Attraverso la città

11Serravalle

Foto F. Bottini

Capita, scorrendo le patinate pagine promozionali di qualche nuovo progetto per ricchi, di inciampare nel termine lifestyle center. Cosa sia è abbastanza difficile immaginarlo, guardando le immagini: signore eleganti, giovanotti abbronzati, bambini entusiasti senza esagerare, che si aggirano fra vetrine, aiuole, fioriere, ingressi con o senza gradini, cassette della posta. Insomma, a parte qualche eccesso di pulizia, potremmo stare in qualunque strada urbana pedonalizzata, dove i negozi si mescolano ancora alle abitazioni, ai servizi, come capita sempre più raramente ormai, nei centri via via più terziarizzati e specializzati.

E nonostante tutto, avremmo proprio indovinato cos’è mai quel misterioso lifestyle center vantato dal pieghevole pubblicitario: un campione assaggio di città normale, riprodotta in laboratorio e adeguatamente marchiata con quell’accattivante riferimento allo “stile di vita”, ben altro e di più, rispetto ai normali stili architettonici. E il tutto ci appare ancora più chiaro ed esplicito consultando un glossario tecnico di terminologie commerciali, dove leggiamo:

Nella maggior parte dei casi collocato vicino a quartieri residenziali ricchi, questo tipo di centro risponde ai bisogni commerciali e di “stile di vita” dei consumatori nel proprio bacino di riferimento. È configurato all’aperto, e comprende almeno 5.000 metri quadrati di negozi, occupati dalle grandi catene nazionali di prodotti di alta qualità. Altri elementi differenziano il lifestyle center nel suo ruolo multiplo di proposta per il tempo libero, come ristoranti e divertimenti, e un ambiente molto progettato con fontane e arredo urbano orientato al passeggio e a guardare le vetrine. A fungere da anchor, possono essere uno o più grandi magazzini o negozi di moda”1. E si dimentica, il glossario tecnico, di aggiungere che nelle forme più evolute e recenti questo “stile di vita” comprende addirittura la vita in persona, ovvero l’abitazione, sapientemente dosata tanto quanto tutto il resto a comporre l’accattivante quadro che avevamo visto sul pieghevole o nel sito web promozionale.

Inutile dire che, in quanto merce rara e costosa, questa neo-città artefatta – ma apparentemente meglio di quella vera – è solo per i pochi che se la possono permettere, chi tutti i giorni, chi a intervalli più rari. Siamo, insomma, in un ambiente che sta in bilico fra il centro commerciale patinato, tipo moderno factory outlet village, il villaggio vacanze, o il quartiere recintato/gated community, che in forme mutate e striscianti sono tutti già stati esportati dal suburbio americano verso l’Europa e anche in Italia. Il problema più serio di questa città artefatta è però soprattutto un altro, ovvero il fatto che si propone esplicitamente o meno come alternativa reale alla città concreta: non solo episodio puntuale di baratto fra valori di scambio e valori civici, in una specie di terra di nessuno ben arredata, ma vera e propria “città ideale”, dove le questioni della socialità, della convivenza quotidiana, non trovano alcuna soluzione, ma vengono semplicemente chiuse all’esterno, oltre i cancelli e le telecamere degli addetti alla sicurezza privati. Questa, in rozza sintesi, la proposta spaziale del “mercato”, che piuttosto coerentemente in una logica di consumo offre a tutto campo oggetti piccoli e grandi, interi ambienti o territori, e financo lo “stile di vita” con cui è appropriato aggirarsi per quei territori.

Non si tratta, a ben vedere e com’è piuttosto ovvio, di ricostruzioni per quanto artificiose di una complessità urbana e sociale andata persa o frazionata nei recenti cicli di sviluppo: le barriere visibili o meno di questi mixed-use districts2 tolgono senso a qualunque ipotesi di complessità, organicità, direi “civiltà”, degli spazi, per riportarli alla compromissoria privatizzazione di ambito pubblico che sono. Una privatizzazione spesso accettata e anche benvenuta dalle pubbliche amministrazioni, in cambio di un sollievo ad alcune onerose funzioni di gestione corrente, ma che di fatto pur nell’intesa politica di riqualificazione urbana centrale, o di riuso di aree degradate per vari motivi, re-importa intra moenia il cavallo di Troia della segregazione sociale, accentuandolo con l’attenuarsi delle distanze fisiche, l’acuirsi dei contrasti, replicando insomma tutto il peggio che generazioni di interpreti burocratici o in malafede della Carta d’Atene hanno già realizzato nei decenni centrali del secolo scorso. Inconsapevoli forse del fatto che bastano “le pagine gialle telefoniche a dirci la cosa principale delle città: l’immenso numero di parti che la compongono, e la loro immensa diversità. La diversità è un fatto naturale per le grandi città3.

Una diversità che comprende aspetti anche conflittuali, di piccola media o più segnata intensità. Conflitti che vorremmo tutti veder positivamente e rapidamente risolti in senso propulsivo, ma che non trovano certamente risposta nell’essere nascosti sotto il lifting dell’arredo urbano, o dal ricorrente terrorismo mediatico che ci instilla un pre-giudizio percettivo: isole di degrado, fortini dell’orrore, fabbriche di trasgressione e violenza, e via di seguito con un campionario di titoli che chiunque ha imparato a riconoscere. Titoli che, come salta all’occhio di chiunque si prenda la briga di scorrere qualche annata di vecchi giornali, hanno caratterizzato stagioni politico-urbanistiche oscure: dallo sgombero dei ghetti nell’Europa otto-novecentesca, agli sventramenti speculativi nei centri monumentali italiani, alla grande cuccagna edilizia dei programmi di urban renewal del dopoguerra, con la vera e propria deportazione di interi gruppi sociali, nel segno apparentemente riformista della “modernizzazione”4.

Posto che naturalmente non esiste una ricetta solutiva ai conflitti, e che anzi essi rappresentano (anche se taluni ne dubitano) il motore della storia, un buon approccio generale di minima potrebbe essere quello di “tenere pulito il campo di battaglia”, ovvero nell’ambito urbano e territoriale favorire l’evoluzione di spazi dove l’interazione sociale, economica, comprese le immancabili forme devianti (in termini di anomalia: non necessariamente di pericolo5) abbia luogo e sbocco. E per conflitto non si intende certo solo e principalmente quella sua emergenza patologica su cui prospera l’ideologia del bricolage socio-urbanistico, di corto respiro e dubbia buonafede. Mi riferisco, soprattutto, all’insieme di piccoli e grandi contrasti avvertibili con tutti i sensi, e soprattutto in tutti i sensi assimilabili, che compongono l’organismo urbano. Organismo, appunto, che è cosa ben diversa dalla vetrina, la quale ha come presupposto – appunto – il vetro che enfatizza la separazione, e che può anche andare facilmente a pezzi. L’organismo, al contrario, si rigenera col solo aiuto delle proprie forze.

(Saggio pubblicato su Metronomie n. 30, 2005, come introduzione a una raccolta di saggi internazionali dedicati alla rivitalizzazione)

1 International Council for Shopping Centers, Shopping Center Definitions. Basic Configurations and Types, New York 2004.
2 Il termine mixed-use, che ovviamente quanto spontaneamente evoca nel lettore immagini di complessità a carattere “urbano”, per il linguaggio immobiliare sta invece a significare una semplice gestione pianificata (privatamente pianificata) delle funzioni di un dato spazio. Se questo, ad esempio nella cultura statunitense del New Urbanism o in quella britannica vicina ai centri studi del Principe di Galles, può significare un recupero spazialmente progettato anche di valori civici e sociali, per altri (presumibilmente a seconda delle intenzioni degli investitori) si tratta solo di trarre il massimo profitto dalla trasformazione spaziale. Personalmente, ho letto anche in parecchi casi il termine “mixed-use” associato nei documenti promozionali o sui siti web a complessi come tradizionali centri commerciali o parchi tematici.
3Classified telephone directories tell us the greatest single fact about cities: the immense number of parts that make up a city, and the immense diversity of those parts. Diversity is natural to big cities”, Jane Jacobs, The Death and Life of Great American Cities. The failure of Town Planning, Random House, New York 1961, cap. 7, The Generators of Diversity. Ed. It. Vita e morte delle grandi città : saggio sulle metropoli americane, Comunità, Torino 2000.
4 Cfr. Marshall Berman, All That Is Solid Melts Into Air: the Experience of Modernity, Simon & Schuster, New York 1982, ed. it. L’esperienza della modernità, Il Mulino, Bologna 1985.
5 “Se si assume l’anomalia come “indicatore” della complessità e come “forma apparente” (che permette, cioè, la rappresentabilità) del mutamento, sociali; se si considera l’innovazione come “tramite” tra governo e mutamento […] allora si può dire che il nesso anomalia/innovazione si realizza in un processo cognitivo di “oscillazione pendolare – di intervento/re-intervento – tra problemi e soluzioni”; Pierluigi Crosta, Anomalia e Innovazione: come si coniugano nelle politiche pubbliche e private di produzione del territorio, in La Politica del Piano, F. Angeli, Milano 1990.

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