Aree metropolitane in Italia (1961)

Il termine ed il concetto di città non bastano più, oggi, quando si voglia definire in tutti i suoi aspetti la realtà urbana in cui viviamo. Se infatti, specialmente in Italia, numerose sono ancora le città che hanno conservato nell’aspetto fisico e nel sistema di relazioni sociali che vi si svolgono le caratteristiche di un passato vecchio talora di secoli, negli ultimi cinquant’anni la maggior parte dei centri maggiori sono andati gradualmente acquistando una fisionomia particolare prima totalmente sconosciuta, mentre i loro abitanti hanno adottato modi di vita e schemi mentali del tutto nuovi. Sconcertante è stata, e continua ininterrotta, la rapida, prodigiosa espansione fisica e demografica delle grandi città, fenomeno impressionante e per le sue dimensioni e per le conseguenze su tutto il sistema di relazioni sociali che necessariamente determina, e che non a torto è stato definito «l’esplosione urbana». Espansione rapida e prodigiosa, ma quasi sempre, nel nostro paese più ancora che nella maggior parte degli altri nel mondo occidentale, incontrollata ed informe, secondo un processo che è stato sinteticamente descritto da Lewis Mumford: «Lo sviluppo di una grande città è ameboidale: non essendo capace di dividere i suoi cromosomi sociali, e di suddividersi in nuove cellule, la grande città continua a crescere rompendo le barriere, ed accettando la propria mancanza di direzione e di forma come inevitabile conseguenza della sua immensità materiale».

Mentre un tempo la crescita delle città, lenta nel tempo e limitata nello spazio, raramente o mai turbava profondamente il loro equilibrio interno, che aveva modo di perpetuamente riassestarsi seguendo da vicino i cambiamenti che avevano luogo nel corso di parecchie generazioni, ognuna delle quali poteva conservare praticamente inalterata l’immagine complessiva, sia fisica che spirituale, della propria città, essa procede oggi ad un ritmo così serrato da trasformare in pochi lustri i caratteri essenziali di un centro urbano e modificare in profondità le forme di vita dei suoi abitanti, senza lasciare il tempo a queste trasformazioni e modificazioni sempre rinnovantisi di inserirsi gradualmente nel sistema tradizionale e di esserne fruttuosamente assimilate. Ciò è altrettanto vero sia in rapporto alla vita culturale che per quanto riguarda l’ambiente fisico; ma è ovvio che è particolarmente in relazione a quest’ultimo che il fenomeno risulta appariscente anche all’osservatore più distratto.

La sfasatura fra il nucleo centrale da cui ha preso le mosse il processo di espansione degli ultimi decenni ed i risultati di questo processo stesso, assume proporzioni tali da rendere praticamente impossibile ogni punto di incontro fra tradizione e realtà nuova. La città diventa più grande, ma citando ancora il Mumford «se usciamo dai quartieri centrali, la vasta e dilagante mancanza di scopo di questa grandezza diventa opprimente. Nessun occhio umano riesce ad afferrare la massa metropolitana in uno sguardo. Nessun luogo di raccolta, eccetto che la totalità delle strade, può contenere tutti i suoi cittadini. Nessuna mente umana può comprendere più che un frammento delle attività complesse e minutamente specializzate dei suoi cittadini». L’esplosione urbana vede ripetersi l’inevitabile fenomeno, ci racconta ora G. Vigliano a proposito dell’area metropolitana di Torino, «dei sobborghi della grande città che nell’ampliarsi quasi improvviso non riesce più ad avere il senso della misura, ed è come un polipo dalla testa gigantesca e dalle braccia poderose protese per ogni dove, che afferrano e stringono fino a strozzare le creature deboli e inermi. Le braccia sono nel caso nostro le strade che portano alla periferia e di qui alla campagna. Ma la campagna è al di là di ambo i lati di quelle vie spettacolari e mostruose, nascosta alla vista del viaggiatore che le percorre. Dall’una parte e dall’altra case e case ancora case e uomini e donne che si affacciano da finestre e balconi annoiati di quel traffico senza riposo, e bimbi che giocano ai margini della via ignari dei pericoli cui sono di continuo esposti. Uscendo dalla grande città è molto difficile distinguere la periferia dal sobborgo: un unico blocco edilizio si para dinanzi freddo e anonimo».

Nel corso del suo processo di espansione la città assorbe, senza peraltro il più delle volte pienamente assimilarli, i piccoli centri periferici che costituivano una volta dei sobborghi autonomi; poi, continuando ad avanzare, tende a fagocitare anche villaggi e cittadine non marginali, situati talvolta ad una distanza considerevole dal suo centro. Ma giunge il momento in cui il processo non si svolge più soltanto in una direzione. Alla crescita della grande città comincia a far riscontro una crescita analoga, che quasi sempre con il tempo diventa anzi proporzionalmente più rapida ed impetuosa ancora di quella della metropoli, di buona parte dei centri viciniori, i quali, espandendosi, si avvicinano a loro volta a quest’ultima, e a loro volta contribuiscono ad accentuare sempre maggiormente il carattere urbano dell’intera zona a scapito di quello rurale. Fra la grande città e questi centri viciniori si stabiliscono rapporti sempre più intensi, le loro rispettive economie tendono a divenire sempre più interdipendenti, i loro cittadini a spostarsi con maggiore frequenza e regolarità dall’una agli altri o viceversa per ragioni di lavoro o di svago. Sia dal punto di vista urbanistico che da quello economico ed amministrativo s’impone con crescente evidenza la necessità di considerare la zona anche da un punto di vista unitario, come un tutto unico, al di là della frammentazione delle circoscrizioni amministrative, solo in parte rispondenti ormai, e non solo in Italia, alla concreta situazione di fatto. In ogni nazione moderna, cioè, i problemi dei grandi centri urbani non possono più esser considerati e risolti entro i termini tradizionali della città, ma devono essere affrontati sotto il profilo ben più complesso dell’area metropolitana.

Definire questa in astratto non è facile: troppi sono i fattori della natura più diversa, economici, sociologici, urbanistici, giuridico-amministrativi, culturali, che concorrono a dare ad una città e ad un’estensione più o meno vasta del territorio circostante i caratteri peculiari di un’area metropolitana, perché sia possibile sintetizzarli tutti in una formula concisa ed esauriente, in grado di essere applicata con successo ad ogni esempio concreto. E mentre in certe zone, inoltre, potranno venir individuati tutti o quasi i fattori che si vorranno indicare come elementi costitutivi di un’area metropolitana, in altre basterà l’esistenza di alcuni soltanto di essi per conferire loro con sufficiente sicurezza carattere metropolitano. Gli elementi essenziali e indispensabili di un’area metropolitana, comunque, sono rappresentati da una città centrale, o metropoli, che nel suo processo di espansione ha assorbito o tende ad assorbire i nuclei abitati situati nelle sue immediate vicinanze per quanto appartenenti ad una diversa circoscrizione amministrativa, e da una serie più o meno numerosa, compatta e popolosa di centri minori circonvicini, dal villaggio alla città vera e propria, con i quali si sia determinata, o stia determinandosi, una certa continuità urbana e sopra tutto una stabile rete di rapporti quotidiani economici e sociali, questi ultimi nell’accezione più larga.

La continuità urbana cui si è accennato, non deve essere intesa in senso stretto, come catena ininterrotta di superfici edificate che unisca direttamente, senza soluzioni, i vari centri dell’area metropolitana; ma come prevalenza nella maggior parte della zona del carattere urbano su quello rurale e delle attività secondarie su quelle primarie, prevalenza che, per quel che riguarda l’elemento umano, si concreta in mentalità e consuetudini di vita che tendono sempre più a diventare comuni, nel senso di una sempre più spiccata caratterizzazione verso il tipo cittadino dei gusti e degli orientamenti di quanti non risiedono nel centro principale. Per quel che concerne poi le interrelazioni economiche e sociali, non è sufficiente, affinché si possa parlare propriamente di area metropolitana, che vi sia un legame, anche di stretta interdipendenza, tra le varie attività produttive della zona, o che l’economia di quest’ultima graviti tutta sulla metropoli, come centro finanziario e direzionale, come mercato o come sede delle industrie chiave; ma è necessario che l’economia metropolitana si configuri come un’organizzazione di produttori strettamente dipendenti gli uni dagli altri per lo scambio dei beni e dei servizi, in modo tale che tra di essi si crei un sistema di rapporti non già estemporanei, oppure anche regolari ma intervallati nel tempo, bensì stabili e quotidiani.

È appunto la quotidianità di tali rapporti che contribuisce a determinare il carattere metropolitano di una zona. Occorre cioè che quest’ultima si presenti innanzi tutto come un unico mercato del lavoro, con operai, impiegati, dirigenti e liberi professionisti che si spostano giornalmente in gran numero dalla località in cui dimorano a quella in cui esercitano la loro attività e viceversa; come un unico centro di acquisti nel senso che sia naturale per i suoi abitanti recarsi a comperare beni strumentali, specialmente di lusso, anche al di fuori della loro residenza, ed in particolare nel capoluogo; come un’unica zona culturale e di svago, entro la quale gli abitanti dei centri periferici partecipino abitualmente, anche se non con grande frequenza, alla vita culturale e sociale in genere della metropoli. Se la vita urbana viene in questo modo ad avere in molti casi un’unità di misura diversa da quella tradizionale, rappresentata non più dalla città, ma dall’area metropolitana, resta pur sempre il fatto, tuttavia, che nell’ambito di quest’ultima la città principale, o metropoli, conserva un’importanza e un’influenza preponderanti, e dà il tono a tutta la zona circostante sia dal punto di vista economico che da quello culturale e sociale, tanto da esercitare il più delle volte una vera e propria egemonia in ogni campo della vita associata.

Non solo essa è di gran lunga preponderante dal punto di vista demografico, ma accentra in sé tutte o la maggior parte delle funzioni direttive dell’intera area metropolitana; e se la sua preminenza industriale va di norma mano mano affievolendosi a vantaggio dei centri viciniori, che in misura crescente, in Italia come altrove, calamitano attività economiche nuove o preesistenti, la sua posizione di centro finanziario e commerciale dell’intera zona non è mai stata in nessun luogo scossa seriamente, così come senza rivali la metropoli continua ad essere nel settore delle attività culturali. In alcuni paesi, specialmente negli Stati Uniti e, sia pure in misura minore, in Inghilterra ed in Svezia, un’altra caratteristica peculiare delle aree metropolitane è la tendenza, che va sempre più accentuandosi, sopra tutto in seno alla media ed alta borghesia, ad abbandonare la metropoli come luogo di abitazione ed a stabilirsi in una delle innumerevoli comunità residenziali sorte a farle da corona, corona che in non pochi casi assume l’aspetto di una placida e grigia cintura di dormitori.

È il ben noto fenomeno della fuga nella frangia suburbana, dell’abbandono della selva d’asfalto, di vetro e di cemento armato per cercar rifugio in un ambiente più calmo e sereno, dove sia possibile un qualche immediato contatto con la natura (che si risolve non di rado, tuttavia, in forme ibride o spurie di ben poco vantaggio sostanziale) ed una vita di famiglia che si svolga nella più consona atmosfera delle case mono o bi-familiari piuttosto che in quella anonima e promiscua dei grandi fabbricati ad appartamenti. È questo un fenomeno che ha accentuato ancora maggiormente, almeno in quei paesi, il distacco della nuova metropoli dalla città tradizionale, in quanto ha reso ancora più netta ed articolata quella specializzazione territoriale delle funzioni sociali ed economiche che rappresenta una delle caratteristiche più salienti delle aree metropolitane e che è sostanzialmente antitetica a quella che è stata per secoli, anzi per millenni, la fisionomia materiale e spirituale dei centri urbani.

Nelle grandi città italiane la tendenza sopra notata è ancora nella sua fase iniziale e si presenta pertanto con elementi distintivi propri. Se è vero infatti che anche in Italia si assiste ad un lento e per ora non molto rilevante processo di spopolamento delle zone centrali delle città maggiori, non bisogna neppure dimenticare, tuttavia, che il punto di arrivo di tale processo è rappresentato per lo più non tanto da comunità residenziali del tutto autosufficienti situate a notevole distanza dal centro cittadino, fuori dai confini amministrativi della metropoli, bensì da quartieri residenziali inserito nel corpo stesso della città, costituenti sotto tutti i rispetti parte integrante di questa e la cui troppo spesso vantata autonomia od autosufficienza si limita alla presenza di un paio di cinematografi, di una farmacia, e degli indispensabili negozi di prima necessità. Non si tratta neppure, salvo rare eccezioni, di quartieri così detti satelliti (ma alcuni che possono essere così definiti sono in progettazione, come si vedrà in seguito, in varie città), ma di pure e semplici propaggini edilizie in cui si concreta l’espansione anarchica e irrazionale delle nostre città.

L’assenza almeno per ora, del fenomeno vero e proprio dei «suburbs» e delle comunità residenziali autonome intorno alle principali metropoli, è senza dubbio in parte dovuto, nel nostro paese, all’ancora relativamente scarso sviluppo della motorizzazione privata, condizione prima ed essenziale senza il verificarsi della quale esso non avrebbe modo alcuno di sorgere e diffondersi. In certa misura tuttavia, è dovuta pure ad una diversa psicologia della vita associata prevalente in Italia, consistente in una notevole indifferenza verso le possibili intrusioni nella propria sfera privata, nel bisogno incoercibile di un contatto immediato e continuo con la gente ed in una estrema ripugnanza per forme di convivenza sociale che rendano più difficile e problematico lo sport nazionale di mettersi in mostra di fronte ad amici, conoscenti ed ignoti e del recitare con voluttà, in ogni occasione, una parte qualsiasi.

È tuttavia da notare, a questo proposito, che mentre per lo meno entro certi limiti il realizzarsi delle caratteristiche tipiche delle aree metropolitane, fra cui rientrano senza dubbio certi peculiari modi di vita determinati da circostanze obiettive non meno che da atti di volizione e da una mentalità preordinata, è indipendente da quelli che possono essere gli orientamenti generali della psicologia collettiva, per rispondere invece a tendenze difficilmente riversibili tracciate da fattori vari di carattere tecnologico, economico ed amministrativo. Di modo che c’è da aspettarsi che il fatto stesso del costituirsi di aree metropolitane, in cui non possono mancare certi aspetti sociali e culturali nuovi, inciderà sulla psicologia e sull’atteggiamento collettivo degli Italiani interessati al fenomeno non meno di quanto l’una o l’altro contribuiranno ad imprimere alle aree metropolitane del nostro paese una loro fisionomia che inevitabilmente le distinguerà in maniera più o meno profonda, pur attraverso le ineliminabili caratteristiche comuni, da quelle di altre nazioni.

Sarebbe un errore infatti voler sottovalutare, in omaggio ad un mal calcolato umanesimo, l’influenza che sui molteplici aspetti della nuova vita metropolitana hanno e con ogni probabilità ancor più continueranno ad avere in futuro i fattori che possiamo definire globalmente esterni, quelli cioè riconducibili al mero dato di fatto di una realtà materiale che se è anche, ovviamente, il prodotto dell’attività dell’uomo, finisce sempre, ciò nonostante, con l’esercitare sulla sua vita, sul suo stesso modo di pensare e di sentire, una funziona plasmatrice del tutto svincolata da quelle che potevano essere le sue intenzioni nel crearle. Del resto, tutto il fenomeno delle comunità metropolitane è intimamente legato al progresso tecnologico dell’ultimo secolo: la rapidità e facilità di comunicazioni sia individuali che di massa costituiscono infatti la premessa indispensabile della nuova realtà urbana, così come questa non sarebbe possibile d’altra parte senza tutti i moderni ritrovati della scienza e della tecnica, che soli consentono lo svolgimento efficiente e su vasta scala di tutti quei pubblici servizi senza i quali la popolazione metropolitana non potrebbe esercitare la propria attività quotidiana.

Come ha osservato a questo proposito il Gutkind, «è proprio il progresso tecnico che ha svuotato il concetto stesso di città, che ha demolito tutte le premesse ideali e materiali da cui scaturirono le prime città e da cui la continuità della vita cittadina aveva tratto la sua forza vitale. La scienza e la tecnica hanno distrutto la vecchia scala, i vecchi fattori che determinavano i bisogni materiali, i vecchi simboli. Hanno frantumato le unità d’un tempo – le città – e hanno creato le nuove unità costituite da interi paesi e vaste regioni. Hanno reso possibile la creazione di un nuovo ambiente, né città né campagna, un ambiente che non sappiamo ancora come chiamare ma che è qualcosa di più della città o della campagna come la intendevamo un tempo, degenerate a forme negatrici di vita in sterile antagonismo». Il fenomeno delle aree metropolitane, che rappresentano un particolare modo di vita oltre che una particolare configurazione edilizia ed amministrativa degli insediamenti urbani, offre uno dei più significativi e macroscopici esempi della misura in cui anche la vita spirituale dell’uomo può essere determinata, in maniera difficilmente controllabile, da fattori obiettivi da lui stesso creati, ma che acquistano una volta posti in essere, una loro autonomia d’azione ed una propria forza creatrice originaria.

Precisare in concreto quali sono le aree metropolitane esistenti in un paese e quali sono i loro limiti è compito non facile sempre, particolarmente arduo in Italia, ove il problema solo in un caso è stato studiato (la cosiddetta «Provincia Ambrosiana» in uno studio-proposta di legge del Partito Liberale del 1956 per Milano) in modo specifico e ove gli studi specializzati di carattere statistico, economico, sociologico ed amministrativo, che dovrebbero costituire la premessa indispensabile di una tale ricerca, non abbondano davvero. È necessario avvertire subito, comunque, che un criterio rigoroso ed onnicomprensivo di determinazione delle aree metropolitane, valido per tutti i casi e tutte le circostanze, probabilmente non esiste neppure, almeno per quel che concerne la loro estensione. Se infatti può anche non presentare eccessive difficoltà individuare, sulla base di una data definizione, le singole aree metropolitane senza andare incontro su questo punto a troppi dubbi o contestazioni, il problema si fa assai più complesso ed aggrovigliato quando ci si trova a dover decidere se includere o meno nell’area così identificata questo o quel comprensorio di comuni, questa o quella cittadina, e ciò copra tutto quando si tratta della zona marginale. La decisione dipenderà dal minor o maggior peso che si darà a un fattore piuttosto che ad un altro, per esempio a quello demografico anziché a quello rappresentato dalla struttura economica, oppure ad una circostanza particolare non riscontrabile altrove, la quale potrà essere considerata determinante ai fini della soluzione da adottarsi o meno. In ogni caso, un certo elemento di arbitrarietà personale non potrà comunque essere eliminato e qualsiasi delimitazione dei confini di un’area metropolitana sarà suscettibile di discussione e di critica.

Ad ogni modo, il primo fattore che va naturalmente preso in considerazione è quello demografico: condizione preliminare perché si abbia un’area metropolitana, vale a dire, è che sia la città principale, o metropoli, che la zona circostante nella quale siano individuabili in maggior misura gli altri fattori che potrebbero concorrere a darle carattere metropolitano, raggiungano un certo minimo di popolazione. Ad esempio, in uno studio curato dall’International Urban Research, è stabilito che un’area metropolitana debba contare per lo meno 100.000 abitanti complessivi ed includere una città con popolazione non inferiore ai 50.000 abitanti. Sulla base dei dati demografici del censimento del 1951, quello studio ha elencato così per l’Italia 28 aree metropolitane, e precisamente: Bari, Bergamo, Bologna, Brescia, Busto Arsizio-Gallarate-Legnano, Cagliari, Catania, Como, Firenze, Genova, La Spezia, Livorno, Massa e Carrara, Messina, Milano, Modena, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Taranto, Trieste, Torino, Venezia, Verona.

Ferrare e Reggio Emilia non sono state comprese in detto elenco, sebbene avrebbero dovuto esservi incluse in base al solo fattore demografico, in quanto l’estensione di territorio non urbano compreso nei rispettivi comuni è stata considerata troppo vasta per poter giustificare il loro carattere metropolitano. È chiaro infatti che il fattore di cui bisogna tener conto immediatamente dopo quello demografico è rappresentato dal grado di urbanizzazione della zona che circonda la metropoli. Un’area metropolitana è, per definizione, un vasto insediamento urbano: ciò non vuol dire, come si è già accennato, che in essa debbano risultare del tutto assenti le zone rurali; ma significa senza dubbio che il carattere urbano del territorio che circonda il centro principale dev’essere prevalente in maniera inconfondibile. A questo fattore è strettamente connesso un altro di grande importanza, e precisamente il carattere industriale o per lo meno terziario dell’area metropolitana. Da questo punto di vista, per esempio, risulterebbe piuttosto dubbia l’inclusione di Salerno o di Verona nel novero della aree metropolitane italiane, fatta dall’International Urban Research.

Una caratteristica di notevole interesse delle aree metropolitane è inoltre il fatto che, di norma, nel loro ambito lo sviluppo demografico ed economico dei centri periferici supera, spesso in misura assai rilevante, quello della metropoli (naturalmente non in cifre assolute, ma percentuali). La risultante dei fattori or ora accennati è infine rappresentata dalla elevata densità sociale che si riscontra nelle aree metropolitane e che le contraddistingue in maniera inconfondibile. È noto a questo proposito come in ogni comunità si possa parlare, oltre che di una densità fisica, rappresentata dal rapporto fra numero degli abitanti ed estensione territoriale, di una densità sociale, consistente nella frequenza degli scambi e dei rapporti di ogni genere fra gli individui ed i gruppi di individui che la compongono. Tale densità sociale, che dipende soprattutto dal grado di industrializzazione e dallo sviluppo dei servizi, come pure dal livello culturale predominante, può spesso presentare una sfasatura notevole rispetto alla mera densità fisica, che può talora essere elevata senza per questo risolversi in una corrispondente densità sociale. È da ricordare a questo proposito, sia pure solo di sfuggita, che uno degli aspetti particolari dell’alto grado di densità sociale proprio delle aree metropolitane è dato dall’intensa circolazione degli abitanti al loro interno per motivi di lavoro, di svago, di interessi culturali e così via.

Un esempio concreto della misura in cui un diverso rapporto fra densità fisica e densità sociale contribuisce a caratterizzare in maniera antitetica la realtà urbana è offerto in Italia dal confronto tra città del Settentrione e città del Mezzogiorno. Malgrado la presenza, nel primo, di vaste ed opulente aree metropolitane, è indubbio che nel complesso la popolazione del Nord ha carattere sparso rispetto a quella molto più accentrata del Sud, ove, com’è universalmente noto, anche le classi rurali vivono nella loro maggioranza concentrate in nuclei urbani di minori o maggiori proporzioni. Ciò nonostante, sarebbe difficile contestare che di fatto la popolazione sparsa del Nord, come ha giustamente fatto osservare Francesco Compagna, dev’essere pur sempre considerata di gran lunga più urbanizzata di quella accentrata del Meridione: ciò perché in quest’ultimo alla densità fisica dei centri urbani non corrisponde un’analoga densità sociale e le città, come del resto in tutte le aree sottosviluppate in genere, vi si presentano più che altro come «fiere permanenti», «luoghi di residenza della classe agiata», o «dormitori» di un sottoproletariato contadino che vive stentatamente ai margini di questa; insomma come grossi agglomerati privi di una vera e propria vita cittadina, ignari di quelli che sono gli elementi essenziali di una effettiva civiltà urbana.

Le conseguenze sul piano amministrativo delle particolari strutture demografiche, economico-sociali ed urbanistiche tipiche delle comunità metropolitane sono assai rilevanti. Alla sostanziale unitarietà, sotto diversi punti di vista, di queste ultime, fa riscontro la persistenza di un’accentuata frammentazione giuridico-amministrativa basata sulle tradizionali circoscrizioni locali risalenti a un’epoca in cui assai diverse erano le condizioni di fatto, nonché l’assoluta mancanza di organi a carattere metropolitano, aventi giurisdizione sull’intera zona (e solo su questa) e in grado pertanto di svolgere una politica amministrativa coerente ed unitaria, che tenga conto delle esigenze comuni ed armonizzi nella maggior misura possibile gli interessi e le tendenze contrastanti delle singole unità di amministrazione locale comprese nelle aree metropolitane. In altre parole, esistono comunità metropolitane, ma non esistono ancora, in Italia, istituzione metropolitane corrispondenti: ciò porta ovviamente alla conseguenza che i problemi metropolitani, già abbastanza gravi di per sé data la loro particolare complessità (assai più gravi certamente di quelli ai quali si trova di fronte la città tradizionale, alle cui porte comincia la campagna), diventano in pratica insolubili in quanto mancano semplicemente gli strumenti giuridico-amministrativi con cui operare su di essi.

Quand’anche fossero perfezionati al massimo i mezzi tecnici indispensabili al soddisfacimento delle innumerevoli massicce esigenze materiali delle comunità metropolitane, questi mezzi sarebbero in larga misura destinati a restare privi di efficacia qualora il loro funzionamento non venisse affidato a organi nuovi, appositamente creati ed investiti di responsabilità e giurisdizione metropolitane, del tutto diverse quindi da quelle che hanno oggi le amministrazioni provinciali o le amministrazioni comunali delle grandi città italiane. Una volta che si tengano presenti i vari fattori sopra indicati, c’è buona ragione di dubitare del carattere effettivamente metropolitano di tutte le città elencate per esempio in The World’s Metropolitan Areas e del rispettivo circondario. In sostanza il criterio ivi adottato, pur con alcune qualificazioni applicate, come si è visto, a Ferrara e Reggio Emilia, si basa in primo luogo sul fattore demografico, che è invece del tutto insufficiente, se non convenientemente integrato volta per volta da altri non meno e forse più importanti ancora.

È chiaro comunque, per quanto riguarda almeno i centri secondari, che solo un’accurata indagine effettuata in loco caso per caso potrebbe consentire di determinare con maggior precisione la presenza, nelle singole zone, di quelle caratteristiche che in qualsiasi paese, sia pure con accentuazioni e sfumature diverse, contraddistinguono le aree metropolitane, conferendo loro quella particolare fisionomia che le rende senza possibilità di dubbio così diverse sia dalle zone rurali, sia dalle città tradizionali, chiuse in sé stesse e in netta contrapposizione alla campagna. Pochi dubbi vi possono essere invece circa l’inclusione, anche a prima vista, nel novero delle aree metropolitane, delle città maggiori e del territorio circostante, e cioè Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma, Napoli.

Estratto da: Grandi città e aree metropolitane in Italia – Problemi amministrativi e prospettive di riforma, Zanichelli, Bologna 1961
Immagine di copertina: Torino anni ’60, da «Urbanistica» n. 50-51

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