifiche città che oggi ammiriamo e che testimoniano lo sviluppo dell’arte nei tempo passati.

Gli edifici costituivano l’aspetto delle città; gli edifici, attorno a un tempio, a una cattedrale, un palazzo, un municipio, formavano varie gradevoli prospettive; anche le fortificazioni ai margini delle città erano spesso opere di grande valore architettonico. Ovunque ancora vediamo questa opera dell’architetto e del suo spirito: era lui il costruttore di città. L’industrializzazione e lo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione e trasporto degli ultimi secoli hanno spinto la migrazione di persone dalle zone rurali verso le città, fino a che queste non riuscivano più a contenere il flusso costante, facendo nascere le periferie presto popolate. Un sovraffollamento delle città che ha dato vita a innumerevoli problemi, per chi li deve risolvere migliorando l’esistenza delle città e dei cittadini. E certo non si sono risolti con il medesimo ritmo a cui le città crescevano. Quindi oggi ci troviamo di fronte nuovi fatti e nuovi problemi con cui risulta pressoché impossibile confrontarsi.

Parallelamente e in relazione a quei problemi, la moderna tecnica di costruzione della città (uso il termine espressamente al posto di urbanistica che mi pare fuorviante, mentre costruzione della città ne restituisce meglio il carattere tridimensionale) si è sviluppata in una notevole disciplina. I terreni costituenti la città e quelli adiacenti ad essa devono essere considerati se si deve rispondere alle necessità future degli abitanti, degli insediamenti industriali e commerciali, delle infrastrutture ferroviarie o portuali, e così via, sempre con lo scopo di rimuovere ogni ostacolo alla naturale crescita ed espansione della città. Occorre pensare ai mezzi di trasporto, alle condizioni igieniche, al verde agli spazi da gioco, ai servizi tecnici idrici e fognari. È certamente un vastissimo campo di attento lavoro, dove persone di diversa formazione ed esperienza operano coordinate da un responsabile dell’urbanistica cittadina. Ingegneri, sanitari, paesaggisti, esperti di diritto, architetti, tutti contribuiscono con le proprie particolari competenze a migliorare le condizioni di vita nelle grandi città. Ed ecco la situazione che ci porta a quella domanda: dove si colloca oggi l’architetto dentro la moderna tecnica di costruire le città, e quanto contribuisce a determinare le sue forme?

La risposta dipende dal punto di vista da cui osserviamo la questione. Per quanto concerne l’organizzazione degli aspetti fondamentali delle nostre città in termini pratici e logic, senza particolarissimo riguardo all’estetica, la risposta deve essere indefinita.Si sottolinea spesso quanto la rapida crescita delle nostre città sia causa di frequenti trasformazioni nei programmi originali. Una casa costruita oggi potrebbe nel giro di pochi decenni lasciare il posto a un’altra, e lo stesso può succedere a gruppi di isolati o interi quartieri. È necessario, in queste situazioni, sforzarsi di raggiungere alcuni ideali di bellezza architettonica? Non basta applicare il punto di vista pratico di rispondere ai bisogni del momento? Dovremmo ricordare che è proprio la tecnica di costruzione della città a voler organizzare le cose così da eliminare la maggior parte di questi bruschi cambiamenti. Dovremmo ricordare, anche, come i cambiamenti in un piano urbano non si limitino alla nostra epoca. Succedeva anche ai vecchi tempi. Non importa quanto improvvisi o frequenti essi non devono per forza tarpare o diminuire la bellezza della città nel suo insieme. Non vogliamo lasciar fiorire il giardino finché la fioritura dura? Poi quei fiori muoiono ma il giardino rimane, fonte di gioia e serenità per le generazioni future.

La Storia dell’Arte ci dice che l’umanità ha sempre cercato di creare spazi di bellezza per la propria vita quotidiana. Gli esempi artistici che abbiamo ereditato dalle scorse generazioni ci parlano inequivocabilmente di questo lavoro culturale. E noi che tanto vantiamo la nostra cultura non dovremmo essere ansiosi tanto quanto i nostri antenati di circondarci di cose belle nell’esistenza quotidiana, per le necessità interiori e la crescita personale? E trascorso quel tempo lasceremo monumenti di bellezza e cultura, testimoni del nostro impegno? Tra le eredità che ci lasciamo alle spalle nella nostra esistenza le città sono forse le più rivelatrici. Grandi o piccole, dovrebbero organizzarsi e regolarsi in nome dell’arte e della bellezza. Una bellezza in grado di penetrare dentro il sistema delle varietà a trasformare il tutto in opera d’arte. Questa è la missione della tecnica moderna di costruzione della città. E per questo usiamo il nome di City Building! [invece di City Planning come spiegato sopra e come si chiama la testata che ospita l’intervento n.d.t.]

Veniamo così all’architettura e ai suoi veri segreti. Una architettura che mai ha mirato alla bellezza da sola senza guardare alle esigenze della praticità. E il cui principio fondamentale è al contrario creare armonia e bellezza sulla base dell’utilità. Questa essenza detta soluzioni semplici e dirette a tutti i problemi architettonici. È il principio che dovrebbe sempre guidare il progettista nel suo lavoro, dagli alberghi moderni ai depositi ferroviari e altri edifici che in realtà sono piccole città concentrate sotto un unico tetto. In fondo è il principio fondamentale che emerge in piena vista nella costruzione delle gigantesche città di oggi coi loro molteplici problemi. Il ritmo degli edifici costituisce la città. Si deve far avvertire un crescente senso di bellezza nel disegno delle forme generali e nella progettazione di dettaglio. La silhouette della città che si staglia contro il cielo o si confronta col paesaggio delle alture, i rapporti tra una parte della città e l’altra, le vie, piazze, cortili, tutto deve essere concepito con la certezza di arrivare all’indiscutibile bellezza. Il monumentale e il pittoresco devono equilibrarsi, le linee e sfumature di colore fondersi col verde dei giardini, le scene variabili stare in armonia coi parchi e i colori del traffico.

Occorre destinare una zona della città esclusivamente alle attività economiche così che possano proseguire senza posa, un’altra dove possa fiorire e prosperare il lavoro culturale e artistico, le zone residenziali verranno progettate con magnifiche case verde e giardini. Queste sono le linee su cui deve operare un Costruttore di Città, questo l’obiettivo a cui dobbiamo tendere: «Fare della Città un’Opera d’Arte». Ma nessuna opera d’arte si costruirà mai senza uno spirito creativo guida. Il Costruttore di Città deve quindi attrezzarsi di mirabili qualità, gusto, ampio ed equilibrato sguardo generale, tutti caratteri tipici del grande artista creativo architetto. Non basta redigere un progetto generale e particolareggiato della città o curare la «suddivisione delle sue masse» secondo buon gusto. È anche necessario che ciascuna singola casa venga realizzata in armonia col piano generale e le sue singole parti. Abbiamo a disposizione ottimi esempi di città da guardare, dove ciò è stato realizzato, là dove il Costruttore era l’architetto dei singoli edifici, o essi venivano realizzati sotto la sua supervisione. Ma esistono anche esempi del contrario.

Pare che la nostra epoca sia particolarmente quella dell’architettura eterogenea. Un filosofo ha affermato che ciascuna era esprime una propria arte. Gli antichi Greci erano soprattutto scultori, il Medio Evo ci lascia bellissime architetture, la nostra età si gloria di musica e contrappunto. L’architettura, a quanto sembra, non ci appartiene. Se paragoniamo la nostra vita collettiva con quella medievale, non è difficile scorgere le differenze tra la nostra idea di architettura e quella dei nostri antenati. I progettisti del medio evo erano locali, appartenevano allo spazio su cui operavano. I materiali usati erano un prodotto domestico, trasportato su brevissime distanze fino al luogo della costruzione. L’architetto dell’epoca era spesso anche scultore, o muratore, o entrambe le cose. Si era formato e aveva fatto esperienza là dove realizzava la propria opera d’arte. L’unica accademia dell’epoca medievale erano le grandi costruzioni monumentali.

Oggi viviamo una situazione diametralmente opposta. Grazie ai viaggi, alle pubblicazioni, alla fotografia, siamo costantemente in contatto con luoghi lontani e diverse epoche storiche. Dalla nostra eterogenea stanza del tesoro possiamo ricavare conoscenza e impressioni. I nostri materiali da costruzione sono invariabilmente trasportati da luoghi distanti, e il lavoro dell’architetto viene svolto in ufficio col solo aiuto di carta e matita. Una situazione che richiede più conoscenze acquisite, capacità, ampie competenze sui materiali e le tecniche di costruzione, indispensabili all’architetto per praticare la propria arte. Ma la medesima situazione può anche condurre al sorgere di architetture superficiali e di qualità interiore. Ed è probabilmente proprio questa massa di architetture superficiali con la loro varietà di stili forme colori a cancellare qualunque interesse pubblico per l’autentica architettura. Il maggiore nemico del Costruttore di Città, l’architettura superficiale, da cui nascono gli infiniti ostacoli che si ritroverà di fronte per sviluppare le proprie idee.

Ma esistono altri ancor più gravi ragioni per altri ostacoli all’opera del Costruttore. Quando l’architetto medievale erigeva i suoi edifici stava costantemente in intimo contatto col luogo. Conosceva gli edifici circostanti e le forme delle vicine vie e piazze. Consapevolmente o inconsapevolmente la nuova casa sorgeva in armonia col contesto. Materiali, colori, proporzioni, tutto si fondeva nella bellezza di insieme. Gli architetti della nostra epoca perdono sempre più il contatto artistico tra l’edificio e ciò che lo circonda. Il progetto viene concepito in un altro luogo. Raro che venga preso in considerazione il carattere del circondario, le strutture, gli stili. Molto esigue quindi le possibilità di creare qualcosa che si fonda nel luogo. Però, ci chiediamo, come è possibile all’architetto nella condizione attuale, coi suoi doveri così articolati e tanti problemi diversi da risolvere, tra quantità proporzioni, caratteri, creare armonia e uniformità di prospettive? Spesso sono le numerose indicazioni del committente o i suoi limiti economici a determinare aspetto e proporzioni. L’economia non dovrebbe rappresentare un ostacolo. Anche la casa più semplice e poco dispendiosa può essere resa bellissima. Il gusto non costa nulla. Compito dell’architetto è rispondere alle necessità del committente in modo tale da abbellire l’edificio. Per fare un esempio proviamo ad osservare la Piazza San Marco a Venezia.

C’è il Campanile, alto e imponente, fatto di economici mattoni e in stile molto semplice, la chiesa di San Marco, di marmi multicolori e mosaici, elaboratamente ornamentali, il Palazzo Ducale in pietra e mattoni, di fronte alla magnifica Biblioteca del Sansovino e a seguire le Procuratie. A sottolineare le grandi differenze di proporzioni molto visibili non dimentichiamo la «Loggetta» ai piedi del Campanile. Le varie strutture che compongono la Piazza sono state realizzate in epoche diverse su un arco di circa mille anni, e naturalmente da artisti diversi. Osserviamo le differenze di materiali, stili e proporzioni. Eppure si tratta di uno dei luoghi più magnifici dell’intera storia dell’Architettura. Come in un’opera musicale sinfonica tutti gli strumenti dell’orchestra lavorano insieme, in armonia e senza enfasi. Non è attraverso l’uso di un certo stile, o materiale, o colore o proporzioni,, che creiamo armonia. Ma piuttosto imponendo un buon ritmo tra quantità forme e colori. Quando un singolo edificio deliberatamente si adegua all’insieme senza nulla concedere della propria individualità, allora abbiamo una autentica riuscita opera d’arte. Usando una metafora: l’albero nel bosco è diverso da quelli che gli stanno attorno per forme e dimensioni ma si inserisce armonicamente nel quadro di insieme.

Diciamo che l’architettura è tridimensionale. Un edificio è lungo, largo, alto, delimitato dalle pareti e dal tetto. Ma il suo «raggio di influenza» si estende ben oltre le pareti, a seconda della posizione rispetto alla strada, alla piazza, al verde, a un pendio. Questo raggio di influenza costituisce una componente estetica essenziale dell’edificio, da comporre in armonia con l’ambiente circostante e ciò che lo compone. Ecco il «principio di condivisione», o la «quarta dimensione» se ci è consentito usare queste parole. Un principio che nella Costruzione della Città si applica alla singola struttura, ma anche una delle leggi fondative dell’architettura, su cui poggia l’intera arte del costruire, strettamente connessa alle conoscenze su materiali forma e tecnica di fabbricazione.

Ma un contesto sfavorevole non ha certo favorito l’affermasi di tale principio lasciandolo a malapena abbozzato. Costruire avviene indipendentemente dal luogo dal contesto e ci induciamo a pensare che ciascun edificio rappresenti un problema a sé. Ragioniamo sempre di «Magnifiche architetture». Ci siamo convinti che si possano costruire bellissime città con bellissimi edifici, come se per fare una piazza o una via bastasse mettere in fila fabbricati progettati uno per volta magari con molta cura uno accanto all’altro. Ottenendo il risultato opposto: ciascuna architettura tende a prevalere sull’altra distruggendo l’armonia e quindi anche la bellezza. Mentre quegli edifici appartengono l’uno all’altro e tutti al contesto. Non possono essere estratti da esso e portati altrove perdendo il proprio carattere. La loro bellezza non dipende dalle proporzioni o dallo stile, ma dall’insieme entro cui si collocano, così come la qualità del colore si giudica insieme a quella degli altri colori.

La stessa cosa vale per la formazione degli architetti nelle varie scuole. Generazione dopo generazione si è insegnato e orientato verso qualcosa di diverso dai luoghi reali. Nella maggior parte dei casi qualunque singolo edificio è stato considerato in sé e per sé, risolvendo ogni problema sulla base di tale principio ispiratore. Anzi risolvere i problemi era ed è considerato anche meno importante che impostare graficamente l’edificio sul disegno. È vero che negli ultimi anni qualcosa dell’Arte di Costruire le Città o se vogliamo dell’Urbanistica ha iniziato ad essere insegnata nelle scuole, ma ancora si tratta di un aspetto più o meno estraneo al percorso principale di formazione dell’architetto. Non si riesce a riconoscere come faccia invece parte delle basi della sua istruzione.

Finché l’arte di costruire le città coi suoi principi fondamentali non verra adottata in stretto legame al percorso formativo di chi progetta gli edifici, sarà impossibile risolvere questo problema architettonico, se non si conoscono i contesti, se non si risolve ciascun progetto considerando dovutamente il contesto circostante, se il principio non viene assorbito dallo studente sin dal principio degli studi, e il rapporto tra l’edificio e ciò che gli sta attorno non si impone alle nuove generazioni di architetti, non potremo mai sperare di realizzare le magnifiche città dei nostri sogni di Costruttori. E per concludere, solo quando i risultati dell’impegno comune di tanti architetti si renderanno visibili, l’interesse e la comprensione dell’opinione pubblica si risveglieranno confermando la verità di quanto diceva Ruskin: l’esterno [l’aspetto] di un edificio non appartiene solo al suo proprietario ma alla città intera. Solo allora il City Planning sarà diventato costruzione artistica della città.

Da: City Planning, organo ufficiale dell’American City Planning Institute, ottobre 1925; Titolo originale: Architecture and City Planning -Traduzione di Fabrizio Bottini (la versione «originale» è quella in inglese predisposta dalla Redazione)

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