Densificazione (a cosa dovrebbero servire gli architetti)

infill

Foto M. B. Fashion

Quante volte abbiamo assistito allo scontro fra i cosiddetti ambientalisti e i cosiddetti cementificatori? I primi ad agitare lo spauracchio, del resto mica del tutto fantasioso, della catastrofe planetaria (o almeno cittadina) sul versante alimentare, o di pura abitabilità, se non si inizia a fermare del tutto il consumo di suolo a scopi urbani. I secondi a controbattere, del resto mica del tutto fuori luogo, che la città è fatta di trasformazioni, vive di trasformazioni, e pensare di cristallizzarla significa di fatto volerla morta, o quanto meno fragilissima, alla mercé del primo soffio di brezza sociale o economica. Entrambe posizioni di per sé de tutto condivisibili, no? Almeno se considerate nei loro principi di base e in buona fede. Quindi ancora in sé e per sé immediatamente applicabili: già, ma come si fa ad applicare cose che si propongono l’una come l’esatto opposto dell’altra? L’enigma smette di essere tale, proprio se ci fermiamo alle affermazioni di principio, notando che non esiste alcuna corrispondenza fra trasformazioni edilizie e consumo di suolo non urbanizzato. Resta da stabilire esattamente, però, e in modo condiviso, cosa si intenda per trasformazioni e cosa per suolo non urbanizzato. Tocca arrivare a condividere un chiaro principio di equilibrio sociale e ambientale.

Equilibri

Il primo bilancio ambientale è naturalmente quello da costruire nel rapporto spazi edificati-spazi liberi, a scala di quartiere, urbana, e soprattutto territoriale. Quella territoriale attiene sia alla massa della città, sia alle dimensioni del bacino agricolo e di altre risorse (idriche, parchi, ecc.) utili sia per l’abitabilità che per l’ecosistema, la produzione alimentare locale, lo stesso contenimento dell’espansione. Ma è l’aspetto economico-sociale a costituire qui l’elemento cruciale, perché nel nostro modo di pensare, forse sbagliato ma inevitabile, l’economia viene in testa a tutto, è una invariante. Si tratta però di stabilire quale economia, quindi quale equilibrio perseguire, e se si considerano (come in numerosissimi studi scientifici e di caso locali) le economie pubbliche e private, cioè si mettono adeguatamente nel conto anche certi costi collettivi dei modi di urbanizzazione, allora iniziano ad emergere chiaramente certe prospettive. Per esempio che i costi non calcolati della realizzazione di infrastrutture urbane per le aree di espansione classica su superfici agricole o naturali, se evitati concentrando tutte le trasformazioni in zone già urbanizzate o comunque in qualche modo assimilate all’organismo urbano, possono poi essere reinvestiti in miglioramenti dell’abitabilità generale (allestimento parchi, servizi, trasporti pubblici, reti) nelle zone densificate o sottoposte al cosiddetto infill. Qui entrano in campo le professionalità dell’architettura, sia nell’ambito dell’urbanistica tecnica attuativa, sia in quello più minuto della vera e propria progettazione.

Qualità superiore

Dal punto di vista urbanistico e progettuale gli obiettivi sono quelli di individuare ambiti sensibili e prioritari, in grado poi di agire come stimolo a scala più ampia. Si tratta di nodi o corridoi (tipici i poli di servizio, le arterie commerciali urbane, le fermate dei trasporti pubblici e punti di interscambio) da sottoporre privilegiatamente a trasformazioni equilibrate, che configurino un’idea di città condivisa, e decise secondo criteri partecipati. Dovrebbero essere promosse e incentivate tutte le trasformazioni a densità accresciuta, per aggiunte o sostituzioni, in grado di tutelare e valorizzare eventuali elementi storici o identitari, promuovere la compresenza di fasce di residenza e attività molto diversificate, ad esempio nel godimento degli alloggi o nel reddito o tipologia familiare. La trasformazione edilizia è anche importantissima là dove realizza obiettivi di maggiore sostenibilità ambientale, energetica, o promuove attività innovative come l’agricoltura urbana o ad alta tecnologia (dai tetti verdi alle colture integrate). Con queste precondizioni, si comprende sino a che punto quell’obiezione iniziale soprannominata sviluppista, secondo cui il blocco dell’espansione urbana avrebbe comportato un conseguente blocco delle trasformazioni edilizie e delle loro fondamentali economie dirette e indirette, venga virtualmente a cadere, lasciando in campo soltanto l’aspetto meramente speculativo.

Riferimenti:
AA.VV. #DesignPerthA joint vision for a connected, liveable and sustainable Perth, rapporto giugno 2016

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