Decrescita della luce? Meglio di no, dai!

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Foto M. B. Fashion

A fine anni ’60, nelle varie dirette fiume televisive per lo sbarco dell’uomo sulla luna, negli studi tra i vari giornalisti e tuttologi d’epoca non mancavano estemporanee sparate. Si discuteva tra l’altro sul tema: cosa ne sarà ora, dopo che la superficie del satellite è stata per così dire svelata dai saltelli di Neil Armstrong, del romanticismo di chi cantava al mistero della Luna? Fine degli innamorati sospiranti, dei poeti verseggianti e tutto il resto? E veniva spontaneamente (già) da chiedersi: ma questi sono scemi? Ancora difficile, una vita più tardi, cambiare idea su cose analoghe e anzi quasi identiche, anche se dicono che chi non cambia mai idea è stupido. Consola aver cambiato idea su tantissime altre cose, ma con tutto il rispetto quella dei poeti e degli innamorati rimasti senza lavoro per colpa della scienza e del complotto demo plutocratico della Nasa era, e resta, una gigantesca sciocchezza. Certi modi di ragionare però sono duri a morire, anzi crescono vigorosi alimentandosi sull’ignoranza.

E così nei primi anni ’70, della crisi petrolifera e dei primi dibattiti popolari sul risparmio energetico, c’era il primo timido revival della pratica e del commercio (guarda un po’) delle biciclette, o si ritoccavano certe norme sugli orari dei locali pubblici e le insegne al neon. Risparmio energetico, tutta colpa dei cattivoni mediorientali con un tovagliolo in testa e un cammello sotto al sedere, si mormorava nei bar, ma rigorosamente fino a sera presto, perché poi giù la serranda e tutti a casa. Per un breve surreale periodo si verificarono da qualche parte anche cose decisamente stravaganti, come quei cinema che quasi ti cacciavano fuori a metà spettacolo, perché per risparmiare energia era essenziale spegnere il proiettore e le luci in sala. Ma la cosiddetta austerity delle sciocchezze dimostrò di avere radici sociali non del tutto effimere, durando abbastanza a lungo, a ben vedere più di cose intelligenti tipo le auto più piccole, o le ricerche sul risparmio energetico. E non mancava mai, in altri studi televisivi tematici, o dichiarazioni alle agenzie, il destrorso di turno a teorizzare un ritorno alle tradizioni, al calore della famiglia invece dei facili costumi del bar o del cinema, alle insegne spente che lasciavano contemplare la luna e le stelle. Pfui!

Arriviamo così al terzo millennio, quando imperano le tabelline della revisione di spesa, a dirci che è tutta colpa delle nostre cattive abitudini lo spreco, noi che vogliamo fare cose dannose tipo non andare a sbattere passeggiando dopo il tramonto, o incontrare gli amici sotto il lampione ai giardinetti. La sacra intrapresa ancora una volta non si tocca, la città invece si, eccome se si tocca, in un vagamente palesato ennesimo coprifuoco per il nostro bene. Quanta ideologia ancora, dietro le ipotesi dei lampioni spenti, e naturalmente dietro ai semplicioni entusiasmi dei soliti – piuttosto socialmente gonzi – addetti ai lavori di area agronomica, zoologica, psicologica e finanche psicologica. Con le vie buie per risparmiare l’energia, basta passerotti turbati nel bioritmo dalle luci stradali, e tutti a casa presto attorno al tavolo a consumare i prodotti dell’orto.

Difficile certo non notare anche gli aspetti positivi: gli habitat urbani vanno pensati con intelligenza nel terzo millennio, ivi compresi i cicli riproduttivi della fauna, o il ruolo delle infrastrutture verdi, della produzione agricola metropolitana, il ruolo ambientale-sociale-alimentare degli orti di quartiere. Insomma quello che chiamiamo sostenibilità. Ma c’è una bella differenza, o almeno dovrebbe esserci, fra parlare di sostenibilità e parlare di ancien regime. Per tutto il XIX secolo gli utopisti di era industriale ce l’avevano ben presente perché appena sconfitto, l’ancien regime, e si guardavano accuratamente dal riprodurne anche per sbaglio qualche frammento. Se tornavano in campagna, era per sfuggire alle contraddizioni del capitalismo metropolitano trionfante e costruire la riscossa, ma senza mai spegnere quei lumi (bel nome, no?) da cui era nata la modernità. Volevano città ideali contro la città reale, volevano disperdere con raggi di luce le tenebre della superstizione: l’impasto di fatalismo, ignoranza indotta, conoscenze preziose sulla natura lasciate colpevolmente allo stadio intuitivo. Spezzare la cappa dell’autorità spezzando innanzitutto il dominio sul tempo: a questo mirava la tecnica, tanto ben simboleggiata nella luce, prima quella naturale che entrava dai nuovi lastroni di vetro di fabbriche e passages urbani, poi sul finire del secolo l’accendersi elettrico della metropoli contemporanea. Un viaggio al termine della notte, a modo suo.

Ma c’è sempre in agguato chi vuol tornare indietro, chi ama il mistero (il mistero a cui devono credere gli altri), chi detesta gettar luce su qualsiasi cosa: chiudetevi nelle vostre case, uscite solo quando ve lo ordiniamo, è per il vostro bene. Lo facevano i vostri nonni nei campi, quando si viveva in simbiosi con la natura, se ne seguivano i tempi e i ritmi … ma tralasciano ad esempio di ricordare che si viveva in media una trentina d’anni a testa, mugnaio escluso naturalmente (il 99% contro l’1%). Risparmiamo energia spegnendo le luci delle biblioteche pubbliche, dei teatri, delle arterie del passeggio e dell’incontro, basta con questo spreco, è per il vostro bene e la sopravvivenza del pianeta civile.

Civile? Ma perché non prima di tutto un programma per convertire il sistema dei trasporti, o della produzione industriale, per le fonti rinnovabili, per il risparmio vero insomma (che pure significa magari spegnere qualche lampadina). Incombe, sempre, la maledetta immagine dei due cretini chini sul solco, nell’Angelus di Millet, ad aspettare che i destino deciso da altri si compia, secondo i ritmi della cosiddetta Natura, decisi nel buio pesto di qualche cervello bacato. Si spera solo che, come successo coi cinema, i bar, e pure con la Luna degli innamorati, anche il neo-oscurantismo magari benintenzionato del terzo millennio se ne vada, doverosamente, a quel paese. Con la luce accesa, che è più divertente da guardare.

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