In alto a sinistra

A theory can be proved by experiment;
But no path leads from experiment
To the birth of a theory.
(Albert Einstein)

Sembrava una bella donna. Forse lo era davvero. Comunque, le stavo guardando le gambe per un altro motivo. Concluse sospirando:
«… beh, adesso devo proprio andare. Spenga pure il registratore».
Rimasi a guardarla scendere le scale, agitando la manina come un idiota mentre lei sorrideva dal pianerottolo. In casa, mi aspettava il disordine del fine settimana.
Il sifone del lavandino intasato, insieme ad un paio di telefonate perentorie, mi fece dimenticare la fascinosa signora fino all’ora di pranzo, quando Rosso entrò senza bussare, annunciandosi dall’anticamera con un amichevole:
«Ti sei ricordato di fare la spesa? Per Camilla, soprattutto, visto che noi possiamo arrangiarci».

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Foto F. Bottini

Camilla, entusiasta per tante attenzioni, mi saltò in braccio, pesticciando sulla testiera con la coda fino a riempire lo schermo di varie porcherie. Rosso si era già rimesso il montgomery, saltellando tra Camilla e uno scaffale, quando gli appesi al braccio, a tradimento, le scartoffie della signora:
«Due copie, entro stasera, per favore. Aggiungi un indice, qualcosa di simile a una classificazione. Chiedo troppo?».
Guardai la sua smorfia, mentre girava l’angolo del corridoio, ma chiusi la porta quasi tranquillo: avevo promesso di fare da baby sitter a Camilla per qualche giorno, e potevo contare su di lui. A fare da sottofondo alla registrazione della chiacchierata appena conclusa, misi una musichetta discreta. Visto che la vita poteva diventare anche migliore, aggiunsi due dita di acquavite alla tazza di caffè, e con Camilla finalmente in pace sulle ginocchia schiacciai PLAY.

Iniziò il suono metallico di un blues per chitarra e armonica, a cui si sovrappose poi un fruscio diffuso, e poco dopo la voce femminile:
«… ho fatto la denuncia a un certo punto, addirittura, si sono messi in testa che l’avevo fatto sparire io, per rubargli i soldi … ma non voglio annoiarla con problemi personali. L’idea di venire qui, mi è venuta mentre riordinavo la biblioteca. Carlo ammucchiava … credo lei sappia di cosa sto parlando: si mette una fila di libri appoggiata al muro, e si sfrutta la striscia di scaffale rimasta sgombra per collane di tascabili, o roba del genere. Così, non mi sono nemmeno accorta dell’abbonamento a Parentesi, di quanto Carlo ci tenesse, di come conservasse tutti i numeri, insieme ai suoi manoscritti, alla corrispondenza coi lettori e con il direttore. Io della rivista mi ricordavo per averla trovata nella buca delle lettere. Dopo il fatto, ho scorso la raccolta, insieme ai manoscritti e agli altri appunti. Poi, ho telefonato al direttore, e lui mi ha consigliato di rivolgermi a lei. Posso continuare?».

Muddy Waters continuò a gracchiare il suo «Hoochie Coochie» tra fruscio, rumori di oggetti spostati, e qualche grugnito del sottoscritto. Camilla saltò giù dal divano, per andare a curiosare qualcosa, lasciandomi le ginocchia gelate.
«… Carlo aveva pubblicato tre racconti, e lei aveva, per ciascuno, scritto una parodia in forma di finto saggio critico. Io sono stata sposata con lui per anni, ma non avevo la più pallida idea di questa passione. In definitiva, mi sono detta: forse questo signore potrebbe aiutarmi a capire perché se ne è andato, chissà dove, senza nemmeno salutare..»
Il blues per chitarra e armonica tornò per qualche istante ad essere l’unico rumore nel soggiorno. Poi la voce della signora riprese:
«Non vorrei nemmeno chiederle un aiuto specifico, visto che non è un prete, o un poliziotto. Diciamo così: se può, veda di cavare qualche informazione, da queste scartoffie. Mi dica si o no, altrimenti salutiamoci subito, e si dimentichi di me … beh, adesso devo proprio andare. Spenga pure la registrazione …».

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Foto F. Bottini

L’acquavite corretta al caffè era finita da un pezzo, quando la prima telefonata del pomeriggio arrivò ad interrompermi la meditazione. Dopo altre telefonate, trenta cartelle dattiloscritte, e il primo splendido tramonto di primavera, Rosso passò per dare l’estremo addio a Camilla.
Era sempre la stessa storia: lui se ne andava per qualche giorno a un qualche congresso di metodologia iniziatica, non senza aver tentato di convincere la povera basset-hound, con saluti sbracatamente commossi, di marciare verso la sedia elettrica. Stavolta, la cosa andò meglio del solito, visto che era già in ritardo. Si limitò a grattarle la testa, gridando attraverso il corridoio:
«Tratta bene la mia bambina, visto che per colpa delle tue fotocopie il consesso scientifico rischia di aspettarmi invano. Non darle verdura cotta, se non vuoi che cachi anche sul lampadario. La classificazione dei documenti è infilata in fondo al sacchetto. Buona indagine, e se incontri il falchetto maltese, salutamelo!».

Dopo aver calmato Camilla, cenato, e deciso che il lavoro poteva aspettare, svuotai la borsa che Rosso aveva buttato sulla mensola in ingresso. Scorrendo rapidamente le pagine, mi fermai su un testo che forse aveva già letto sulla rivista:
2 febbraio – L’ho vista uscire in macchina, i sedili posteriori abbassati per lasciar posto ai sacchetti della spesa. Lui la stava aspettando nel piazzale dietro al supermercato, e fumava una sigaretta senza filtro. L’ho vista parcheggiare, inserire l’antifurto, e poi camminare decisa verso il portone del magazzino, facendo ondeggiare la gonna del tailleur. Lui ha spento la sigaretta, si è fermato a ridacchiare con un addetto ai carrelli, e poi l’ha seguita in mezzo agli scatoloni. L’ho vista arrampicarsi fino ad un soppalco di lamiera, e poi ancora su, fino ad una piccola piattaforma seminascosta sotto le arcate della copertura, in alto a sinistra. Lui l’ha raggiunta, e senza nemmeno un sorriso le ha messo addosso le mani. L’ho vista sghignazzare, e arrossire come non credevo possibile. Solo allora, ho sporto il sedere, e le ho cacato in testa. Si sono girati tutti e due verso la trave da dove li stavo guardando, e ho notato che lui stava raccogliendo qualcosa da terra, probabilmente per tirarmela addosso. Sono volato fino alla base del lucernario, e poi fuori, sui tetti pieni di sole. La prima zampata del gatto mi ha lacerato la pelle dell’ala destra, ma prima ancora di sentire il dolore, è arrivato il colpo di grazia: un morso deciso poco sotto l’attaccatura del becco.

Serata casalinga. Tra le grattate terapeutiche a Camilla, e le passeggiate tecniche qui e là, mi restava parecchio tempo per ripensare alle risate che mi ero fatto, pochi mesi prima, su quel raccontino. Verso mezzanotte, mi ritrovai ancora a guardare la luce della luna sul soffitto, ridacchiando mentre sfogliavo la fotocopia della mia vecchia recensione: raccontava di «Carlo nel Paese delle Paccottiglie», dove era capitato precipitando giù per un tombino, all’inseguimento di una cacca di piccione. Mi addormentai scostando per l’ennesima volta Camilla, che tremava scossa da un incubo canino.
La prima telefonata della mattina fu quella, inattesa tanto presto, della signora:
«Scusi se le faccio fretta, ma volevo sapere se ha dato un’occhiata a quelle carte. Tra l’altro, mi sono dimenticata di lasciarle il mio nuovo indirizzo …».
Col tono pratico che mi era ormai familiare, rispose brevemente alle mie pochissime domande. Nel giro di un paio di minuti mi stava salutando di nuovo:
«… e preferirei, se possibile, avere un rapporto scritto sulle sue impressioni. La ringrazio ancora per l’interessamento, e arrivederci a presto».

Poco dopo, rileggevo con più calma le note di Rosso. Il racconto su cui io e Camilla ci eravamo addormentati, era siglato «G.2.». Non sapevo ovviamente cosa diavolo potesse significasse, «G.2.», salvo supporre che, nella vulcanica testa matta del Rosso, la lettera «G» corrispondesse a qualche categoria dello spirito, declinata secondo varie gradazioni: «G.1.», «G.2.» … a rappresentare gli stadi di ubriachezza del compilatore.
Spalancato sulle ginocchia un blocco per appunti, con la biro in resta iniziai a leggere un altro testo classificato «G.2.»:
8 Maggio, In coda – C’è luce in alto. E’ sempre così, a quest’ora, e certe volte ti chiedi come hai fatto a non accorgerti prima, di quanto fosse bello, qui. Tanto bello, da farti scappare la voglia di andare su a mangiare, e invece di scendere ancora un po’, magari sbirciare sotto i pilastri delle fondamenta. Mi fermo a guardare verso un punto buio della volta, in alto a sinistra, e girandomi resto impigliato con la coda in un rottame di ferro. Agitarsi come un forsennato, a questo punto, è inutile, ma non riesco a pensare ad altro…

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Foto F. Bottini

Senza segnare nessun appunto passai al racconto successivo. Stavolta, non guardai nemmeno il titolo: segnai la data, poi quella della storia seguente … e così via.
Gli appunti di Rosso, a guardarli meglio, recitavano in uno scarabocchio a margine: Ordinati secondo un numero annotato sopra il titolo.
In effetti, in alto, sulla destra, dove ci si sarebbe aspettati il numero di pagina, ogni foglio aveva scarabocchiato qualcosa: l’esperto classificatore, individuato il metodo tutto personale usato da Carlo, l’aveva fedelmente riportato. Il perfetto idiota che c’era in lui, si era però dimenticato che il linguaggio della sua setta non era comprensibile ai comuni mortali. Maledicendolo, annotai: «G.1.», ordine cronologico; «G.2.», numero a margine del titolo; «G.3.», numero a margine dell’asterisco.

Il lavoro quotidiano mi aspettava al varco. Fino a mezzogiorno, mi districai tra varie faccende. Verso l’una, portai Camilla a fare una passeggiata, e me stesso a un benvenuto bagno di folla. Era sabato, e il parco traboccava di ragazzi, giovani coppie con pupo, stakanovisti del terziario galattico con colazione al sacco e trabiccolo portatile. Dopo cinque o sei chilometri di corsa, rientrai in casa sudato e tranquillo. Doccia, preparativi per il pranzo, e servizio a letto a Camilla, già sonnecchiante di fianco ai primi boccioli di geranio.
Sullo schermo del computer lampeggiava ancora la mia improvvisata scheda tipo per documenti. Nulla di speciale: solo, il metodo che usavo da sempre per classificare libri, articoli, cose sparse, passato via via da una base cartacea o elettronica all’altra. Ingollato l’ultimo boccone, trascinandomi dietro la lattina di birra, decisi di dedicare ancora un po’ di tempo a quei racconti.
Dopo un po’ di tentativi, modifiche, lavoro ripetitivo che concilia in qualcuno la riflessione a sua insaputa, lo schermo si illuminò di uno splendido:
G1: 2.2.88
G2: 18
G3: 6
TIT: MI HAI TRADITO
PRO: PICCIONE
RIC: IN ALTO A SINISTRA
NOTE: …

Certo non era gran che, ma festeggiai comunque il fatto di essere arrivato da qualche parte, aprendo una bottiglia di bourbon, tanto per restare in linea con lo stereotipo dell’investigatore. Il cielo si stava riempiendo di nubi, e Camilla era corsa a rannicchiarsi sulla poltrona.
Sperimentavo incroci di informazioni. Mai stato un fanatico di dati e men che meno di elaborazioni, ma visto che le tre classificazioni di Rosso davano un senso diverso alle storie, forse valeva la pena di provare.
Dopo un po’, mi ritrovai a coordinare virtualmente un lavoro di gruppo, tra: un mollusco, una sogliola, una ranocchia, un topo, un rettile, un cane, un netturbino, uno scarabeo, un piccione, un top manager, una rondine, un tecnico delle antenne. Erano i protagonisti dei racconti, classificati dal mio «infallibile metodo» … Non avevo nessun motivo per continuare, e nemmeno più molto tempo, visto che gli acquirenti delle ultime altre fatiche di scribacchino erano attesi a cena.

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Foto F. Bottini

Salutati i miei ospiti poco dopo mezzanotte, mentre lei mi sorrideva dal pianerottolo e lui rincorreva Camilla sotto il lampione della portineria. Finendo di riordinare, ripensavo alle loro curiose opinioni sul lavoro di Carlo, che avevano trovato sparpagliato per il soggiorno, ed era diventato oggetto di conversazione a cena. Mentre il marito annuiva pensoso, lei aveva osato:
«Non c’è senso nell’elenco dei protagonisti. né secondo l’ordine G1, o G2, o G3, né rispetto al titolo. Interessante, invece, l’idea di quella frase, “in alto a sinistra”. Carlo, guardava di sicuro in alto: c’è addirittura una “a”, scarabocchiata, sempre, vicino al titolo …».
Sdraiato sul letto, poco prima di addormentarmi, annotavo: G2 = A = alto; G3 = ?.

Domenica mattina, pioggia a dirotto. La passeggiata nel parco fu lunga e laboriosa, movimentata da un’auto bruciata nel bel mezzo della pista di pattinaggio. La radura era completamente invasa da poliziotti e curiosi, che si aggiravano pesticciando le pozzanghere. Non restava, che tornarsene a casa. Camilla era triste, infangata, lunatica e insopportabile.
Su uno sfondo azzurro, come il cielo dei cartelloni pubblicitari, sfilavano in passerella un mollusco, una sogliola, una ranocchia, un topo, un rettile, un cane, un netturbino, uno scarabeo, un piccione, un top manager, una rondine, un tecnico delle antenne … Mi svegliai mezzo congelato, sul divano del soggiorno. Dalla finestra spalancata, entrava un buon odore di terra umida, e Camilla stava acciambellata sulle mie caviglie. A coprire lo stomaco, tenevo ancora spalancato l’album di fotografie in bianco e nero trovato nello scatolone, insieme ai racconti di Carlo.
Prima di aprire del tutto gli occhi, pensai che certo bisognava capirlo subito: i racconti, nella serie «G2», erano segnati con la stessa «a» di molte foto dell’album. Quella sigla, «a», stava sicuramente per «alto», visto che le foto inquadravano il paesaggio a strati. Come avevo fatto, a non pensarci prima?

Passai il resto del pomeriggio a scartabellare le raccolte dei giornali locali, nell’unica biblioteca di quartiere aperta la domenica. Camilla si annoiava, legata ad un paletto oltre la vetrata, mentre io confrontavo appunti, foto, pagine secche e ruvide di polvere. Era buio da un pezzo e aveva ripreso a piovere, quando salimmo di corsa sul tram, facendoci largo tra i ragazzi coi borsoni reduci dalla partita al campetto. Scendemmo dalla vettura vuota al capolinea, davanti a un giardinetto spelacchiato.
Dietro il monumento ai caduti, brillavano le luci di un’osteria, con sedie di plastica, giornali sportivi appoggiati sul frigo dei gelati, e tavolini quasi deserti. Passai tutta la sera a uno di quei tavolini, lasciando che Camilla familiarizzasse con i pochi clienti, mentre io raccontavo alla padrona le meraviglie della razza basset-hound. Sul tardi, dopo aver promesso un cucciolo della prossima nidiata, riprendemmo il tram in direzione opposta.

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Foto F. Bottini

Sballottato sul sedile, ripensavo alla chiacchierata con la barista:
«È sempre stato così, il Carletto. Bonaccione ma strano, e la bionda l’ha capito subito. Bella era bella, e non ha fatto tanta fatica a farsi sposare. Non litigavano mai, però si vedeva che lei pensava solo all’azienda. Lui qualche volta veniva ancora qui, a suonare il pianoforte che abbiamo nella sala del biliardo, magari per scambiare qualche parola con qualcuno che non avesse in mente solo i soldi … che brutta cosa, però! Dicono che sia scappato, ma dove? E con che soldi? No, no: secondo me è morto, all’estero, seguendo qualcuno dei personaggi stravaganti che frequentava ogni tanto … e quanto costa, uno di questi bei cagnoni? Vieni qui, Camilla …».

Era una bella mattina di sole, e in anticamera trovai la borsa di Rosso. Sullo specchio, un bigliettino giallo adesivo recitava: «PRESA MILLA-TROVATO FALCHETTO?-VIENI STASERA, A “c/RETI/no”?». Riempii lo zainetto con gli appunti, ed inforcata la bicicletta, pedalai sui viali tristi della zona industriale. Trovato il cortile che stavo cercando, mi trovai in un piazzale asfaltato, abbastanza in ordine, con un carrello che faceva la spola tra un mucchio di casse e il portone spalancato del magazzino. Un’auto scura mi chiese strada, e appoggiato ad un pilone del cancello rimasi a guardarla parcheggiare di fianco ad una scaletta metallica. Una ragazza, molto giovane, spalancò la portiera, e senza richiuderla camminò decisa fino all’ingresso, mentre un tizio con la sigaretta penzolante dalle labbra la aspettava, sventolando un pacco di documenti. …la stava aspettando nel piazzale dietro al supermarket, e fumava una sigaretta senza filtro. L’ho vista parcheggiare… Guardai meglio all’interno del magazzino, oltre le pile di scatoloni, verso il fondo del capannone, dove brillavano le luci accese di una specie di ufficio. …fino ad un soppalco di lamiera, e poi ancora su, ad una piccola piattaforma seminascosta sotto le arcate della copertura, in alto a sinistra.

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Foto F. Bottini

Avrei voluto vedere anche l’intrico di travi del soffitto, il lucernario, e magari il tetto, con le croste di muschio, le chiazze di ruggine, e il gatto seduto nel punto più alto a spiare movimenti sospetti. Comunque, per il momento, poteva bastare: parecchi indizi sono già una prova, volendo.
Pedalai ancora, fino al canale di fianco al cavalcavia. Guardando verso il basso si poteva intravedere un buco a forma di pozzo, che scendeva un paio di metri nel cemento armato, fino ad un punto sotto il pelo dell’acqua. …bello questo posto. Tanto bello, da farti scappare la voglia di andare su a mangiare, e invece di scendere ancora un po’, magari a sbirciare sotto i pilastri delle fondamenta…
Scesi la scaletta arrugginita fino alla piccola piattaforma di cemento, e tirai un grosso sospiro di sollievo: infilarsi là sotto era impossibile, per chiunque fosse più grande di un topo.
Lasciai perdere le verifiche puntuali negli altri posti che avevo individuato: non mi aspettavo altri spunti importanti per adesso, dalla nuova sede di una banca, o da una piazza quadrata coi muri tappezzati di graffiti, o da un’aiuola circolare con al centro le prese d’aria per la metropolitana.

Bagnando le piante alla finestra sul cortile, poco prima di mezzogiorno, mi tornò in mente il percorso «in alto», che avevo seguito attraverso i racconti di Carlo: posti suggestivi, a modo loro, ma non si andava oltre una specie di guida turistica alternativa. Per capire qualcosa di più, probabilmente avrei dovuto seguire l’altra bella pensata, che Rosso aveva scarabocchiato come «G.3.», e la mia ospite del sabato sera aveva stigmatizzato, dopo qualche bicchiere: «a sinistra». Stesi sul tavolo una mappa pieghevole della città, segnando i vari luoghi «in alto». La signora ospite del sabato sera, dopo la prima bottiglia di lussuoso frizzantino, aveva azzardato audace:
«In alto, a sinistra. Cosa c’è, di più naturale, per un maschio relativamente giovane e sano?».
Pur con il dovuto rispetto per la sua intuizione e i suoi pagamenti impeccabili, il mio dito per ora girava a vuoto sulla mappa: da qualsiasi lato prendessi la cosa, le giravolte si sovrapponevano senza senso. Aprii una birra, e ascoltai un notiziario. «…non si è verificato alcun incidente. Prima dello spettacolo musicale, gli oratori dal palco hanno ribadito come sia ormai necessario, distinguere tra sinistra politica e sociale, lasciando ai lavoratori la responsabilità di scelta ….». EUREKA: la «sinistra» del nostro Carlo, non era un senso di rotazione, ma un senso della vita.

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Foto F. Bottini

Poco più tardi, la mia nuova, scientifica lista della lavandaia recitava: «la banca è di destra, 100%; lo sfasciacarrozze è di sinistra, 70% … la banca è più a sinistra della società di leasing; il campo nomadi è più a destra della cooperativa servizi…». Potevo provare a rivenderla a qualche leader politico in crisi, la bella pensata.
Per distrarsi un po’, e magari per capire qualcosa in più sulla sinistra, nulla meglio di una visita al convegno appena organizzato da Rosso. Il volantino diffuso anche su tutti i pali della luce, a indicare la direzione, ermetizzava: «c/RETI/no – circuito tecnologico alternativo – KUBO – 21.00».
Sotto il graffito giallo dello spazio temporaneamente liberato kubo , in cima alle scale, un ragazzo con gli occhiali rotondi circondato da sospette bottiglie vuote, ringhiò bonariamente confuso:
«Se non sei uno sbirro, chi sei?».
Da un lungo tavolo sbilenco appoggiato alla vetrata, Rosso mi arrivava in soccorso:
«Credo che i ragazzi non abbiano niente in contrario a farti entrare. Il progetto di archivio sulle culture giovanili è stato addirittura approvato dal comune, e ho pensato a qualcosa anche per te …».
Camilla, in un angolo, si rotolava entusiasticamente per terra, insieme a una ragazza con taglio di capelli in stile Escher.

Dopo mezz’ora, che mi costò un capitale solo in giri di cocktail ultimo grido, Rosso salì in cattedra, salutato da fragorosi silenzi. Sugli schermi, scorrevano filmati, grafici e tabelle, ma giusto di fianco a me lo stesso tizio che mi aveva vaffanculato all’ingresso – un guru politico-culturale locale? – non sembrava gran che interessato alla mistica tecnologica e organizzativa. Accendendo una pestilenziale sigaretta indiana, borbottò a bassa voce:
«Che se li tengano, i dati sul becco dei gabbiani a Seattle. Io, e non sono solo io, voglio qualcosa d’altro, come Karl».
Cortocircuito.
Qualcosa mi diceva che per puro caso avevo forse azzeccato il posto e l’ora. Galleggiando come un palloncino sul mare della nuova sinistra, mi lasciai trascinare in qualche altro assaggio al banco, e naturalmente dalle storie del ragazzo, badando bene a non interromperlo. Al terzo «cock-tox», l’amico raccontava a ruota libera la leggenda metropolitana di Karl. Curiose coincidenze filosofico-esistenziali, con Gilgamesh, Buddha, Kropotkin, ma l’amico stravedeva soprattutto per faccende di molluschi, sogliole, ranocchie, topi, rettili, cani, netturbini, scarabei, piccioni, top managers, rondini, tecnici delle antenne …

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Foto F. Bottini

Non prendevo appunti, perché non ce n’era gran bisogno, salvo segnarmi, senza dare nell’occhio, un paio di probabili indirizzi. Verso mezzanotte, lasciando Rosso e Camilla alle prese con un indiavolato dibattito sul non-lavoro a distanza, scesi i gradini nell’aria profumata della notte e con qualche atomo di ossigeno in più rispetto all’interno, schivando un armonicista senza il senso del ritmo e due pomiciatori.
Arrivai fino ai cantieri di fianco al canale navigabile. Il primo indirizzo che mi ero segnato, corrispondeva a un gruppo di silos, con annessa una palazzina per uffici. Feci un giro sul piazzale, solo per scoprire opere di restauro recenti, e svegliare due cani da guardia: uno a quattro zampe e pelo raso, uno in divisa borchiata e accento esotico, che mi puntò addosso fari da contraerea mentre risalivo di corsa a perdifiato la strada in terra battuta.

Al secondo indirizzo, non molto lontano, salii qualche rampa di gradini, fino alla penombra di un portico ingombro di cartacce.
Di fianco alle impalcature, che salivano fino alle lucine di segnalazione sul tetto, una lamiera ondulata fiancheggiava un sentiero fangoso. Sul metallo ammaccato, i volantini fotocopiati si sovrapponevano a vecchi manifesti bicolori, poco più costosi, intervallati dalle chiazze quasi fosforescenti dei graffiti. Il percorso era in salita, e in cima al terrapieno si intravedeva l’inizio di una scala. Quel sentiero, e la scala che dal fango saliva per parecchi piani, rappresentavano decisamente meglio di qualsiasi altra cosa, la parola d’ordine che stavo inseguendo da qualche giorno: «In alto, a sinistra».
Dopo un numero imprecisato di rampe quasi al buio, sbucai dalle impalcature. Il vento aveva spazzato via le nubi, e la luna piena illuminava una passerella, poco più in alto, a collegare il corpo principale dell’edificio con una specie di torretta.
Due donne di etnia imprecisata ma esotica, avvolte in camicioni chiari, ridacchiavano davanti alla porta di un piccolo padiglione, da cui usciva debole e gracchiante una musica rock vagamente familiare. Quando sbucai nello spazio illuminato alla fine della passerella, la più magra, mi salutò:
«Ciao. Ti manda Omar?».
Da un angolo buio, una voce:
«Ragazze, La piantate di fare casino?».

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Un’altra voce, quella di di Jim Morrison usciva debole da un imprecisato altoparlante, e si perdeva giù nel pozzo scuro tra le impalcature del cantiere: «..this is the end … my only friend …». Camminava verso di me un tizio dalla faccia vagamente nota. Lo riconobbi più che altro per deduzione, azzardando:
«Volevo solo portarti i saluti del direttore. Rilasci interviste, per Parentesi?».
Il sedicente Karl si rilassò in uno strano sorriso:
«Fatto fatica, a trovarmi?».
Gli ansimai: a titolo di replica brillante
«Più o meno come per i gabinetti nei bar. Ho seguito le indicazioni. Dicevano in alto, a sinistra».
Si lisciò la profetica barba sulla guancia, e mi fece cenno di entrare. Forse era un pessimo scrittore, ma aveva gran fiuto per altre cose. Partì all’arrembaggio, chiedendomi a bruciapelo:
«Ti ha guardato negli occhi, ti ha offerto dei soldi, si è seduta di fronte a te per raccontarti una storia? Oppure, ha fatto un po’ di tutte le cose? Di certo, ha sventolato le gambe cercando la luce giusta, parlando nel più asettico tono da composta vedova. Un trucco che le funziona, quasi sempre almeno».

Rischiando di annegarmi nel caffè corretto al rum, mi raccontò brevemente la storia della sua fuga mentre si avvicinava l’alba. Ovviamente registravo tutto, senza darlo troppo a vedere. Promisi di tornare magari a trovarlo, e comunque di avvertirlo prima che sua moglie potesse sguinzagliare qualcuno un po’ più aggressivo di me.
Il cielo era schiarito, e nelle strade della zona industriale stava iniziando il traffico dei mezzi pesanti. Le due ragazze erano sparite. Ci salutammo tra i tiranti arrugginiti della passerella. Lui si lisciò la barba lunga e rada, e indicandosi il basso ventre ridacchiò:
«Sai che quella storia di “in alto a sinistra”, mi è venuta da lì? L’ho un po’ preparata e meditata, e certo si tratta di una traccia. Comunque non credevo che davvero qualcuno potesse scovarmi, con un indizio del genere, Mah! Certo c’è una bella differenza tra la letteratura dilettante e la vita, no? Adesso, per esempio, visti i posti dove abito, mi suona quasi come una promozione immobiliare, quel brano di Conrad che dice “… l’orizzonte era sbar­rato da un nero banco di nuvole, e quel tranquillo corso d’acqua che portava ai confini estremi della terra fluiva cupo sotto un cielo oscuro: pareva condurre nel cuore di una tenebra immensa …”» .

Scesi lentamente le rampe di cemento grezzo, verso il piazzale e il traffico della prima mattina. La citazione selvaggia di Conrad, con cui Karl/Carlo mi aveva liquidato, non valeva più di quella di Einstein, che avevo ricopiato qualche giorno prima da un settimanale di enigmistica. Però, però …
Dalla balconata del terzo piano, oltre il canale navigabile, si vedeva la fila dei senza casa, ancora insonnoliti, che risalivano i sentieri verso il capolinea dell’autobus.

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