Città post-ideologiche

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Foto F. Bottini

Da almeno una trentina d’anni noialtri popolo bue siamo letteralmente bombardati dal messaggio: destra e sinistra sono concetti superati, non pensateci più! Eppure continua a venire spontaneo pensarci, sia davanti al fatto innegabile che attorno a quei “concetti superati” si continua a giocare la pelle delle persone, sia che un pendolare bipolarismo pare indispensabile a orientarsi nell’universo. Non fosse altro, perché anche le infinite sfumature del grigio implacabilmente vanno dal bianco al nero, dal prima al poi, dalla notte al giorno, dal maschile al femminile & Co. Questo per dire che ad esempio non basta levare le tute blu e i grandi cancelli agli operai, e sparpagliarli in giro vestiti in borghese per la padania sui furgoncini bianchi, per sostenere che siamo nel postindustriale, e di conseguenza destra e sinistra, luce e buio, sono concetti superati. Col piffero che lo sono, e lo si dovrebbe vedere anche da come si concepisce la padania che sta attorno a quegli operai, con o senza la divisa blu d’ordinanza.

Una volta il territorio, la città di sinistra, si leggevano abbastanza chiaramente nelle configurazioni spaziali, ideologiche per quanto si voglia ma appunto chiare. Per dirla un po’ alla Gaber, era di destra il tipico quartiere borghese dei palazzoni ottocenteschi o dei villini liberty suburbani, ed era di sinistra quello dei palazzi relativamente nuovi in stile vagamente movimento moderno, coi servizi e i giardini al centro. Adesso con tutti che parlano (spesso straparlano) di sprawl, città postmoderna, smart city, farcendo ogni riga di termini importati e maldigeriti, non si capisce più nulla, o si capisce che non c’è niente da capire. Invece. Invece si può provare a fare una piccola ricognizione spaziale-ideologica su uno dei vari progetti lanciati dalla progressista (di centrosinistra?) amministrazione di Milano, leggendone anche oltre le buone intenzioni alcuni caratteri. Ne escono un paio di dubbi, e proprio sul crinale destra/sinistra, comunque inteso.

Il comunicato stampa dell’amministrazione – ripreso a fotocopia come spesso accade dai quotidiani locali – elencava tutte le meraviglie tecnologiche del piano per le cosiddette Isole Digitali. Gli elementi di sinistra qui sarebbero il progresso tecnologico (con buona pace dei paesomani neoruralisti contemporanei, il progresso tecnologico è ancora potenzialmente di sinistra, tiè!) e soprattutto il suo uso urbanistico per sviluppare spazi pubblici a rete. Le componenti base generali sono l’elettricità e la telefonia, i trasporti, lo spazio urbano: entro un contesto collettivo si comunica, e in generale ci si relaziona con la città e il mondo, la tecnologia a costo relativamente basso, o del tutto gratuitamente, è messa a disposizione del cittadino.

Più in dettaglio, nelle Isole Digitali milanesi c’è l’Isola, intesa come piazzetta/spazio pedonale, attrezzata di: 1 – Colonnina informativa su quel che succede in città; 2 – prese di corrente per ricaricare la pila del proprio dispositivo elettronico, scaricata attraversando altri spazi metropolitani; 3 – connessione gratuita wi-fi per navigare in rete; 4 – adeguati (si spera) arredi urbani per consentire una comoda fruizione degli ammennicoli tecnologici e in genere degli spazi, tipo panchine, cestini, pensiline e simili, magari un pochino di verde alla pocket park; 5 dulcis in fundo, per il collegamento anche materiale al mondo esterno, le Isole Digitali sono poli privilegiati dei servizi di trasporto a noleggio tipo bike e car sharing, al momento attrezzati con un innovativo quadriciclo elettrico per spostamenti brevi al massimo di due persone.

Dall’elenco della localizzazione, o volendo da un volontario rapido sopralluogo, emerge anche la confusione tra destra e sinistra, che caratterizza quest’epoca di incertezze. I quindici spazi pubblici attrezzati per il popolo, o come ci raccontano argutamente i quotidiani per i city users, sono così disposti: 1. Università Bocconi 2. Porta Vittoria 3. V Giornate 4. Porta Venezia 5. Hoepli 6. Cusani 7. Sant’Agostino 8. Pagano 9. Cadorna 10. Amendola Fiera 11. Bisceglie 12. XXV Aprile 13. Centrale FS 14. Gioia M2 15. Loreto Argentina. Il che la dice lunga, come chi conosce un po’ il territorio di Milano avrà già intuito. Con l’eccezione praticamente unica del capolinea MM1 di Bisceglie a ridosso della Tangenziale Ovest, del resto incluso qui nella famiglia testate trasportistiche più che quartieri, si tratta di collocazioni ultra-centrali, e con l’aggravante caratteristicamente milanese (almeno rispetto alla tipica città italiana) che qui il centro coincide con la cosiddetta downtown terziaria, privo delle solite sacche diversificate di altri nuclei storici del paese. Anche escludendo, col criterio della sovrapposizione fra nodo di mezzi pubblici tradizionali e nuovo nodo virtuale di comunicazione e condivisione, le stazioni, ritroviamo certi simboli della Milano neo-fighetta, ovvero i quartieri delle archistar sponsorizzati a suo tempo dalle amministrazioni di centrodestra e ancora assai monchi, o la solita università Bocconi che il mondo ci invidia eccetera.

Resta davvero aperto quindi il dubbio, se la Milano dell’Expo ragioni anche a sua insaputa come una specie di Venezia terzo millennio (trappola per turisti detti city users e considerati socialmente di rango superiore agli abitanti in quanto tali), oppure se la prima localizzazione risponde a criteri sperimentali di ordine tecnico. Per adesso, e anche a distanza di parecchi mesi dal varo di questi arcipelaghi tascabili high-tech (?), rischiando di contraddire il mitico Presidente Mao, il disordine sotto il cielo è grande, ma la situazione tutt’altro che eccellente. Non vorremmo essere tutti costretti a imbarcarci su qualche volo low cost, e sbarcare a Barcellona o Londra o chissà dove, trasformandoci così in city users in grado di fruire di spazi e diritti che ci vengono negati in quanto cittadini. Sarebbe una forma di asilo politico davvero inusitata, di cui fare a meno, e certamente non di sinistra.

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