E alla terra ritornerai

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Foto F. Bottini

Gli utopisti sono sempre così: benintenzionati, entusiasti, traboccanti di energia e motivazione, ma desolatamente ingenui, per non dire fessacchiotti. Alzi la mano chi non ha mai pensato, in un’occasione o l’altra, qualcosa del genere. Del resto, non mancano certo esempi lampanti a confermare il sospetto, come la tragica vicenda di Christopher McCandless raccontata nel libro Into the Wild, di un personale percorso di incontro con la natura, assurdamente concluso morendo di fame dentro un autobus abbandonato in un angolo remoto dell’Alaska, in una specie di caricatura grottesca di certi già surreali racconti di Jack London. Ma anche senza superare i limiti dell’assurdo, e senza certi esplicitamente tragici epiloghi, è certo che i percorsi utopici, specie di ritorno alla natura e specie quando assumono forme collettive, rischiano di affogare nelle contraddizioni e nel ridicolo. Nella biografia dell’urbanista Thomas Adams, amministratore della prima città giardino di Letchworth all’inizio del ‘900, ci sono passaggi esilaranti a proposito dei tipi curiosi che a ben vedere ci andavano ad abitare proprio con quello spirito, nella comunità utopica qualche decina di chilometri a nord di Londra, dove invece di un nuovo equilibrio città campagna evidentemente cercavano sfogo a qualche idiosincrasia personale, fratelli minori dei Tre Uomini in Barca di una decina di anni prima in gita sul Tamigi.

La gentry di massa

La citata città giardino, intesa proprio come utopia costruttiva di era industriale matura, ha una gestazione abbastanza graduale che comprende anche parecchie esperienze e movimenti di ritorno alla terra, componente del resto essenziale di ogni utopia che si rispetti da Robert Owen in poi. Del tutto ovvio che di fronte alle contraddizioni della civiltà urbana e industriale, dapprima solo intuite da alcuni intellettuali di punta, e poi letteralmente esplose nel corso del XIX secolo, si iniziasse una specie di processo centrifugo, vuoi puramente nostalgico, vuoi alla ricerca di modelli alternativi in territori vergini rispetto alla macchina e ai suoi vincoli. Un processo continuato poi anche nel secolo scorso, vuoi nelle forme improprie ideologiche e manovrate della suburbanizzazione o decentramento che dir si voglia, vuoi in altri modi forse più in linea col classico utopico, dalle comuni vagamente fricchettone ai recenti esperimenti di agricoltura variamente non allineata al mainstream.

Ma da che parte sta l’utopia?

Il motivo per cui si è introdotto anche il non-movimento per eccellenza del decentramento e della suburbanizzazione di massa novecentesca, ovvero quello che può essere considerato conformismo assoluto, il contrario dell’utopia, è anche che ha evidentemente combinato grossi disastri. In fondo, anche i Fantozzi migranti verso la villetta con l’auto nuova di zecca cercavano una piccola utopia rurale: quante volte abbiamo sentito un conoscente o parente dirci “vado a stare in campagna”, quando invece andava semplicemente in un orrendo quartiere di case un po’ più basse, senza uno straccio di negozio, di piazza, di servizi, spesso neppure di marciapiedi decenti? Parecchio meglio sembra, oggi quel nuovo flusso di ritorno alla terra alla ricerca di qualità del lavoro agricolo, produzioni biologiche, o altri esperimenti innovativi, più nella scia utopica tradizionale. Anche se resta il dubbio: non è che ormai, con la pervasività delle tecnologie, delle comunicazioni, con l’urbanizzazione planetaria, anche il concetto di terreno vergine da cui ripartire ha perduto di senso? Ovvero che certo, fare impresa innovativa è meglio che avere un approccio conservatore e conformista, ma lasciamo perdere il contenuto utopico in senso tradizionale, che non può più esistere. Forse la vera nuova frontiera del ritorno alla terra sarebbe quella dell’agricoltura urbana, la sfida del chilometro zero ad alta tecnologia, le produzioni idroponiche, o quelle socialmente integrate alla Growing Power. Il presidente Mao diceva che quando c’è molto disordine sotto il cielo, la situazione è eccellente, speriamo proprio avesse ragione.

Riferimenti:

Lauren Markham, The New Farmers, Orion, novembre-dicembre 2014

Il movimento per l’agricoltura urbana tecnologica acquaponica Growing Power

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